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“Voce” compie 140 anni – Quello che abbiamo da dire ha a che fare con Gesù Cristo

Il 9 gennaio 1879, era un giovedì, esce il primo numero di “Verità e Fede”, neonato organo di stampa della diocesi di Alessandria nato per volontà dell’allora vescovo della città, monsignor Pietro Giocondo Salvaj. Da allora sono passati 140 anni, e il settimanale, dopo diversi cambi di testata e non poche difficoltà (tra le tante, una chiusura imposta dal regime fascista nel 1940), è giunto fino a noi, nel 2019, come “Voce Alessandrina”. Erede di questa tradizione, umana e giornalistica, è oggi il nostro vescovo, monsignor Guido Gallese. Gli abbiamo chiesto che cos’è per lui oggi il settimanale diocesano, e quale utilità può avere nel “cambiamento d’epoca” (citando papa Francesco) in cui ci troviamo a vivere.

Eccellenza, che cosa rappresenta per lei “Voce”?
«La vivo come una responsabilità, perché raccolgo una storia che è frutto di diversi talenti messi a servizio della comunità, desiderosi di comunicare un messaggio importante, frutto dell’impegno e dello sforzo di tante persone. Ecco, direi che di fronte a questa responsabilità si potrebbe avere una posizione di carattere semplicemente “legalistico”, nel senso di portare avanti una iniziativa che c’è da tanto tempo… ma non è così».

Ci può spiegare meglio?
«Il vero atteggiamento responsabile è quello di sapersi interrogare nuovamente, per vedere come questo messaggio si incarna oggi nella nostra storia e nel nostro tempo, e come può essere portato avanti nell’incarnazione più consona al suo contenuto. E devo dire, tra l’altro, che è proprio in quest’ottica che prima di Natale abbiamo vissuto un momento importante: la fusione tra la cooperativa “Voce Alessandrina” e la cooperativa “Radio Voce Spazio”».

Con quale scopo?
«Abbiamo voluto rispondere a questo criterio: c’è un messaggio da comunicare, lo stiamo facendo da 140 anni. Ma i tempi sono cambiati, e dunque dobbiamo nel 2019 comunicare passando attraverso diverse modalità di “trasmissione”. E dobbiamo farlo anche nel modo più efficace possibile, innanzitutto dandoci un coordinamento e muovendoci insieme: cosa che adesso è strategicamente importante e fondamentale. La fusione è il frutto di un cammino cominciato qualche tempo fa, ed è figlia di una storia iniziata ben 140 anni fa. Tra l’altro, è lo stesso cammino che ha compiuto anche la Santa Sede, che è arrivata, in modo più o meno contemporaneo a noi, alle medesime conclusioni. Nel nostro caso abbiamo messo a confronto l’esperienza di comunicazione del settimanale con quella della radio: sotto la guida di Marco Caramagna prima e di Andrea Antonuccio poi, per Voce, e di don Ivo Piccinini per Radio Voce Spazio, abbiamo avviato una dialettica di collaborazione che è sfociata in un’unica struttura editoriale, per supportare diverse modalità comunicative. Senza escludere il mondo di Internet: siti, social e video».

Lei ha parlato di un “messaggio” da comunicare: ce lo può dettagliare?
«Come tutti gli esseri umani, noi abbiamo tante cose da comunicare, riguardanti l’uomo, la vita, la storia… la nostra specificità sta nel fatto che quello che abbiamo da dire ha a che fare con Gesù Cristo, ovvero con l’ingresso di un Dio che si incarna nella storia dell’uomo. È un messaggio che ci è ostico perché Gesù, sia ai tempi del suo percorso terreno, sia oggi nella vita della Chiesa, si pone con uno stile che sempre ci sorprende e in qualche misura va spesso controcorrente rispetto alle nostre percezioni istintive: va continuamente rivisitato e attualizzato nella nostra realtà. E i mezzi di comunicazione si configurano proprio come un luogo di rivisitazione e attualizzazione, per cogliere veramente i segni dei tempi. Ah, ancora una cosa…».

Prego!
«Vorrei dire grazie a tutti quelli che negli anni hanno reso possibile l’incarnarsi e il fluire di questa storia così entusiasmante. E faccio un augurio a chi è stato chiamato a questa responsabilità adesso, perché possa portare avanti l’avventura della comunicazione in modo sempre più intelligente e costruttivo».

Andrea Antonuccio

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