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Viviamo insieme una nuova Pentecoste

Domenica 31 maggio alle 10.30 in Cattedrale

Giovanni XXIII (nella foto qui sotto), eletto papa nel 1958 e molto amato dal popolo cristiano, per i suoi modi rassicuranti e il suo stile bonario, aveva delle espressioni ricorrenti, che sono in qualche modo entrate nella storia e che ancora oggi noi ricordiamo. Una immagine che gli era particolarmente cara era quella della Pentecoste, o meglio della nuova Pentecoste, che egli chiedeva a Dio di realizzare per gli uomini del nostro tempo.

Questa richiesta compariva nella preghiera composta da Roncalli per il concilio Vaticano II, con l’invocazione che lo Spirito Santo «rinnovi nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste». Già in precedenza egli aveva sottolineato per il tempo presente «il bisogno di una continua effusione dello Spirito Santo, come di una nuova Pentecoste che rinnovelli la faccia della terra». Nel discorso di chiusura del primo periodo conciliare, l’8 dicembre 1962, Giovanni XXIII manifestava poi le sue altissime aspettative proprio per il Vaticano II che, egli diceva, «sarà veramente la nuova Pentecoste, che farà rifiorire la Chiesa nella sua interiore ricchezza; sarà un nuovo balzo in avanti del Regno di Cristo nel mondo».

Richiamare spesso la Pentecoste, ovvero quella discesa dello Spirito Santo che aveva reso gli apostoli coraggiosi testimoni di Cristo, significava evocare un intervento che era unico e che veniva da Dio. La prima Pentecoste aveva aperto prospettive inedite agli apostoli di Cristo e li aveva resi capaci di comunicare con tutti gli uomini del mondo; per papa Giovanni, associare il concilio a quell’evento, significava attribuirgli un ruolo insostituibile per la vita della Chiesa.

Egli era certo che il Vaticano II avrebbe prodotto gli stessi risultati per l’uomo d’oggi, «con la stessa forza e immediatezza realizzata nella pentecoste originaria», per rendere la Chiesa capace di annunciare il vangelo a tutte le donne e gli uomini di oggi, vicini e lontani. Con l’invocazione di una nuova Pentecoste, è importante sottolinearlo, Giovanni XXIII metteva al centro di tutto l’azione divina, quella dello Spirito Santo, e non quella della Chiesa o degli uomini: è Dio, è lo Spirito Santo, che rinnova la comunità cristiana, la sostiene e la guida.

«Vieni, Santo Spirito»: con questa invocazione della sequenza di Pentecoste anche noi chiediamo la sua venuta per il nostro oggi, perché la Pentecoste non è un evento chiuso in se stesso, ma si prolunga ancora nei suoi effetti, nella Chiesa e in ogni uomo. La comunità cristiana così, ci ricorda il concilio, «non mossa da alcuna ambizione terrena», ancora oggi mira «solo a continuare, sotto la guida dello Spirito Paraclito, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (Gaudium et Spes, 5). Rendere testimonianza alla verità, salvare e non condannare, servire e non essere serviti.

Ad un compito così grande ci richiama la venuta dello Spirito Santo, in un momento storico nel quale siamo oggi forse ancora più chiusi in noi stessi, nelle nostre paure, dubitiamo di tutto e siamo tentati di mettere noi stessi al centro di tutto. Ogni festa che si celebra nella comunità cristiana, durante il ciclo liturgico annuale, è il ricordo di un evento passato e, nello stesso tempo, il richiamo a qualcosa che si deve attuare di nuovo nel presente, nella Chiesa, per il mondo.

Le feste liturgiche così, intese nel loro significato profondo, ci interpellano e ci chiedono di cambiare nel profondo. Lo Spirito Santo viene, rinnova la faccia della terra, rende capaci tutti gli uomini di comprendersi, finalmente, come un cuore solo e una lingua sola: e noi, in questa nostra difficile situazione, restiamo uguali e indifferenti o ci lasciamo toccare nel profondo?

don Stefano Tessaglia

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