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Economia e Finanza – Decreto dignità

Il decreto dignità, licenziato dal consiglio dei ministri, ha l’obbiettivo di limitare l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato, favorendo i rapporti a tempo indeterminato. Si cerca, nei fatti, di riservare la contrattazione a termine ai casi di reale necessità da parte del datore di lavoro. A questo scopo, si prevede che, in seguito alla stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato, di durata comunque non superiore a 12 mesi di lavoro in assenza di specifiche causali, l’eventuale rinnovo dello stesso sarà possibile solamente a fronte di esigenze temporanee e limitate. In presenza di una di queste condizioni, già a partire dal primo contratto, sarà possibile fissare un termine comunque non superiore a 24 mesi. Al fine di indirizzare i datori di lavoro verso l’utilizzo di forme contrattuali stabili, inoltre, si aumenterà dello 0,5% (dall’attuale 1,4%) il contributo addizionale a carico del datore di lavoro per i rapporti di lavoro a tempo determinato, anche in somministrazione; la possibilità di prorogare contratti a termine diminuisce da 5 a 4. Si cerca anche di “punire” i licenziamenti selvaggi con l’aumento del 50% dell’ indennizzo per i lavoratori ingiustamente licenziati, mentre per i licenziamenti senza giusta causa l’indennizzo per il lavoratore può arrivare fino a 36 mensilità. Novità importanti anche per le aziende che hanno ottenuto aiuti di Stato per le proprie attività economiche e delocalizzano: il beneficio concesso decade e ci saranno sanzioni pecuniarie da 2 a 4 volte l’importo ricevuto. Il decreto, infine, proibisce qualsiasi forma di pubblicità, diretta o indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro ad esclusione delle lotterie nazionali con estrazione dei vincitori differita. La pubblicità sarà vietata su qualsiasi mezzo: manifestazioni sportive, culturali, artistiche, trasmissioni televisive e radiofoniche, stampa quotidiana e periodica, pubblicazioni , affissioni ed internet. Si attende il passaggio del decreto in parlamento.

Davide Soro

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