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L’approfondimento: report dalla Polonia – Una chiusura che sa di difesa

La sterzata politica della Polonia ha una data ben precisa: 25 ottobre 2015, giorno in cui i polacchi sono andati alle urne per le elezioni politiche. A trionfare è stato il Pis (in italiano, “Diritto e Giustizia”), partito di destra conservatore, clericale ed euroscettico, fondato nel 2001 dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński (e ora in mano a quest’ultimo). Il Pis, che ha “sfondato” sia nelle campagne polacche che tra i ceti medio alti, sta facendo molto discutere Bruxelles, soprattutto per la legge che permette al governo di controllare la Corte Suprema e altri organi giudiziari, e per la scelta del governo polacco di opporsi alla redistribuzione dei richiedenti asilo chiesta dall’Ue.
Micol Sarfatti, giornalista del Corriere della Sera e della redazione di “7“, il settimanale del Corriere, ha descritto il Paese che ha dato i natali a San Giovanni Paolo II nel report “Per la Polonia, girare a destra”, pubblicato su “7” nel gennaio del 2018. Con lei abbiamo fatto il punto sull’attuale situazione polacca: un Paese usato e “abusato” da guerre e totalitarismi ma che non ha mai perso la fede e l’attaccamento alla Chiesa.

Sarfatti, partiamo dal suo report. Che clima si respirava in Polonia?
«Quando sono stata in Polonia era il momento di massima esposizione del Pis, il partito di maggioranza. Un partito conservatore e cattolico, che sta incanalando le istanze populiste che ci sono in Europa e che ha un buon riscontro tra i giovani. Il cuore del mio report era questo: scoprire i giovani e i nuovi partiti di estrema destra in quella nazione».

Come si spiega la disaffezione della Polonia nei confronti dell’Europa?
«Quando la Polonia entrò in Europa nel 2004 ci fu una grande festa collettiva. Ma oggi questo Paese non ha più fiducia nell’Europa, e anche i giovani la guardano con grande diffidenza. Ricordiamo che Varsavia, città moderna con ottime università, deve molte delle sue infrastrutture all’Ue. Come faccio notare nel mio report, per strada ci sono più bandiere del Vaticano che europee».

Questo vento di destra proviene dai Paesi vicini?
«Sicuramente la Polonia è un paese commercialmente e politicamente legato al “Visegrad” (l’alleanza tra Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, ndr). Ma se allarghiamo il quadro generico questo “sentimento” di chiusura è presente in tutta Europa. La paura dei polacchi di un’invasione è molto strana: negli anni precedenti si sono verificate migrazioni dall’Ucraina e dalla Cecenia, ma per strada è difficile incontrare persone di colore. I giovani non sono razzisti, ma c’è la paura di dover affrontare una situazione come quella italiana. Poi, se si va ancora più a destra, ci sono anche partiti con sentimenti xenofobi, frange limitate e circoscritte che però non bisogna sottovalutare».

Al governo c’è il Pis, che si definisce cattolico. La Chiesa dove si schiera?
«La Chiesa è molto ascoltata. Alcuni dicono che i giovani si siano allontanati dalla religione, ma non è così. In Polonia la Chiesa è al centro di tante vicende, più che in Italia. Molti mi hanno raccontato che all’interno delle chiese stesse si possono ascoltare prediche che rivendicano le radici polacche. Diciamo che la Chiesa va su un binario più conservatore che nazionalista. Poi ci sono anche diversi sacerdoti che invece si fanno portavoce del nazionalismo».

Si è parlato tanto anche di aborto.
«Sono arrivata in Polonia poco dopo la “Czarny Protest” (“Protesta in nero”, ndr). Nell’ottobre del 2016, migliaia di donne sono scese in piazza contro un disegno di legge, presentato dal PiS, che avrebbe di fatto reso l’aborto illegale nel Paese. Parallelamente, ho incontrato molte ragazze fortemente contrarie all’interruzione della gravidanza. Ho potuto quindi toccare con mano una doppia anima, conservatrice e progressista»

Cosa potrebbe succedere se la Polonia uscisse dall’Unione europea?
«Sarebbe un grave danno per un Paese che ha resistito alla crisi anche grazie all’Ue. Per loro uscire sarebbe un danno economico, un vero e proprio boomerang. Discorso diverso per l’euro: la Polonia non è nell’euro e secondo alcuni questo l’ha tenuta al riparo».

Il vento polacco può arrivare anche in Italia?
«In parte è già arrivato. Non nei numeri che ci sono in Polonia, ma con le dovute differenze può sbarcare anche in Italia. In tutta Europa stiamo assistendo a un vento di destra e di nazionalismo, che a volte diventa xenofobia. Anche in Italia questi movimenti estremisti sono in evoluzione».

Che idea si è fatta della Polonia, dopo il suo report?
«Mi ha dato l’impressione di un Paese con grandi ferite, l’ho percepito soprattutto dall’umore. Ma è anche una nazione che sta facendo bene in Europa. Uno stato molto giovane, con un grande passato e un grande presente, che ha un atteggiamento propenso alla chiusura, forse per difesa. Se devo dare un’immagine, penso alle mura di Varsavia, che la chiudono nelle paure dell’immigrazione, dell’Ue, del cambiamento e dell’accogliere nuove etnie».

Alessandro Venticinque

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