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Portare Cristo nella periferia di Napoli

Intervista a don Doriano De Luca di Capodichino

«La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi». Queste sono le parole di don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe (Caserta) assassinato dalla Camorra nel 1994. Anche oggi, proprio con il suo esempio, molti sacerdoti vanno avanti nella lotta alla criminalità organizzata. Anche nelle periferie più complicate, anche dove diventa difficile parlare di legalità e onestà. Uno di questi è don Doriano Vincenzo De Luca (nella foto), 49 anni, della parrocchia Immacolata Concezione a Capodichino, quartiere di Napoli, che ricopre anche il ruolo di responsabile della comunicazione per la Diocesi partenopea, e vicedirettore del settimanale diocesano “Nuova Stagione”. «Sia chiaro, non sono un politico o un magistrato, ma resto un semplice sacerdote che cerca di portare le persone a Cristo» inizia così la nostra chiacchierata con don Doriano.

Don Doriano, cosa vuol dire essere sacerdote in un quartiere della periferia di Napoli?
«Significa cercare di lavorare molto sulla dimensione sociale del Vangelo, partendo proprio da un’attenta rilettura spirituale di tutte le azioni di Gesù. Purtroppo, capita spesso che le istituzioni facciano fatica a rispondere alle esigenze delle persone. I loro interventi sono mirati e parcellizzati, ma non curano la persona nella sua totalità. Le difficoltà sono tante, sicuramente il lavoro ma anche la scolarizzazione. Il quartiere di Secondigliano registra il maggior numero di abbandoni scolastici a Napoli… È evidente che questo rappresenti un grosso ostacolo per la formazione di una persona. Noi cerchiamo di contrastare queste difficoltà offrendo un supporto al quartiere. Abbiamo istituto una biblioteca: siamo partiti chiedendo alla gente di portarci un libro che avesse segnato la propria vita, e dietro a quei testi abbiamo scoperto tante storie. Mentre un gruppo di giovani studenti si prende cura del “Cortile dei gentili”, uno spazio in cui si cerca di entrare in dialogo con tutti coloro che sono lontani dalla Chiesa».

Come sta vivendo Napoli questa emergenza sanitaria?
«Sicuramente ha amplificato le difficoltà sociali. Molte persone hanno perso il lavoro, perché molti lavoravano in nero. In tempi “normali” abbiamo combattuto questo fenomeno, ma costituisce una modalità per portare un piatto caldo in tavola. Oggi però nemmeno questo è possibile. A queste famiglie si aggiunge chi ha un lavoro ma è fermo: penso ai piccoli artigiani o ai negozianti. Ma c’è un’altra difficoltà…».

Cioè?
«Questa zona vede una percentuale molto alta di anziani e bambini. Attenzione, non di giovani: perché molti vanno via dal quartiere o dalla città per lavoro. Queste due fasce d’età rappresentano le più sensibili. Da un lato serve sostenere il percorso scolastico dei bambini, dall’altro aiutare gli anziani, che senza la vicinanza dei parenti, vivono nella solitudine. Per i bambini abbiamo chiesto al quartiere di donare o prestare computer e tablet per poter seguire le lezioni. Mentre con la Caritas parrocchiale abbiamo attivato una rete di telefonate per sostenere e stare vicino alle persone anziane, che magari non soffrono la fame ma la solitudine».

Le famose “Vele” del quartiere di Scampia, Napoli

In questa situazione la Camorra ne approfitta?
«Non mi tiro mai indietro su questi temi. Sia chiaro, qui esiste un problema grosso e serio legato alla Camorra. Ma credo che le notizie e i servizi di questi giorni siano state un po’ strumentalizzate. Non focalizzerei l’attenzione sulla distribuzione della spesa, ma sulla liquidità. Un negoziante ha bisogno di liquidità per ripartire, e se lo stato non interviene donando soldi alle imprese, la criminalità organizzata si inserisce creando un terribile filo di usura. Però questo è un intervento che deve arrivare dall’alto, noi possiamo solo segnalare il problema, non risolverlo. Sull’aiuto concreto alle famiglie, con parrocchie e associazioni, siamo intervenuti. Ma se le istituzioni sono “lente” nell’aiutare anche queste zone, allora potremmo assistere a un intervento della criminalità».

Si sente la “mano” delle istituzioni in periferia?
«Quello che manca in queste zone è un maggior collegamento con il centro della città, in termini di servizi. Com’è possibile che nell’arco di un’intera giornata ci siano solo due pullman che portano in centro? Manca la vivibilità: se non ho un teatro, un cinema o una biblioteca, rischio di generale nei cittadini sconforto. Così, chi si sta costruendo un futuro e ha le basi lascia il quartiere o la città, mentre chi non riesce a reagire si abbandona alla criminalità. La città è come il corpo umano, non si può pensare la periferia come un parte estranea. Se non funziona la periferia, indubbiamente ne risentirà anche l’intera città. Da parte dei politici c’è una lettura miope… Mi spiace dirlo ma queste zone, in certi casi, vengono usate come serbatoio di voti. I servizi educano un cittadino al senso del bene comune, a un senso di appartenenza. Ma se non c’è concretezza la gente poi si “scoccia”».

Come si avverte la presenza delle mafie?
«La criminalità organizzata è presente sul territorio, questo è innegabile. Ma se stabiliamo i confini e teniamo una linea ben precisa, non veniamo infastiditi. Bisogna essere coerenti con le nostre azioni, annunciare il Vangelo, vivere nell’onestà e schierarsi dalla parte della legalità. Così la criminalità organizzata continua a fare le sue “cose”, ma comprende che oltre quel confine non può andare, perché non avrà mai terreno fertile».

Qui al Nord Italia la criminalità organizzata viene vista solo come una “questione” meridionale. È così?
«Le mafie sono presenti in tutta Italia. I giornali spesso non raccontano tutto, le criminalità sono a volte più forti nel vostro territorio rispetto che al Sud. Ovvio, l’illegalità può assumere facce diverse: più cruenta nelle nostre zone, mentre più legata all’economia e agli affari al Nord. Allora il messaggio che dobbiamo dare è quello di vivere da credenti nell’onestà della parola del Vangelo, e da cittadini seguendo la nostra Costituzione. Dobbiamo prendere delle decisioni chiare e certe. Non si può stare un po’ di qua e un po’ di là… ma serve costruire intorno a noi un terreno ampio per lottare contro la criminalità».

Don Peppe Diana, con la divisa da scout

Questo ricorda molto le parole di don Giuseppe Diana: «Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare».
«Certo! Quando la Camorra si trova di fronte a questo atteggiamento è chiaro che ha più difficoltà, comprende che certe cose non le può ottenere e non entra nemmeno in contatto. Il sacrificio di don Peppe è stato la salvezza anche per tanti sacerdoti. Possiamo definirlo un martire, perché grazie a quel sacrificio si sono incrinati i rapporti tra Camorra e Chiesa… hanno capito che certe cose non si possono più fare».

Alessandro Venticinque

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