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Alla scoperta della nuova Lettera Pastorale

 L’Apocalisse: libro di profezia, stile di vita

Carissimi, la lettera pastorale di quest’anno sarà un po’ inusuale per oggetto e modalità. Per l’oggetto, il libro dell’Apocalisse: è l’unico libro profetico del Nuovo Testamento e, a causa del suo genere letterario (apocalittico, appunto: denso di immagini e simboli) è di difficile comprensione. Per giunta molte interpretazioni, soprattutto di stampo millenaristico, destano perplessità e tuttavia catturano a livello istintivo una buona parte di fedeli.

La fatica di contrapporne altre sane e coerenti fa sì che si cada facilmente nella tentazione di soprassedere e di occuparsi di altro, rendendo ancora più difficile la soluzione del problema dell’interpretazione del testo. […] Per la modalità: lo scopo di questa lettera pastorale non è quello di elencare una serie di cose da fare, ma di far “entrare” la nostra Chiesa nell’Apocalisse. Vogliamo assumere come Chiesa il desiderio di trovare in questo testo profetico il nostro posto e di assumere la dinamica di vita che in esso è proposta.

  • Cap. 1 – La profezia
  • Cap. 2  – Il significato
  • Cap. 3 – L’Apocalisse come liturgia
  • Cap. 4 – Le sfide affrontate
L’Apocalisse è dunque un testo profetico. Ma cosa vuol dire? Abbiamo nella testa l’idea che il profeta sia una persona capace di predire in nome di Dio l’accadere di cose future. In realtà la profezia nel mondo biblico si discosta molto dalla chiaroveggenza del mago: il profeta ha il suo primo compito nel leggere il proprio tempo presente alla luce della Parola di Dio. Talvolta non si limita a questo, ma parla di qualcosa che sta nel futuro rispetto a lui.

Prendiamo il primo esempio di profezia realizzata nel Nuovo Testamento: Mt 1,22-23. “Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”. Questo testo dunque è la realizzazione della profezia di Isaia (Is 7,10-17): leggiamola. “10 Il Signore parlò ancora ad Acaz: 11«Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». 12 Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». 13 Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio?

Dunque: come va a finire la Bibbia? È una domanda alla quale difficilmente si trova un cristiano che sappia dare una risposta con cognizione esatta della questione. La narrazione ci dice che l’Agnello è stato immolato ed è risorto, dopo di che la storia continua il suo corso con i suoi potenti, re, mercanti, signori, prostitute, condottieri, eserciti, guerre. Nulla sembrerebbe cambiato salvo il fatto che la vittoria dell’Agnello e dei suoi angeli nei cieli apre la porta anche alla vittoria sulla terra, sebbene questo, lì per lì, non sembri.

Ma la storia fa il suo corso e colui che è seduto sul cavallo bianco ed esce vittorioso per vincere ancora, il Re dei Re e Signore dei signori, il leone della tribù di Giuda, l’Agnello, il fedele e veritiero, che giudica e combatte con giustizia, il Verbo di Dio, riesce a far sì che la volontà di Dio sia fatta come in cielo così in terra. Il modo in cui questa trasposizione di luogo accade non è immediatamente chiaro, tuttavia il testo si svolge narrativamente su due piani differenti: quello celeste e quello terrestre. Quello celeste è dominato dalla Liturgia e continua a produrre delle interazioni sempre più consistenti con il piano terrestre, fi no alla completa realizzazione del disegno di Dio.

L’Apocalisse è concepita come una grande Liturgia nella quale c’è una Liturgia della Parola, in cui le Chiese si confrontano con ciò che lo Spirito dice loro; e una Liturgia Eucaristica, aperta dall’Agnello, nella quale non si è chiamati ad una semplice riflessione e ad un cambiamento, ma gli eventi vengono condotti ad una soluzione che attua il disegno di Dio nella storia: l’Agnello infatti, quando rompe il primo sigillo, introduce subito l’ingresso in scena del cavallo bianco. “Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora”.

Questo cavaliere è Cristo stesso che tornerà in scena più avanti: “E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile ad un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata”. […] Dunque l’Agnello introduce il senso della storia presentando la vittoria del Cristo morto e risorto, quel Cristo che poi appare in un atteggiamento di signoria, pronto a mietere le nazioni: la visione si concretizza con l’introduzione dei sette flagelli che culminano con la distruzione di Babilonia, la grande prostituta. Si giungerà così alla preparazione delle nozze dell’Agnello

Parlare dunque di sfide pastorali da affrontare alla luce dell’Apocalisse sposta il nostro problema da una disquisizione puramente sociologica, teologica, psicologica, antropologica o quant’altro ad un piano in cui provochiamo Dio all’azione con la nostra preghiera liturgica. Sembra teoria, ma non lo è. È l’Apocalisse. È lo stile della Chiesa apostolica. Grande impressione mi ha fatto il nostro pellegrinaggio in Grecia dal 27 maggio al 2 giugno. Abbiamo seguito il secondo viaggio missionario di S. Paolo, quello che lo ha portato alla famosa esperienza di Atene e Corinto, che era oggetto della lettera pastorale dell’anno scorso.

[…] Un altro esempio che mi ha toccato personalmente: il cammino di S. Marco. Sono partito afflitto da tante preoccupazioni per la nostra diocesi e per situazioni molto delicate. […] Tornando a casa ho constatato che qualcosa era stato risolto, ma non da me e contro ogni mia umana speranza. “Entrare” nell’Apocalisse significa guardare in modo diverso alle nostre sfide pastorali: con uno sguardo più verticale, nel quale ci preoccupiamo meno di trovare la soluzione noi (quasi che lui non potesse agire se non esclusivamente attraverso la nostra azione) e un po’ di più di chiederla a Dio.

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