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Identità: la ricerca della dignità e nuovi populismi

LA RECENSIONE

Il nuovo libro del politologo statunitense Francis Fukuyama

Il politologo Francis Fukuyama è diventato celebre per la sua riflessione del 1989 sulla “fine della storia”, secondo la quale l’evoluzione sociale avrebbe raggiunto l’apice con le democrazie liberali: egli stesso è consapevole di tale dato, come accenna nel suo ultimo libro, Identità, appena pubblicato da Utet (pp 236, euro 19). L’idea di fondo del testo è che la «domanda di riconoscimento della propria identità è un concetto base che unifica gran parte di quanto sta accadendo oggi nella politica mondiale» (p. 15). Dichiarando che la domanda di riconoscimento supera le questioni meramente finanziarie Fukuyama supera il modello di razionalità economica assoluta, per cui l’essere umano è solo un massimizzatore di utilità; al contrario, ogni persona vuole che sia riconosciuta la sua dignità. È stata la tradizione cristiana a valorizzare la libertà di scelta di ogni individuo mettendo in rilievo la capacità di decisione verso il bene: «Essere poveri significa essere invisibili agli esseri umani propri simili» (p. 96).

Da qui deriva un suggerimento del volume, forse ripreso da papa Francesco: fare l’elemosina a un mendicante senza guardarlo in faccia vuol dire alleviare il suo bisogno materiale «senza però riconoscere la comune umanità» (p. 100). Per questa correlazione tra reddito e dignità segue che «una cosa come un reddito universale garantito come soluzione alla perdita di posti di lavoro in seguito all’automazione non procurerà la pace sociale né renderà felice la gente» (p. 100). La questione dell’identità oggi è universalmente e intensamente sentita poiché riguarda la sicurezza fisica, la qualità del governo, l’agevolazione dello sviluppo economico, la promozione della fiducia, il mantenimento delle reti di protezione sociale per contrastare la diseguaglianza. Analogamente le identità nazionali sono state create attraverso trasferimenti di popolazione, spostamento delle frontiere per adattarle alle preesistenti popolazioni, assimilazione delle minoranze nella maggioranza etnica o linguistica, rimodellamento dell’identità nazionale. Conclude saggiamente il libro che «le identità che albergano nel nostro profondo non sono né invariabili né necessariamente fornite dalla contingenza della nostra venuta al mondo. L’identità può essere usata per dividere, ma anche, come è successo, per integrare. Questo, in ultima analisi, sarà il rimedio contro le politiche populiste del presente» (p. 197).

Fabrizio Casazza

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