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L’Avvento, una luce da tenere accesa

Vescovo Guido

«L’offerta amorosa della vita è l’unica cosa che rende felici»

Eccellenza, l’anno scorso qui sulle pagine di Voce lei aveva espresso un auspicio per l’Avvento: «Io desidero vedere l’incarnazione di Dio e del Vangelo nella Chiesa alessandrina». A che punto siamo?
«Se devo dire la verità, a me sembra che questa incarnazione stia avvenendo. Parlando nel linguaggio di papa Francesco, si stanno instaurando dei processi di comunione, di corresponsabilità e di condivisione che mi fanno ben pensare. Rispetto all’anno scorso, siamo in una situazione peggiore dal punto di vista pastorale: i cambiamenti e gli spostamenti hanno visto un’ulteriore contrazione del clero rispetto al passato. Io non oso nemmeno pensare all’emozione che potrò provare un giorno, se mi capiterà di trovarmi nello stato in cui avrò più preti di quelli che mi sarebbero necessari in diocesi (sorride)».

Lei pensa che potrebbe accadere, un giorno?
«Il terreno vocazionale è fertile, però dobbiamo fare i conti con il fatto che ci sono stelle che nascono e stelle che muoiono. Un esempio? Sono stato a Pra’d Mill, monastero nato dall’Abbazia di Lérins. A Pra’d Mill ho trovato 13 monaci giovani, a Lérins ne ho trovati di meno e, oltretutto, più anziani. Come mai ci sono posti dove le cose si contraggono, e posti invece in cui si espandono? Questo è il grande mistero che sto contemplando nell’Avvento. La venuta del Signore, che è una luce che brilla da 20 secoli sulla storia dell’uomo, mi fa venire in mente il presepe, in cui splende la luce fissa di Cristo, ma ci sono anche le lucine che si spengono e si accendono. Sono due ordini di grandezza diversi. E in questo accendersi e spegnersi delle luci, la Chiesa veramente continua a essere segno efficace (ovvero sacramento) di salvezza per il genere umano. Quindi l’Avvento a me fa pensare alle nostre “luci”: a come renderle stabili, a come fare in modo che non si spengano. E, se si spengono, che ce ne siano altre che si accendono al loro posto. Tutto passa, ma il Signore resta. Così l’Avvento richiama questa luce che dobbiamo sempre tenere accesa».

Avvento come festa della luce, insomma.
«L’Apocalisse ci raffigura le Chiese come lampade: “E, come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo”. Il richiamo che fa Gesù è: “Voi siete la luce del mondo”. Il Natale mi sta interrogando molto dal punto di vista del nostro essere luce. Questa luce, che va tenuta accesa, come ci racconta Gesù nella parabole delle dieci vergini, è la luce della nostra carità. E la nostra carità, al di là dei gesti più eclatanti, è intessuta di una quotidianità che può sembrar banale ma che è veramente il luogo del dispiegarsi della nostra umanità. Io sono di origine scout, ho sempre fatto molto servizio. Mi ricordo come mia madre mi mettesse alle corde sul fatto che io andassi fino alle Nasche, sulle alture di Genova, a fare il doposcuola a dei ragazzi che avevano problemi con la matematica, ma nello stesso tempo faticassi a sparecchiare a casa (sorride). La trama della nostra vita, nella sua banalità, dovrebbe essere intessuta di tanto amore, cioè essere trasformata in un’offerta amorosa. Questa cosa la sto gustando sempre di più: l’offerta amorosa della mia vita è l’unica cosa che mi realizza, rendendomi veramente felice! Ma questo è possibile soltanto in un contesto comunitario, nel quale smettiamo di guardare l’altro come un problema, ma impariamo ad accoglierlo come un dono».

Andrea Antonuccio

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