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Un Luogo del Cuore con il Fai di Alessandria

Un’opera unica nel suo genere

Ad Alessandria, il parco annesso all’ex sanatorio antitubercolare “Vittorio Emanuele III” (ora Centro riabilitativo polifunzionale “Teresio Borsalino”), custodisce un edificio “prezioso”, un precoce esempio di architettura razionalista. Ce lo racconta Ileana Gatti Spriano, presidentessa della delegazione Fai di Alessandria (leggi anche Le iniziative del Fai per Raccontare la bellezza).

Quando inizia la costruzione della Chiesa?
«Il cantiere del sanatorio prende forma negli anni venti del Novecento e assiste a un forzato passaggio di testimone tra il padre Arnaldo Gardella (progettista dell’intero complesso con il collega di studio Luigi Martini) e il giovane figlio Ignazio. La morte prematura di Arnaldo costringe il futuro ingegnere a subentrare nello studio di progettazione paterno e a cimentarsi con i primi progetti. Il primo incarico arriva all’interno del complesso del sanatorio: la chiesa deve l’impianto al progetto di Arnaldo Gardella, ma Ignazio la plasma secondo un lessico innovativo, intriso di riferimenti internazionali».

Come è strutturata all’interno la Chiesa?
«La chiesa è caratterizzata da una rigida simmetria mirata a tenere separati gli uomini dalle donne, nel rispetto della normativa dell’epoca. Il maestro risolve brillantemente la situazione creando due piccole navate non comunicanti, grazie alla creazione di una muratura che termina poco prima dell’abside. Questo perché ai tempi si credeva che le cure per i malati di tubercolosi provocassero un forte desiderio sessuale e perciò gli uomini non potevano incrociare gli sguardi delle donne e viceversa. Le entrate quindi sono state fatte separate, come le navate, eppure nella chiesa l’altare è sempre completamente visibile da ogni angolazione. Due distinti ingressi portano all’interno, dove un massiccio muro suddivide longitudinalmente la navata. La forma di questo muro divisorio è una sorta di freccia arrotondata rivolta verso l’altare: questo porta il visitatore a rivolgersi verso l’abside, il nucleo dell’ambiente religioso».

Come è illuminata?
Nella zona del presbiterio il muro absidale presenta dei “tagli” nella muratura a tutta altezza, che illuminano l’ambiente interno con suggestive lame di luce. L’altare è illuminato da un lucernario circolare posto nel soffitto. Le soluzioni adottate riassumono lo stile razionalista: la copertura è piana e priva di cornicioni, il deambulatorio dietro la zona absidale si poggia su esili colonnine con struttura metallica. I prospetti, denudati completamente da qualsiasi elemento decorativo aggiunto, hanno nel candore dell’intonaco l’elemento più caratteristico».

Che elementi colpiscono il visitatore all’esterno?
«Sicuramente la torre campanaria, che è l’elemento che maggiormente caratterizza l’edificio e che dimostra l’adesione a un nuovo modo di “fare architettura”. La torre si colloca sulla facciata: la parte terminale è completamente svuotata e lascia spazio a un traliccio in cemento armato che trova la ragione della sua forma nella funzione di sostenere la campana. Anche il retro della chiesa è una sorpresa: il rigore della facciata principale non prepara il visitatore alla grazia di questo lato. Il piccolo porticato, con le sue esili colonnine, ci porta in un ambiente nuovo, tranquillo e distante dal resto del complesso. La pensilina funge anche da collegamento tra la chiesa, l’alloggio del parroco (una struttura a due piani addossata al fianco destro della costruzione) e il piccolo obitorio posizionato sul lato sinistro».

Perché votare la chiesa come luogo del cuore Fai?
«La chiesa viene chiusa nel 1980. Dopo l’alluvione del 1994 l’Azienda Sanitaria locale prevede alcuni urgenti lavori all’edificio ma questo non viene riaperto al pubblico nemmeno nel 2006 dopo i lavori che hanno riportato in funzione il complesso sanatoriale come centro riabilitativo. Grazie alla collaborazione con la Delegazione di Alessandria, questo gioiellino architettonico è stato riaperto per la prima volta al pubblico in occasione delle Giornate Fai di Primavera nel 2019. Ora, nel caso fosse riconosciuta come Luogo del Cuore, otterrebbe i finanziamenti necessari per ultimare i lavori di ristrutturazione al fine di diventare anche luogo di incontri culturali di rilievo. Aver fatto questa segnalazione per noi vuole essere anche un ringraziamento a tutti quelli che hanno combattuto in prima linea per l’emergenza coronavirus, che hanno operato del bene e lo stanno ancora facendo. È un modo per dire grazie al nostro ospedale».

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Ignazio Gardella
Alla scoperta dell’architetto, figlio e padre d’arte

Lo si può, con certezza considerare uno dei maestri del Movimento Moderno italiano. Nasce a Milano nel 1905: la sua famiglia ha origini genovesi, e all’interno di essa la professione di architetto si tramanda da diverse generazioni. Il padre Arnaldo, insieme all’ingegner Luigi Martini di Milano, era titolare di uno studio abbastanza conosciuto, soprattutto nell’ambito lombardo-piemontese, durante i primi trent’anni del secolo. È proprio in questo studio che Gardella, alla morte del padre nel 1929, inizia la sua carriera: prima sotto l’ala di Martini, poi in maniera completamente autonoma. Nel 1930 si laurea in ingegneria presso il Politecnico di Milano: le sue prime opere, il Dispensario Antitubercolare ed il Laboratorio Provinciale di Profilassi di Alessandria (1933-1939), il progetto per la Torre di Piazza Duomo a Milano (1934), il restauro del Teatro Civico di Busto Arsizio (1934), gli portano immediata fama.

Oltre all’attività professionale, su invito di Giuseppe Samonà, allora direttore della Facoltà di Architettura di Venezia, inizia nel 1947 ad insegnare presso la Facoltà, dove tra l’altro si laureerà nel 1949. Più che ottantenne continua la sua carriera, coadiuvato dal figlio Jacopo, anch’egli architetto: finalmente la sua opera, ignorata ingiustamente per troppo tempo, inizia ad essere riconosciuta a livello internazionale. Nel 1996, ad oramai novantun’anni gli viene tributato dalla Biennale di Architettura di Venezia, il Leone d’oro alla carriera. Morirà nel 1999. Tra le sue opere “alessandrine” ricordiamo, in particolare, il padiglione “Rosa Borsalino” all’Ospedale infantile, la taglieria del pelo della Borsalino, l’Istituto tecnico industriale “A. Volta”, il centro “Agorà” e il supermercato “Esselunga”.

Il tour virtuale
Un progetto artistico

Un tour virtuale nella Chiesa attraverso le foto dell’architetto e fotografa Elena Franco: questa iniziativa “Reale e Virtuale” dà inizio al nuovo fil rouge che accompagnerà gli eventi dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria. In linea con i progetti di valorizzazione del patrimonio storico, artistico e architettonico, l’Ospedale di Alessandria vuole proseguire il suo impegno di apertura verso la popolazione anche nell’era delle restrizioni dovute al Covid-19.

Non potendo quindi per ora visitare dal vivo la Chiesa costruita da Ignazio Gardella è stata allestita una mostra virtuale, pubblicata sul sito aziendale e accessibile a tutti. Attraverso 12 immagini che Elena Franco ha dedicato all’Ospedale e alla sua Chiesa nel progetto artistico Hospitalia, la mostra fotografica virtuale evidenzia il valore di questo patrimonio, sia in rapporto alla comunità locale sia come esempio del razionalismo italiano.

Il visitatore, scorrendo semplicemente il portale, potrà così percorrere le due navate che ospitavano i pazienti e vivere la suggestione di questo luogo che si spera possa diventare il centro di riferimento del Centro Studi Spedalità Cura e Comunità per le Medical Humanities.

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Come votare per i Luoghi del Cuore

Come votare online. Visitando il sito iluoghidelcuore.it si approda sulla pagina dedicata all’iniziativa. Scrivendo “Alessandria” nella barra di ricerca, compaiono tutti i luoghi del cuore attorno alla nostra città. Basterà votarli con un clic, autenticandosi o con Facebook o registrandosi a myFai (basta iscriversi con il proprio indirizzo e-mail).

testi a cura di Zelia Pastore

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