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Calciatori e sindacato tra privilegi e “lagne”

“La testa e la pancia” di Silvio Bolloli

Non c’è niente da fare, quanto più il calcio regala impagabili soddisfazioni attraverso le abilità degli atleti, le loro prodezze, l’imprevedibilità dei risultati e l’emozione di imprese al di là di ogni aspettativa, tanto più, con svizzera puntualità, accade qualche episodio che fa crollare la poesia dei momenti migliori e mette in subitanea difficoltà anche i più coriacei entusiasmi.

Una volta è lo scandalo delle scommesse (evento che ciclicamente si ripete, almeno qui in Italia, ad ogni decennio), un’altra sono i presunti favoritismi arbitrali o le clamorose irregolarità contabili, con annesse inchieste giudiziarie, un’altra ancora le lagnanze dei presidenti o le bizzarrie dei giocatori (leggi anche Quei presidenti controcorrente). Ma questa volta, almeno per quanto attiene al mio modestissimo ed assai opinabile punto di vista, ho la sensazione che si sia superato ogni limite.

Lunedì, infatti, si è riunita l’assemblea di Lega che, almeno fintanto che non si sarà ripreso a giocare, ha deliberato il taglio di un terzo delle retribuzioni dei nostri eroi domenicali: e quale è stata la reazione del Sindacato dei calciatori, nel caso di specie rappresentato da Damiano Tommasi (nella foto), uomo che ho sempre stimato, e da un mio esimio collega, l’avvocato Umberto Calcagno, a sua volta ex giocatore? In pochissime parole: sdegno totale condito dal ricorso ad un attributo quale “vergognoso” a definire l’accordo raggiunto in Lega, sì, a loro avviso vergognoso perché viziato dalla mancanza di assenso dei giocatori.

Facciamo pure una premessa, cioè a dire che a nessuno fa piacere vedersi decurtare gli emolumenti, ma se mi fermo solo un attimo a riflettere sulla crisi che stanno attraversando molti piccoli e medi imprenditori italiani, sgomenti poiché non sanno quando finirà questo periodo né se mai riusciranno a rialzare la serranda delle loro attività; se penso ai dipendenti collocati in cassa integrazione, o addirittura a rischio licenziamento.

Se guardo all’indecoroso trattamento dispensato perfino ai magistrati onorari (i quali si son visti proporre un’indennità di 600 euro) e se poi rapporto tali pensieri alle sontuose retribuzioni dei calciatori di Serie A, i più poveracci tra i quali non scendono mai al di sotto dei centomila euro annui (ed alludo all’ultimo panchinaro di provinciali quali Brescia o Atalanta), allora mi vien da dire che il termine “vergogna” è certo corretto ma a condizione che sia profferito da qualcuno di quelli che si stanno lamentando mentre si sta guardando allo specchio.

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