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Monsignor Frenando Charrier: una fede operosa e attenta alle fragilità

Domenica 7 ottobre, alle ore 18 in Cattedrale, la chiesa alessandrina ricorderà con la celebrazione dell’Eucarestia monsignor Fernando Charrier, nostro amato vescovo dal 1989 al 2007, nel settimo anniversario della scomparsa. Abbiamo chiesto al professor Renato Balduzzi, che di Charrier è stato amico e collaboratore, di ricordarne l’umanità e l’esempio.

Mi è stato chiesto di ricordare monsignor Fernando Charrier, nell’anniversario del ritorno al Padre. Lo faccio volentieri, come dovere morale e come piacere di ripensare a una persona che ha accompagnato autorevolmente gli anni della mia maturità di vita.
Ho sempre avuto un rapporto forte con i vescovi che si sono succeduti in diocesi, e ringrazio spesso il Signore per ciò che ciascuno di essi mi ha regalato. A partire da monsignor Almici, il vescovo dell’adolescenza e della giovinezza, che ha segnato con la sua forte personalità tutta una generazione e del quale ancora avverto l’esigente incoraggiamento. Con monsignor Maggioni vi fu un rapporto di collaborazione molto solido, soprattutto nella mia responsabilità prima di segretario e poi di presidente del Centro di cultura dell’Università Cattolica: la sua signorilità tutta ambrosiana resta per me una memoria indelebile. Ugualmente, negli anni più recenti, con il cardinal Versaldi l’intesa fu subito piena e ha permesso a me e alla mia famiglia di apprezzarne la capacità di lasciare sviluppare e di animare il pluralismo interno alla chiesa locale, con uno sguardo sempre attento alla chiesa universale. Ora, con monsignor Gallese, il cui entusiasmo sempre giovane viene a scuotere qualche nostra pigrizia, sperimento una nuova fase di collaborazione, non meno coinvolgente delle precedenti.
Da monsignor Charrier la mia famiglia ha potuto ricevere, specialmente negli ultimi anni di episcopato e di vita, momenti di autentica carità episcopale: nelle sue visite a casa nostra, frequenti e intense, egli faceva trasparire la propria fede operosa e attenta alle fragilità (“in caritate radicati”!), il gusto per la bellezza artistica come ascesi ed elevazione, l’attenzione ai più giovani (in particolare, fu legatissimo all’ultima delle nostre figlie, Teresa), la preoccupazione per la polis e le prospettive del Paese, l’apertura mentale ai cosiddetti lontani, che riusciva a farci percepire talvolta più “vicini” di quanto essi e noi stessi riuscissimo a percepire.
Ce n’è in sovrabbondanza, per un ricordo grato.

Renato Balduzzi

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