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Storie di sport – Nuvolari, Ferrari e la canonica di Villa Ospizio

Villa Ospizio non è il nome di un comodo residence per anziani bensì una frazione (nota anche come ospizio) del Comune di Reggio Emilia dove si consumò una delle pagine più importanti della storia dell’automobilismo mondiale ad oggi, ahimè, sconosciute ai più. Era il 3 maggio del 1948 e stava per concludersi la quindicesima edizione della “Mille Miglia” (la gara su strada più importante d’Italia e, forse, del Mondo), i cui anni erano ormai contati dopo che un terribile incidente a Guidizzolo, nel 1957, ne avrebbe decretato per sempre la fine, perlomeno a quei livelli di competitività. La Ferrari era una realtà emergente e, pur con un solo anno di vita (essendo stato ufficialmente fondata nel 1947) già Factory in grado di licenziare bolidi capaci di vincere in ogni
condizione ed Enzo Ferrari, il suo fondatore, con all’orizzonte la tragedia della morte del figlio Dino ed alle spalle lutti e sofferenze indicibili (avendo perso i genitori, il fratello maggiore, e tutti gli amici più cari, ed essendo transitato attraverso due Guerre Mondiali), si era lanciato nella nuova avventura imprenditoriale con la grinta e l’entusiasmo di un emergente. Nuvolari, a lui ben noto compagno di grandi avventure automobilistiche nel ventennio all’Alfa Romeo, era invece un uomo di cinquantasei anni, malato, irrimediabilmente piegato dal destino che gli aveva portato via gli unici due figli e, apparentemente, non più in grado di competere con i migliori. Proprio quest’ultimo, definito da Ferdinand Porsche «il più grande pilota del passato del presente e dell’avvenire» e, decenni dopo, in una celeberrima intervista con Enzo Biagi, giudicato «il più coraggioso di sempre» dello stesso Enzo Ferrari, aveva bussato alla porta del costruttore di Maranello chiedendo una fiducia che nessuno più sembrava in grado di concedergli. Ma Ferrari, con la tipica follia del genio, quella stessa follia che trent’anni più tardi lo avrebbe spinto ad affidare la vettura di Niki Lauda ad uno sconosciuto pilota canadese di motoslitte, un certo Gilles Vlleneuve, gli diede una sua macchina: la 166 SC. E Nuvolari come lo ripagò? Come disse Ferrari, nel suo libro “Piloti che Gente”, travolse tutti con un fantastico volo da Brescia, giù fino a Roma, e su, fino a Reggio Emilia, ridando entusiasmo e fiducia ad un’Italia ancora ferita dalla Seconda Guerra Mondiale che trovava negli eroi dello sport un nuovo stimolo per sopravvivere e per tirare avanti. E così, novello semidio greco, egli seppe entusiasmare quel popolo annichilito a dispetto di tutto e di tutti, del sedile del meccanico smontato e abbandonato, di un parafango perso per strada, e di una rottura della cinghia di chiusura del cofano motore che, alla fine, fu rimosso esponendo il propulsore della sua Ferrari a una pioggia battente sotto la quale il motore, come per magia, continuò a palpitare senza mai spegnersi. Sembrava che nessuno, neppure il Diavolo in persona, potesse fermare il “Mantovano Volante” ma, una sbandata di troppo determinò la rottura di una balestra proprio in quel di Reggio Emilia quando, sempre per parola di Ferrari, Nuvolari appariva lanciato verso una vittoria che avrebbe meritato più di chiunque altro. La gara non poteva più proseguire e il leggendario pilota, stremato, chiese e ottenne un po’ di ristoro sul letto della Canonica della Frazione del Comune di Reggio Emilia che abbiamo menzionato all’inizio di questo pezzo. Qui, da Modena, Enzo lo raggiunse: il più grande costruttore di automobili sportive del Mondo e il più grande pilota della storia uno di fianco all’altro, sullo stesso letto, in silenzio. Ferrari, per rompere il ghiaccio, scelse parole di circostanza per il suo pilota: «Coraggio Tazio, sarà per l’anno prossimo!» ma Nuvolari era ben consapevole del suo destino e di quella che sarebbe stata l’ultima grande impresa della sua vita, paradossalmente non culminata in vittoria, e gli rispose: «Ferrari, giornate come queste non ne tornano molte alla nostra età: cerca di gustarle fino in fondo se ci riesci». Non sappiamo se Tazio fosse veramente riuscito a gustare quell’impresa o se, da vincente quale era, fosse in lui prevalso il senso del rammarico per un’incredibile occasione persa: a noi resta l’immagine dei due soli, uno al fianco dell’altro, nella povera semplicità di un’anonima Canonica sperduta nella campagna emiliana.

Silvio Bolloli

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