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«L’insegnante ha perso autorevolezza sociale»

Le scuole sono finite da poco, con la “coda” degli esami di maturità. Vogliamo fare il punto su questo anno scolastico con Michele Maranzana, insegnante di ruolo dal 1991, professore di filosofia e scienze umane al liceo Saluzzo-Plana di Alessandria. Oltre a occuparsi del progetto di alternanza scuola-lavoro, Maranzana scrive anche manuali scolastici sulle scienze umane.

Professore, che cosa sta succedendo nella scuola?
«Bisogna interrogarsi su cosa succede nella società, perché la scuola fa parte di una società e quindi ne è influenzata. Tutti noi abbiamo sentito ciò che è accaduto quest’anno: restando nella nostra città, penso alla vicenda dell’insegnante “bullizzata” al Vinci, o a casi analoghi a Lucca o a Velletri. Prima di stabilire chi sono i buoni e chi sono i cattivi, dovremmo chiederci qual è la storia di questi adolescenti e di questi insegnanti che sono vittime ma non denunciano».

L’insegnante sta perdendo il potere del suo ruolo?
«L’insegnante ha perso autorevolezza sociale. Come diceva il primo sociologo dell’educazione, Émile Durkheim: “L’insegnante è il sacerdote e il ministro della società”. Ora non è più così, perché noi viviamo in una società che non dà regole. Come dice lo psicanalista Massimo Recalcati, non siamo più “la società del padre”, che rappresenta l’autorità, ma siamo passati a “una società del godimento illimitato”».

Come può la scuola aiutare gli insegnanti?
«L’insegnante dev’essere aiutato non quando lo studente lo aggredisce, ma quando deve affrontare dei bisogni che molte volte non comprende. La mia è una categoria che sta in frontiera ma che non ha formazione e sostegno. Faccio un esempio banale…».

Prego.
«Diversi professionisti dei servizi sociali, a partire dagli psicologi, hanno una supervisione. Si ritrovano in un gruppo in cui discutono i casi, portano la loro sofferenza e il loro disagio. E questo secondo me fa la differenza. Io invece appartengo a una categoria che non ha diritto a una visita annuale di controllo da parte di un medico. La storia degli insegnanti è la storia di un enorme solitudine».

Ci sono anche casi di violenze di insegnanti su bambini delle scuole materne e nido. Queste violenze come influenzano la vita di chi le subisce?
«Gli esseri umani sono modellabili, non c’è nulla di automatico. C’è la possibilità per ogni essere umano di poter riscrivere la propria storia, se gli altri gli offrono le condizioni per poterla riscrivere. Quando l’educatore picchia il bambino quanta storia di solitudine, di disagio psichico e di malessere c’è dietro? Ma avremmo potuto prevenirlo? Secondo me sì».

La violenza cresce all’interno della scuola perché sta crescendo anche fuori?
«Assolutamente sì. Noi veniamo da dieci anni di crisi, che hanno indebolito tutto: la visione del futuro, il reddito delle famiglie e le regole. In questi anni la rabbia, l’insicurezza e la frustrazione da qualche parte la dobbiamo scaricare. E quindi pensiamo che c’è il nemico: è lo straniero, è il bambino che piange e non vuole mangiare, è l’insegnante che dà dei brutti voti ai tuoi figli. Il mondo è cambiato e non ce ne siamo accorti».

Una possibile soluzione per arginare questi problemi?
«Un aspetto è cominciare a investire sulla formazione degli insegnanti. Una formazione seria non ti dice: “Ti do il metodo per risolvere il bullismo”, ma: “Inizio a starti a sentire, ascoltando cosa va e cosa non va”. Un’altra soluzione è cominciare a ricostruire gli ambienti sociali dove le persone vivono. Non ci sono più spazi per i ragazzi. Gli oratori erano uno dei più grossi “airbag” sociali, ma ormai stanno scomparendo».

Alessandro Venticinque

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