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Don Andrea, le ragazze “trans” e le lettere scritte al Papa

 Le storie di Voce

«Quando qualcuno suona alla porta della parrocchia, apro e chiedo come posso essere d’aiuto». Apre (virtualmente) anche a noi don Andrea Conocchia (nella foto), parroco della Beata Vergine dell’Immacolata di Torvaianica (frazione del comune di Pomezia, nel Lazio), che in queste settimane è finito su tutti i giornali. Perché, vi chiederete? Don Andrea, in piena emergenza Covid-19, aiuta quotidianamente i tantissimi bisognosi che bussano alla porta della sua parrocchia. E proprio tra questi anche un gruppo di ragazze transessuali che, lavorando per strada, con il “lockdown” hanno perso tutti i loro clienti, e non hanno soldi nemmeno per mangiare e pagare l’affitto. Con semplicità e delicatezza don Andrea si avvicina, si fa raccontare da ognuna la propria storia, prega con loro e poi “lancia” l’idea: «Scrivete una lettera al Papa». La risposta dal Vaticano arriva subito: prima con un messaggio di vicinanza del Pontefice per mezzo dell’Elemosiniere, cardinal Konrad Krajewski, e poi con un aiuto economico (direttamente sul conto della parrocchia) per le spese delle ragazze.

Don Andrea, da dove partiamo?
«Ti racconto la cosa più normale che un uomo e un sacerdote possa fare: aiutare il prossimo. Dopo l’emergenza sanitaria, è iniziata l’emergenza sociale. Davanti al cancello della nostra chiesa ci sono persone che continuamente arrivano. In alcune giornate della settimana, in cui distribuiamo generi alimentari, si crea proprio una fila. Una persona sola, o una famiglia, e arrivano da ogni dove: Senegal, Marocco, Tunisia, Albania, e soprattutto italiani che sono i primi e forse i più numerosi».

Un giorno, in mezzo a questa fila, chi chiede aiuto?
«Arriva a chiedere aiuto una persona trans. Senza essere invasiva e con discrezione mi chiede: “Padre, non ho da mangiare, mi può aiutare?”. Io le ho dato degli alimenti di prima necessità, come faccio con tutti. Dopo qualche giorno questa ragazza ritorna con un’amica, e la settimana dopo con un’altra amica. Molti giornali hanno scritto che c’è una comunità trans, ma io dico che ognuna di loro è singola e unica, come se fosse un capolavoro di Dio».

Poi ha iniziato ad ascoltarle…
«Sì, le ho ascoltate. Sono dell’America Latina, alcune colombiane, altre argentine e peruviane. Ho chiesto che vita facevano: mi hanno raccontato del lavoro in strada, una di loro è seguita dallo Spallanzani perché sieropositiva. Vivono in appartamenti e adesso sono in difficoltà perché con il Covid-19 non hanno più clienti. Giorno dopo giorno mi raccontavano sempre di più. Alcune di loro non riescono a pagare l’affitto della stanza e le bollette. Allora dico: “Voi che siete sudamericane, scrivete al Papa la vostra storia. L’ascolterà volentieri”».

E così è stato?
«Certamente. È stata una delle esperienze più belle della mia vita… Mentre scrivevano queste lettere in spagnolo, ripercorrendo la loro storia, siamo scoppiati a piangere come bambini. Molte di loro si vergognano di quello che hanno passato e di come vivono. Ma ci siamo fatti forza e le ho incoraggiate a scrivere. Dicevo: “Rimarrà un segreto tra voi e Francesco” (sorride). Poi abbiamo pregato insieme: le ho viste fisicamente pregare il Santo Rosario piangendo ai piedi della nostra Beata Vergine Immacolata, e mi hanno chiesto una benedizione. Prima di mandare le lettere al Santo Padre, ho scritto al cardinal Krajewski, l’Elemosiniere pontificio, raccontando la loro situazione. Con grande stupore, la risposta non si è fatta attendere. Così, il cardinale mi ha subito chiesto l’iban della parrocchia per velocizzare il contributo dal Vaticano».

Questo è il grande esempio di vicinanza ai poveri.
«Il cuore del Vangelo è la Misericordia, che diventa carità, amore gratuito e disinteressato, senza se e senza ma. Un amore aperto e accogliente, dove c’è spazio e posto per tutti. Non bisogna scadere nel giudizio morale, non mi chiedo per prima cosa se chi viene a bussare è una prostituita o un ladro. Fermiamoci al sostantivo, non all’aggettivo. Per me è stata la cosa più normale di questo mondo. In questo momento di prova, durezza ed emergenza sanitaria mondiale, mi augurerei che le nostre parrocchie siano aperte, disponibili a tutti nelle proprie diversità e unicità. C’è bisogno di una Chiesa più umana…».

Perché di fronte agli ultimi e ai “diversi” abbiamo paura?
«Perché non li conosciamo veramente. Giustamente, in questo momento tutti vogliamo le Messe e poter ricevere l’Eucarestia, ma non c’è solo questo… Ma perché quando do la pasta a un povero, non è come dire: “Prendetene e mangiatene tutti”? Non sto parlando dell’azione liturgica, intoccabile e indiscutibile. Ma intendo dire che la Messa continua, sempre. Anche nel quotidiano, quando condivido il cibo con gli ultimi. Ricordiamocelo sempre: i poveri sono Gesù in mezzo a noi. Lui si è fatto povero ed è venuto ad abitare qui, in mezzo a noi».

Com’è peggiorata la situazione con l’emergenza Covid-19?
«Sono arrivato in questa parrocchia il 22 settembre scorso, nella Caritas parrocchiale seguivamo 35 famiglie, cioè circa 120 persone. In questi mesi abbiamo raggiunto quasi le 600 persone. Ma oltre alla richiesta materiale, c’è anche quella spirituale di ascolto e accoglienza, che come comunità parrocchiale proviamo a offrire sempre».

Torniamo alle ragazze: come hanno reagito dopo l’aiuto del Papa?
«Erano davvero molto contente. Sono rimasto colpito dalla loro fede e dalla loro umanità. Hanno ringraziato il Pontefice con un messaggio, e una di loro mi ha anche detto: “Don Andrea, il Papa ha sicuramente tanto lavoro durante la giornata, però si è ricordato di me. Che sono una peccatrice”».

Alessandro Venticinque

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