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Pastorale sociale e del lavoro – Quando la fraternità “ferisce”

“Fraternità che ferisce”: è questo il titolo dell’incontro con don Giulio Lunati, sacerdote della diocesi di Pavia, che si terrà venerdì 1° marzo alle 21, nella Sala Iris del Collegio Santa Chiara, in via Volturno 18 ad Alessandria. Ne parliamo con Roberto Massaro, direttore dell’ufficio della Pastorale sociale e del lavoro della nostra diocesi.

Roberto, qual è il compito dell’ufficio di Pastorale sociale e lavoro?
«Ben prima di attuare politiche specifiche di intervento, vuole essere un segno di attenzione della comunità cristiana e del suo vescovo nei confronti di quanto agita il cuore dell’uomo nel suo vivere sociale. Si tratta di un servizio immerso in una realtà dalle molteplici sfumature. Semplificando, però, potremmo dire che il suo primo compito è quello formativo, con l’obiettivo di far entrare in contatto le realtà ecclesiali, gli operatori socio-economici e le singole persone con le ricchezze della Parola di Dio e della Dottrina sociale della Chiesa».

Il titolo dell’incontro del 1° marzo è: “Fraternità che ferisce”. Di quale ferita, o di quali ferite, stiamo parlando?
«Il Papa nella Evangelii Gaudium al numero 92 così descrive la fraternità: “Il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano”. Per contro l’ultimo rapporto Censis, del dicembre scorso fotografa l’immagine di una società italiana disgregata, impaurita, incattivita, dunque una società più debole che talvolta stentiamo a riconoscere. Sono queste le ferite di una fraternità malata che richiede un supplemento di cura in ciascuno di noi».

Il sottotitolo è: “Violenza e riconciliazione nel Libro della Genesi”. Perché, parlando di lavoro, dovrebbe interessarci un tema di questo tipo?
«Non sono forse il lavoro e i rapporti sociali questioni che toccano da vicino e nel profondo l’umanità e la quotidianità di ciascuno  di noi? Non sono i grandi temi della giustizia e della pace, e l’attenzione verso il mondo che abitiamo (la nostra “casa comune”, secondo le parole di papa Francesco) argomenti che condizionano con forza le nostre vite? Dobbiamo essere consapevoli che la Parola di Dio ha a che fare con tutto ciò che è autenticamente e genuinamente umano. Per questo dobbiamo ritornare a leggere la Bibbia, codice universale dell’umanità, e a farci leggere da essa».

Qual è l’urgenza più rilevante che ti sembra di dover affrontare, in questo momento?
«L’Italia sta vivendo una “grave ora”. Accanto ai dati macroeconomici tendenzialmente negativi, non possiamo non notare con preoccupazione l’aumento del debito pubblico, l’assenza di un lavoro dignitoso per molti, l’aumento delle diseguaglianze, lo squilibrio demografico e un isolamento internazionale che non ci aiuta. A tutto questo la politica non sa fare altro che dare risposte rivolte soprattutto alla “pancia” degli italiani, a identificare nemici, a portare a vedere il diverso come ostile e a fondare il consenso sulla chiusura e la divisione. Per contro noto una difficoltà diffusa che riguarda le parrocchie, i gruppi, le associazioni e i movimenti nel generare coscienze rinnovate capaci di interpretare e vivere il cambiamento. Anziché spingere a uscire avendo dato gli strumenti per leggere i segni dei tempi, tendono a chiudersi in un cerchio protetto in cui lo strumento aggregativo diventa il fine. Gli appelli di papa Francesco e della presidenza della Cei ci esortano invece ad avviare percorsi di presenza rivolti non a occupare posti e posizioni, ma a generare processi partecipativi. Questa è una sfida che, nel centenario dell’appello ai “Liberi e forti” di don Sturzo, va raccolta e condivisa».

Andrea Antonuccio

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