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Roma val bene una carbonara

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E pure una gricia… Alla scoperta delle tavole capitoline

Tanti, tra noi piemontesi, sono soliti recarsi a Roma almeno una volta l’anno, per i motivi più disparati. Diversa ed impossibile da paragonare alle altre perle turistiche del nostro bel Paese, la capitale ha un dna gastronomico tutto suo, che le deriva sicuramente dalla sua storia, ma anche dalla “romanità” che la pervade, rendendola unica, inimitabile e pressoché impermeabile alle mode.

Recentemente mi sono imbattuto nella sublimazione della carbonara (“codificata”, si badi, definitivamente nei suoi quattro elementi – uovo, guanciale, pecorino e pepe – solo verso la fine del secolo scorso) seduto alla Trattoria “Da Danilo” (via Petrarca 13; tel. 0677200111), un compendio di classicità e tradizione, che si declina in tonnarelli cacio e pepe da applauso, nelle polpette alla amatriciana, nelle costolette di agnello scottadito, nella trippa alla romana. Vicino a Villa Doria Pamphilj, nel quartiere Monteverde, la storica trattoria “Da Cesare” (via del Casaletto 45; tel. 06536015) emoziona con la pasta (il formato è a discrezione dell’avventore) alla gricia, tonnarelli cozze e pecorino, i fritti della tradizione (filetto di baccalà, il fiore di zucca con mozzarella e alici, i supplì) e poi una coratella eccezionale, quasi elegante nella sua imponenza di sapori. A tutto ciò si aggiunge una carta dei vini veramente da encomio (probabilmente la migliore tra tutte le trattorie romane) ed un piacevole dehors nella bella stagione.

Nel cuore dell’urbe a pochissimi passi da Montecitorio “Da Gino al Parlamento”, altrimenti conosciuta come la trattoria del Cavalier Gino, (vicolo Rosini 4; tel. 066873434) costituisce una visita obbligata, quasi “istituzionale”: qui, in due piccole salette, vi è un via vai continuo di gourmet (politici, turisti dal palato fine, giornalisti, attori e gente comune) e trovare un posto è un’impresa. Prenotate anzitempo per apprezzare l’eredità lasciata ai fornelli e in un’ospitalità da manuale dal Cavalier Gino Del Grosso ai suoi figli, Carla e Fabrizio, e ad una squadra di camerieri altamente professionali nella loro inimitabile simpatia. Indimenticabili rigatoni alla gricia, un’armonica trippa alla romana, esemplari puntarelle in salsa di alici, un ottimo tiramisù. Sarà anche per questo che il presidente Pertini amava particolarmente questo luogo (qui ricevette la telefonata della sua avvenuta elezione): come dargli torto?

Roberto Formica

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