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«Riprendiamo a incontrarci»

Vita delle parrocchie

«Bisogna provocare, dare nuove ragioni e buoni motivi alle persone per ritornare a stare insieme». Don Gino Casiraghi, parroco della parrocchia di Santa Maria della Sanità, nel quartiere degli Orti, non ha dubbi: una nuova socialità non solo è possibile, ma è anche necessaria alle anime dei fedeli, affaticate dai contraccolpi anche psicologici della pandemia mondiale.

Don Gino, dopo le difficoltà del lockdown e questa strana estate dove aleggiava sempre il pericolo del coronavirus, come possiamo ripartire a settembre con la vita sociale e comunitaria?
«Io non do consigli a nessuno. Mi preme solo far riflettere sul fatto che la gente si sta abituando a guardare le celebrazioni dallo schermo di una tv o di un pc. La Chiesa però non è un ente di servizi di cui usufruire a casa: è un luogo di incontri, anzitutto con il Signore e poi con le persone. Il Covid-19 ci ha obbligati a stare ognuno a casa propria, ma io credo che valga la pena ingegnarsi e lanciare delle proposte per fare in modo che la gente si incontri, sia nel momento di celebrare l’Eucaristia che dopo».

La sua parrocchia come “provoca” i fedeli a ritrovare la socialità perduta?
«Il primo appuntamento è la festa patronale: a partire da giovedì 10 faremo il triduo, ma non la tradizionale processione della domenica. Per quest’anno è un’immagine della nostra Madonna che è passata di casa in casa: i fedeli alla domenica la riportavano in chiesa e chi desiderava la portava nella propria dimora per la settimana successiva. Domenica 13 celebreremo anche gli anniversari di matrimonio, come ogni anno».

E quest’anno non mancheranno gli agnolotti, vero?
«Nelle serate di venerdì e sabato abbiamo organizzato la classica cena con gli agnolotti, seguendo le norme attuali, quindi con distanziamento e contingentamento: per ogni serata ci saranno massimo 150 coperti. Facendo la cena la sera e avendo tutta la giornata per pulire, riusciremo a sanificare come previsto. Quello che mi preme maggiormente non è il numero di commensali ma il coinvolgimento delle persone che si danno da fare per creare le condizioni per incontrarsi, cercando di andare oltre il gesto liturgico vissuto singolarmente».

Come organizzerà il catechismo nella sua parrocchia?
«Abbiamo cominciato a riaprire l’oratorio, perché per i ragazzi il gioco è una necessità, il tutto sempre dividendoli per età, per gruppi e con il loro specifico accompagnatore. Mi ricordo ancora l’espressione di gioia pura sui loro volti quando hanno rimesso i piedi in campo dopo mesi chiusi in casa. Per il catechismo, io già da alcuni anni cerco di non fare la lezione dalla cattedra ma di far vivere ai ragazzi la Messa come l’occasione di incontro con Gesù, il momento più importante della settimana. Vorrei che capissero chiaramente che il Vangelo non è un libro ma la testimonianza di una comunità viva. Su quest’ultimo punto, uno dei temi che mi sta più a cuore è far capire alle persone che i problemi possono essere risolti se si cerca di condividerli. Attraverso la Caritas parrocchiale assistiamo 102 persone, e il punto focale non è tanto distribuire dei viveri ma farli parlare, conoscerli, stabilire un legame. Vivere e fare del bene insieme aiuta anche i miei parrocchiani ad acquisire la consapevolezza che la fede diventa anche azione».

Zelia Pastore

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