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“V” per misericordia

Il #granellodisenape di Enzo Governale

Dentro i fatti

Durante la serata di venerdì 14 febbraio in una discoteca alessandrina due gruppi di ragazzi, uno di Alessandria, l’altro di Felizzano, hanno un diverbio. Il giorno dopo quelli di Alessandria, alcuni 18enni e altri minorenni, partono in direzione Felizzano per cercare vendetta. Arrivati alla stazione, armati anche di spranghe, danno inizio alla rissa. In mezzo finiscono anche alcuni genitori. All’arrivo delle Forze dell’ordine molti tentano la fuga per non essere riconosciuti. Il bollettino dice: due feriti lievi e 20 identificati.

Che cosa ci dicono?

Il perdono è un cammino che inizia da piccoli e che diventa vivo solo quando si fa misericordia

«Voi avete udito che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra». Facile tirare fuori questa frase davanti a un episodio di vendetta. Facile chiedere di porgere l’altra guancia tanto, caro Gesù non è la tua. Partire da una città, armarsi, prendere un treno, andare in piazza e cercare la persona che ti ha offeso per applicare la tua vendetta, contiene in sé una freddezza e una motivazione che forse solo un adulto riuscirebbe a mantenere per tutto quel tempo. E invece quei giovani che si sono resi protagonisti del pestaggio a Felizzano erano minori o poco più, e la cosa mi ha veramente sconvolto. Subire un torto non è cosa da poco, ci offende, ci ferisce. Ma come si misura?

Intanto veniamo “messi sotto” (sub-ire) dall’altro, che ci costringe a vivere un’esperienza che viola la nostra dignità sulla base delle regole che abbiamo deciso essere il codice della nostra vita. Questo vuol dire che per me uno sguardo torvo può non avere importanza, mentre per un’altra persona può essere un’offesa così grave da far scaturire subito un desiderio di vendetta, un’emozione che nasce quando siamo vittime di un’ingiustizia. Così mi chiedo, cosa accadrebbe se la regola fosse l’amore? Si può spegnere il desiderio di vendetta e perdonare chi ha commesso un torto? La capacità di perdonare si sviluppa in base alla nostra “morale”, cioè quello “stomaco” tramite il quale la persona, diventando adulta, interiorizza un insieme di valori e norme di comportamento come punti di riferimento per la propria vita. Si inizia a “nutrire” quello stomaco da piccoli, quando la morale è motivata da un meccanismo elementare di premio e punizione; crescendo poi si coinvolgono l’interesse altrui e il proprio e quindi prevalgono valori e aspettative della famiglia e della comunità sociale, fino a un livello di maturità, e quindi di consapevolezza, in cui ci nutriamo di principi etici condivisi e se vogliamo più “alti”. Purtroppo, siamo abituati a sentir parlare di morale solo a questo livello, ma è solo la punta dell’iceberg. Non possiamo pretendere che qualcuno possa “porgere l’altra guancia” se non ha mai vissuto le regole come tramite per un premio, ma solo come rischio di una punizione.

Nella mia vita ho incontrato tre tipi di perdono: la vendetta “camuffata da perdono” che arriva solo dopo la giusta punizione, il perdono “riparativo” che arriva dopo aver riparato al torto commesso e il perdono “incondizionato”, un perdono d’amore che parte dall’anima della vittima e non dipende da ciò che si aspettano gli altri. Devo dirvi però, che l’unico perdono che mi ha veramente cambiato la vita è stato avere avuto “misericordia” di me stesso: solo così ho potuto far entrare nella mia vita la misericordia di Dio. Il perdono è un cammino che si intraprende da piccoli e che diventa vivo solo quando si fa misericordioso, quando diventa relazione con l’unico capace di amore incondizionato, diventato uomo per stare vicino al nostro cuore, al cuore dei miseri.
«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

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