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Vorrei essere sempre più un Suo strumento

Venerdì 19 giugno il solerino Nicola Robotti è diventato sacerdote

Venerdì 19 giugno il solerino Nicola Robotti, 42 anni, è stato ordinato sacerdote assieme al confratello Riccardo Aletti in una celebrazione officiata nel Duomo di Colonia (Germania) dall’arcivescovo della diocesi, Cardinale Rainer Maria Woelki. Nei giorni scorsi don Nicola ha detto Messa ad Alessandria, a Bosco Marengo e a Solero, prima di ritornare in Germania, dove lavorerà come vicario parrocchiale nell’unità pastorale Kreuz-Köln-Nord. «Non aver potuto fare una Prima Messa e una grossa festa, come originariamente previsto, mi ha “costretto” a farne diverse» ci racconta il neo-sacerdote. «Ma questo, nella situazione dettata oggi dalla pandemia, è stata l’occasione per incontrare comunque tanti amici!».

Don Nicola, come sono andate le tue Messe “alessandrine”? Che cosa hai provato?
«Sono sentimenti diversi, che si incrociano e si sovrappongono. Da una parte, un po’ la “stranezza” di celebrare la Messa, di dire certe parole; dall’altra, è molto bello fare alcuni gesti. Provo a spiegarmi…».

Prego.
«Nella Messa, quando il sacerdote recita il Padre Nostro allarga le braccia, un gesto per abbracciare tutti e invitarli a pregare. Però è anche il gesto di Gesù sulla croce! E così alcune parole che si dicono hanno un peso e una profondità enormi, e talvolta restano comunque misteriose».

Un esempio?
«Quando prendo il pane o il calice e dico: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, ecco, lì c’è dentro tutto il mistero dell’Eucaristia: il pane diventa corpo e il vino diventa sangue. Lì il sacerdote parla in Persona Christi, e che io possa dire queste parole è qualcosa di enorme e sproporzionato allo stesso tempo».

Parliamo un momento del Sacramento della confessione: che cosa è oggi per te, che stai “dall’altra parte”?
«Rispetto a questo vorrei fare una premessa. Ancora prima di poter impartire questo Sacramento, sono tuttora un “fruitore” (sorride). La mia esperienza, soprattutto di questi ultimi anni, è che bisogna imparare a confessarsi».

Dacci una mano…
«I peccati che noi facciamo, bene o male, sono sempre gli stessi, e il buon Dio non si stanca mai di perdonarceli. Qui si vede tutta la paternità di Dio: un padre non smette di accogliere i figli che combinano qualche guaio, il suo perdono non ha data di scadenza. Detto questo, se una persona si confessa regolarmente diventa sempre più cosciente non solo del male che fa, ma soprattutto del bene che non fa. Io stesso mi rendo conto sempre di più che “avrei potuto fare quella cosa, e non l’ho fatta”… Un esempio banale: se voglio bene a mia madre l’aiuto a cucinare o a sparecchiare. Questo fa sì che io diventi più sensibile nei suoi confronti: se le rispondo spazientito me ne accorgo subito, mi dà fastidio e le voglio chiedere scusa. Ecco, la confessione mi aiuta in questo cammino di coscienza, perché accusando i miei peccati devo farne l’elenco, e a me costa molta fatica elencare i peccati che ho commesso. Adesso, guardando il Sacramento della Riconciliazione dall’altra parte del confessionale, è altrettanto bello potersi mettere nelle vesti del Padre che ci vuole bene, e che non vede l’ora di dircelo e tornare ad abbracciarci».

Voi sacerdoti della Fraternità San Carlo di Roma siete preti missionari. Qual è l’utilità che tu vorresti portare al mondo attraverso il tuo Ministero?
«Vorrei essere sempre più un Suo strumento, e quindi essere disponibile a cambiare e a entrare nella realtà, che oggi è la Germania, imparando la lingua, conoscendo meglio le persone, i luoghi e la storia. Chiedo di poter essere più a servizio di chi mi è stato affidato, lì dove sono».

Ultima domanda: che rapporto hai con i tuoi genitori? Come vedono questa tua strada?
«Sicuramente il mio cammino di vocazione ha toccato anche loro… in questi giorni, stando con me, hanno visto che sono in “buona compagnia”! Posso dire ancora una cosa?».

Certamente.
«Mi piacerebbe ringraziare don Mario Bianchi, don Biagio e don Luciano Lombardi, che mi hanno ospitato e sono stati molto gentili e disponibili nei miei confronti. Grazie!».

Andrea Antonuccio

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