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«In tempo di coronavirus, a risentirne di più possono essere proprio i giovani»

Intervista ad Angelo Teruzzi dell’ufficio scolastico della diocesi

Nel caos che il coronavirus ha provocato, inevitabilmente, anche la scuola ha dovuto rivedere le proprie modalità. Istituti chiusi, didattica a distanza, interrogazioni su Skype e non solo… Abbiamo chiesto ad Angelo Teruzzi, professore in pensione e direttore del Servizio Diocesano per la Pastorale scolastica e dell’insegnamento della religione cattolica (leggi anche Il crocifisso, simbolo di libertà), di raccontarci come questa emergenza stia cambiando (anche in positivo) il mondo dell’istruzione.

Professor Teruzzi, com’è ripartita la scuola dopo la chiusura?
«Inizialmente chiudere le scuole poteva sembrare una decisione provvisoria, ma si è subito capito che il periodo si sarebbe prolungato e sono emersi diversi problemi dovuti alla situazione emergenziale a cui si è dovuto far fronte: ovviamente problemi in rapporto agli apprendimenti e alle valutazioni, cioè come arrivare a concludere l’anno scolastico, ma anche problemi in rapporto alle famiglie, perché il fatto che ragazzi e bambini stiano in casa comporta grandi questioni per la vita familiare. Le istituzioni scolastiche si sono adeguate sfruttando tutti gli strumenti comunicativi a disposizione. Così, in questa emergenza, la didattica a distanza (DaD, ndr) è diventata la risorsa principale a cui fare ricorso».

Sta funzionando?
«La scuola italiana è molto variegata. Certo, questa situazione ha costretto istituti e insegnanti a un aggiornamento, là dove competenze e strumenti non erano ancora adeguati. Sento, dai docenti con cui sono in contatto, che è stato fatto un grandissimo lavoro di adeguamento, con punte molto positive ma anche con lacune e carenze. La didattica a distanza è diventata la sfida principale e devo dire che i dirigenti, in generale, si sono messi in moto stimolando e aiutando i propri docenti. Quella di usare strumenti informatici è una grande sfida che va fatta con competenza e criterio».

Ma come diceva lei, la scuola italiana è molto variegata…
«Infatti ci sono scuole in cui mi sembra si stia esagerando: gli studenti, tra videolezioni e compiti vari, sono ancora più impegnati rispetto a quando erano in classe. Mentre in altre situazioni ci sono carenze di strumenti, molte famiglie non sono dotate di computer o tablet per far lavorare da casa i propri figli e quando i figli sono due o tre connettersi tutti insieme diventa ancora più complicato. Teniamo presente che la DaD non sostituisce il rapporto personale tra insegnanti e studenti. Quindi, bisognerà valutare questa esperienza e armonizzarla con i momenti della didattica in presenza: questa sarebbe forse una strada molto interessante».

È cambiato qualcosa con la didattica a distanza?
«Tra le novità vorrei rilevare che, forse per la prima volta in modo così significativo, si ha un notevole coinvolgimento delle famiglie che vedono da vicino il lavoro scolastico dei propri figli, possono interessarsi, intervenire, aiutare e attivare un rapporto più frequente con gli insegnanti, se questi si rendono disponibili. Tutto ciò non è senza problemi, ovviamente, ma può essere uno sforzo significativo di avvicinamento della scuola alla realtà quotidiana degli studenti e delle famiglie. Una seconda osservazione: la chiusura delle scuole ha “tolto” gli studenti dal loro ambiente abituale e ha posto il problema della valorizzazione del tempo, del mantenimento dei rapporti con gli altri e di una formazione che non li privi del contatto con la realtà. Forse sono proprio le nuove generazioni a rischiare maggiormente nel tempo del coronavirus…».

Gli insegnanti di religione come vivono questo periodo?
«Per gli insegnanti di religione, come in generale per tutti i docenti, c’è un grande impegno e una grande fatica che forse l’opinione pubblica non percepisce, mentre è più immediato coinvolgersi con gli sforzi di chi è in prima linea nella lotta al Covid-19 come medici e infermieri. Non si tratta solo di aggiornamento nell’uso degli strumenti didattici, che già di per sé è impegnativo, ma di porsi in modo nuovo e più stringente le domande fondamentali: come dev’essere la scuola in questa situazione e in che modo affrontare il problema educativo? Oggi, chi rischia di “rimanere indietro” sono i ragazzi e i giovani: essi hanno meno probabilità di essere contagiati dal virus, ma si sono visti cambiare le modalità di rapporto con amici, adulti, famiglia. Per questo penso che gli insegnanti abbiano un grande compito, cercando di capire la loro situazione, di ascoltare, aprire e accompagnare prospettive di crescita a partire dalle loro risorse interiori».

Come Ufficio scolastico della Diocesi cosa avete organizzato?
«Otre alla chat in cui gli insegnanti comunicano tra di loro e ricevono le informazioni essenziali relative alla loro professione e alla vita della nostra Diocesi, come Ufficio scolastico abbiamo creato il blog Irc.diocesialessandria.it. Si tratta di uno strumento iniziale, in cui vengono messi materiali utili per la didattica, e gli insegnanti possono scambiarsi esperienze di lavoro e aiutarsi nella ricerca di materiali».

Da questa situazione ne usciremo migliorati?
«Questa crisi di per sé non fa diventare migliori o peggiori. È il modo con cui viene affrontata che ci cambia. Può essere un’occasione anche di peggioramento… Ma se viene affrontata cercando i fondamenti veri della convivenza e di significato della vita, allora questo tempo di prova diventa un aiuto alla crescita. Nelle quotidiane pillole contro il coronavirus, il nostro Vescovo ci richiama spesso alla disponibilità a guardare nella direzione giusta, ovvero a convertirci. Non esiste una parola più chiara per dire il compito e la sfida a cui ciascuno è richiamato, sempre».

Alessandro Venticinque

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