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«Anche per noi preti è stato un trauma, fa male vedere così tanta tristezza…»

Intervista a don Ivo Piccini, parroco di San Michele

In questi mesi, il dolore di aver perso un caro è stato seguito dalla tristezza di non poterlo salutare dignitosamente. Così, senza poter celebrare i funerali in chiesa, pochi parenti e il parroco si riunivano al cimitero per un breve momento di preghiera. «Devo dire che le prime volte è stato un trauma anche per me. Noi preti siamo abituati a celebrare un saluto corale: vedere così tanta tristezza fa male…». Con queste parole inizia a raccontarci la sua esperienza don Ivo Piccinini, lo storico parroco di San Michele.

Don Ivo, quanti momenti di preghiera ha celebrato in questo periodo?
«Ho celebrato 16 “saluti” al camposanto, una parte ad Alessandria e altri a San Michele. Sono stati tutti addii strazianti…».

Ci racconta cosa ha visto?
«Posso dire che ad Alessandria è stata quasi un’esperienza traumatica: veniva data mezz’ora per ogni salma, entrava solo il celebrante e pochi parenti. Una mattina, nell’attesa che arrivasse una persona a cui dare l’ultimo saluto, alcuni custodi del cimitero mi hanno descritto la tragica situazione che vivevano ogni giorno. Era il periodo di maggiore emergenza: nel cimitero di Alessandria erano arrivate oltre 160 salme, la cappella era piena, e i defunti venivano tenuti in questo magazzino dove ognuno aveva un numero che corrispondeva al proprio nome. Così, man mano che si liberavano i forni crematori davano la possibilità di un momento di preghiera, prima della cremazione. Magari passavano settimane e settimane prima di poter seppellire un proprio caro… Una situazione davvero straziante».

Come venivano svolti questi saluti?
«In questi funerali si andava al cimitero, veniva letto un brano del Vangelo, poi la preghiera dei fedeli, una preghiera per il defunto, l’ultimo saluto, e un cenno del capo per salutare i parenti. Tutto accompagnato da molta tristezza. E poi c’è anche un altro aspetto molto duro, che psicologicamente non si supera: al termine della preghiera, il cimitero veniva chiuso, non c’era nemmeno il tempo di poter rimanere lì ancora un po’. Ma ci sono altre cose che mi hanno colpito molto…».

Ovvero?
«Pensate che i custodi del cimitero o gli addetti alla sepoltura hanno imparato a rispondere alle preghiere. Prima c’erano tanti parenti, ma adesso erano loro a rispondere al celebrante. Mi è capitato spesso di farglielo notare: “Avete imparato a sostituire i loro cari”. Ad Alessandria i congiunti del defunto continuavano a telefonarmi per paura che mi dimenticassi della preghiera, e ci tenevano tanto a ringraziarmi al termine. In questi momenti, la presenza dei sacerdoti non è vista come un ingombro, anzi. Ci siamo ripromessi con tutti che quando si potrà fare li ricorderemo uno per uno».

Una parola di conforto per chi ha subito un lutto.
«Dobbiamo ricordarci anche nei momenti di sconforto e dolore che la vita non viene tolta, ma trasformata. Nel brano del Vangelo secondo Matteo si legge: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Ha rivelato ai piccoli che noi accediamo alla vita attraverso il Signore, per questo celebriamo l’Eucarestia. “Io sono la resurrezione e la vita”, e dopo averlo servito su questa terra, lo contempliamo in Cielo».

Ci sono alcuni momenti che porta nel cuore?
«Ne posso raccontare qualcuno. Sono rimasto molto colpito quando ho dovuto celebrare il saluto di una mamma giovane che ammalata di cuore non è riuscita a superare un’operazione all’ospedale. Ha lasciato due figli piccoli e il marito. Con le mascherine, durante la preghiera, non si vedevano neanche le lacrime…».

Il secondo?
«Un altro momento toccante è stata la preghiera per Elia, il ragazzo molto giovane morto ad Astuti, in piena emergenza Covid-19. L’orario al cimitero era fissato per le 9.30, ma vengo a sapere che c’era talmente tanta gente alla camera mortuaria che avrebbero ritardato. Quando alle 11 ho visto arrivare la salma, mi sono spaventato vedendo così tanta gente: parenti, amici e tantissime corone di fiori. Poi sono arrivati i Vigili e la Polizia e sono riusciti a far mantenere le distanze, mentre al cimitero hanno fatto entrare tutti a gruppetti. Abbiamo cercato di usare il buon senso».

L’ultimo la riguarda più da vicino…
«Pochi giorni prima della chiusura totale, sono venuti a trovarmi due amici: Rita Arzani, il sindaco di Sale, e il marito, Rino Destro, l’ex designatore degli arbitri per la provincia di Alessandria. Ci siamo salutati e ci siamo detti: “Chissà quando ci rivedremo”. Dopo una settimana mi telefona la moglie, e mi dice che Rino era stato ricoverato in terapia intensiva per il coronavirus. Dopo un po’ la situazione è peggiorata… Domenica 19 aprile, al mattino, mi chiama Rita: “Don Ivo, per l’amicizia che c’era tra voi due, è la prima persona che lo viene a sapere: Rino non ce l’ha fatta”. Lui è stato portato al cimitero di Alessandria, ed è andato alla cremazione giovedì scorso. Alla benedizione, con la moglie c’erano i tre figli. Abbiamo fatto la benedizione, e poi siamo scoppiati in lacrime. Ho perso un caro amico…».

Alessandro Venticinque

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