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«Aumentano i nuovi poveri, dobbiamo fare fronte comune»

Intervista a don Ivo Piccinini,
delegato vescovile per il lavoro

La situazione lavorativa del territorio della nostra Diocesi, specialmente Alessandria, ha subito un brusco ridimensionamento dopo il lockdown. La crescita già molto modesta dello scorso anno rispetto al 2018 si è per forza di cose fermata ed è aumentata la povertà. Abbiamo sentito don Ivo Piccinini (in foto qui sotto), delegato vescovile alla Pastorale sociale e del lavoro, per un approfondimento sulla realtà cittadina dopo il lockdown.

Don Ivo, dal suo osservatorio di parroco cosa emerge in questa situazione? Ha rilevato un aumento delle persone che le hanno chiesto aiuto?
«Da dopo l’alluvione del 1994 non ho mai smesso di aiutare i poveri, anche grazie a numerose donazioni. Alcune persone che ci avevano aiutato durante l’alluvione nel portare aiuto alla gente, ci inviano ancora mensilmente alimenti da portare ai bisognosi. Con la pandemia e il lockdown i problemi si sono allargati e la povertà è aumentata: ci sono tutti i “vecchi” bisognosi, e tanti “nuovi” che chiedono. Ogni giorno trovo qualcuno, in maggioranza stranieri, che viene da me a chiedere soldi. Tuttavia, queste persone hanno bisogno di una speranza solida per il futuro. Uso una metafora: oggi ti do un pesce per sfamarti, ma domani hai di nuovo fame; non è sufficiente il pesce, hai bisogno anche di una lenza per pescare. D’inverno ci saranno poi per loro ulteriori problemi, perché avranno necessità di un tetto sopra la testa».

Allargando la visione alla situazione diocesana, che cosa può dirci?
«La crisi grossa è quella delle aziende che dopo la pandemia non hanno ripreso l’attività. Nel nostro territorio abbiamo alcune grandi realtà, come la Mino, la Solvay o la Paglieri, in cui lavorano anche giovani ricercatori e in cui c’è innovazione, che purtroppo hanno visto diminuire molto i fatturati. L’estate, oltretutto, ha aumentato tantissimo i problemi. C’era un mondo che in estate girava, legato soprattutto agli svaghi: piscine, discoteche, centri estivi, sagre. Penso per esempio alla sagra della pasta fresca, ai cui organizzatori tutti gli anni davamo dei tendoni. Molti impiegati lavorano a casa come fosse ancora in quarantena, quindi anche i bar sono in crisi perché i lavoratori non vanno a mangiare. Ci sono problemi negli spostamenti, in particolare penso ad alcuni parrocchiani che lavorano in grandi aziende della zona che hanno stabilimenti all’estero. Molti lavoratori si trovano disoccupati o in cassa integrazione. L’apparato economico della diocesi risente molto di tutto ciò. Il problema di fondo è che ci manca la serenità: la gente ora ha paura di spendere».

Quale risposta dovrebbero dare le istituzioni, specialmente con l’arrivo dei fondi europei?
«A fronte di tante dichiarazioni, purtroppo, i prestiti non arrivano, e i 600 euro a fondo perduto sono troppo pochi. L’onorevole Beghin, che ho intervistato a Radio Voce Spazio, mi ha detto che per i fondi europei bisognerà aspettare fino al 2021, e saranno molti meno di quelli di cui abbiamo bisogno. I soldi non ci sono ora, difficile capire cosa le istituzioni dovrebbero fare di più. Una soluzione potrebbe derivare da un impegno congiunto dei vari Stati europei, mettendo a disposizione ognuno una somma».

Qual è il ruolo della Chiesa in questo tempo?
«La Chiesa è molto ascoltata anche a livello nazionale, e nei paesi è un’istituzione molto forte. Dunque possiamo dare un supporto solido mantenendo i piedi per terra e valutando attentamente le situazioni, consci di essere considerati»

Come vede il prossimo futuro?
«Da cattolico, vedo sempre il futuro come migliore del passato e mi impegno a fare in modo che sia cosi. Lo sarà nella maniera in cui ci tireremo su le maniche e sapremo rinsaldare i legami senza opposizioni, ma facendo fronte comune. Sempre con il supporto della Chiesa».

Marco Lovisolo

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