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L’elefante nella stanza (seconda puntata)

La nostra inchiesta sulla droga (2a parte)

Prosegue la nostra inchiesta sul mondo della droga. Nella prima puntata vi abbiamo raccontato la testimonianza di Davide Cerullo, ex camorrista di Scampia, che riesce a uscirne grazie a tanti incontri e alla Parola. Oggi è autore di libri, fotografo ed educatore di bambini a Scampia.

Per la seconda puntata, qui sotto, trovate l’intervista al direttore del Ser.D. di Alessandria, che con i suoi collaboratori, si prende cura di quasi tremila pazienti in tutta la provincia. A spaventare di più sono i dati in crescita dei giovani che, sempre prima, fanno uso di sostanze.

Nella terza parte avremo l’esperienza di un fondatore di alcune comunità di recupero, con uno stile di comunità differente in cui non conta solo uscire dalla dipendenza.

Infine, nell’ultima puntata daremo spazio alla “storia sbagliata” di Flavio e Gianluca, due ragazzi di Terni di 16 e 15 anni che sono stati uccisi a luglio da un mix di droghe. Questa storia apre squarci e ferite che il nostro Paese sembra non vedere: proprio come l’elefante nella stanza.

Vi chiediamo di leggere e dirci cosa ne pensate. Ma se conoscete una realtà o una storia legata a questi temi segnalatecela con una mail a redazione@lavocealessandrina.it, o chiamando lo 0131 512225.

La storia di Carlo – 2a parte

 

Nelle scorse settimane siamo andati a trovare Carlo, un giovane della Comunità Cenacolo di Montecastello. Vi stiamo raccontando la sua storia di dipendenza che lo ha portato a intraprendere il percorso comunitario in una delle strutture fondate da madre Elvira. Dopo la separazione dei suoi genitori, per Carlo inizia il declino: prima frequenta i ragazzi più “ribelli” del suo liceo, poi comincia l’università a Torino e scopre i cannabinoidi. Inizia a fare uso di hashish e marijuana al punto di tenerlo stordito per tutto il giorno. Molla gli studi, inizia a lavorare, ma la sua vita si spegne totalmente: «Potevo andare avanti così per 40 anni, e non mi sarei accorto di nulla…».

Gli spinelli, quotidianamente, riempiono un buco nella vita del 28enne di Savigliano (Cn). Ma in qualche occasione se la vede brutta: «Sono stato ricoverato due volte per il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, ndr). Mi hanno diagnosticato il bipolarismo. Passavo dalla depressione totale, nel momento in cui guardavo il concreto della mia realtà, seguita poi da un’iperattività: in quei momenti i sogni mi sembravano possibili, dimenticavo però che per raggiungere degli obiettivi servono sacrifici, impegno, costanza. In realtà avevo questi slanci perché l’uso eccessivo di sostanze mi distaccava totalmente dalla realtà». Fuori continua a piovere.

Gli occhi verdi di Carlo si abbassano ancora una volta quando gli domando della madre: «Sì, anche lei sapeva che facevo uso pesante di droghe. Lo sapeva anche il mio psichiatra. Ma entrambi capivano bene che entrare in conflitto con me voleva dire perdermi completamente dai radar». Arriva il primo Tso: «Dopo questo ricovero ho deciso di smettere volontariamente la terapia del mio psichiatra, che consisteva nell’assunzione di carbolithium, un regolatore d’umore. L’ho fatto perché volevo ricreare quella situazione di iper eccitamento: ho ricominciato a fumare, mi sono allontanato da casa, stavo da un amico».

È risuccesso, Carlo si distacca nuovamente dalla realtà e cade in quel vortice profondo: «E poi arriva il secondo ricovero, al termine del quale ho perso anche gli ultimi amici. È rimasto solo il mio datore di lavoro, l’unico punto in cui mi aggrappavo per rimanere nella realtà. Poco prima di entrare in Comunità ho conosciuto una ragazza che mi ha fatto pensare di avere ancora qualche chances nella vita, ma ovviamente la mia quotidianità ha preso il sopravvento. Come pensavo di poter creare un rapporto stabile e profondo, se in primo luogo non ero capace di badare a me stesso?».

E proprio durante questo periodo, accade un episodio fondamentale per la sua vita. «Nel febbraio del 2019, vado alla festa di un mio amico a Torino e convinco anche la mia ragazza a venire. Tutti ubriachi proviamo a entrare in discoteca, ma ci cacciano via. Allora mi rimetto alla guida con al fianco la mia fidanzata, completamente ubriaco. Nel bel mezzo di una discussione, prendo troppo stretta una curva e finiamo piantati dentro una rotonda. Tempo qualche minuto, passa una pattuglia e ci portano in centrale: oltre a una multa pesantissima, mi ritirano la patente per un anno». La vita di Carlo sbanda, proprio come la sua macchina in quella fredda sera di febbraio.

«Ero disperato… al telefono un mio amico continuava a dirmi: “Non tutto il male vien per nuocere. Ricordati: non tutto il male vien per nuocere”. Inizialmente non capivo quella frase. Ma con il senno di poi ho capito che aveva ragione: quell’episodio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, senza quella serata forse non sarei mai entrato in Comunità. Poi anche il rapporto con quella ragazza è finito, ho perso un altro treno. E per chiudere il cerchio, ho lasciato anche il lavoro».

[continua…]

Intervista Luigi Bartoletti, direttore del Serd di Alessandria

Carlo si fa seguire da uno psichiatra, assume un regolatore d’umore. Poi cade, viene ricoverato e arrivano due Tso. Così come lui, sono tante le persone che vivono una dipendenza che chiedono un aiuto dagli esperti. Anche noi abbiamo conosciuto meglio una di queste realtà che opera nella provincia di Alessandria. E ve la proviamo a raccontare.

Sono da poco passate le 10, e nell’ampio cortile di via Mazzini 85, sede del Ser.D. (Dipartimento di patologia delle Dipendenze) dell’Asl di Alessandria, iniziano ad arrivare le prime persone. Alcuni si salutano, parlano, altri stanno in silenzio, altri ancora faticano a camminare o a stare in piedi. Tutti aspettano il loro turno: chi per una visita, chi per un colloquio, chi per prendere la cura giornaliera. Ognuno con la propria storia, ognuno con la propria dipendenza. Riconosco alcuni di loro, sono “volti noti” per chi abitualmente gira ad Alessandria. Fuori sembrano persone invisibili, di cui evitiamo lo sguardo quando ci passano accanto o addirittura cambiamo lato della strada per timore. Lì, dentro la struttura dell’Asl, trovano però qualcuno che si prende cura di loro, non solo dal punto di vista clinico, ma anche da quello umano. Lì trovano chi prova a dar loro una dignità, nonostante gli errori che hanno fatto o che continuano a fare. A capo di questo servizio c’è il dottor Luigi Bartoletti (nella foto di copertina), 59enne originario di Grosseto, che con i suoi collaboratori si prende cura di quasi tremila pazienti in tutta la provincia. Un’emergenza, quella delle dipendenze, in forte aumento anche nel nostro territorio. Ma i dati che preoccupano maggiormente sono quelli relativi ai più giovani: sono numeri che mettono a nudo una realtà veramente dura. Rimaniamo in fila anche noi, tra i pazienti, per farci misurare la febbre, poi saliamo ai piani superiori. Ad attenderci il dottor Bartoletti.

Dottore, di che cosa si occupa il Ser.D?
«Il Ser.D della nostra città si occupa di tutte le dipendenze da sostanze, sia legali che illegali, e da comportamenti. Le sostanze sono eroina, cocaina, tetraidrocannabinolo (cannabis, ndr) e alcol. A queste si affiancano tutte le nuove “smart drugs”, sostanze semi-sintetiche, prodotte in Spagna, di grandissima pericolosità. Ma anche gli oppioidi sintetici come oxycodone e Fentanyl. Poi ci sono le dipendenze comportamentali, che riguardano non solo il gioco d’azzardo ma anche le dipendenze da internet, dal fumo, dal sesso, persino dal lavoro. C’è una metafora fatta da un mio collega che mi ha colpito molto…».

Prego.
«Negli Anni Settanta ci siamo trovati davanti a un castello pensando che l’unico problema fosse l’eroina, poi entrando ci siamo resi conto che esiste un mondo… In questo viene spiegato il passaggio da Ser.T a Ser.D: serviva ampliare lo sguardo a tutte le dipendenze patologiche».

Quante persone seguite?
«In totale seguiamo all’anno circa 2.700 pazienti in tutta la provincia. Per ogni distretto, infatti, esistono delle sedi più piccole: sotto la nostra ci sono Novi Ligure, Tortona, Ovada, Acqui, Casale e Valenza. Alcune di queste sono più vicine alle problematicità delle grandi città, Alessandria ha delle caratteristiche molto simili a quello che è il mercato delle sostanze che si può trovare a Torino, Milano o Genova».

Come arrivano da voi queste persone?
«Abbiamo un contatto diretto con il soggetto che chiede delle cure al Ser.D. Si può accedere senza nessuna impegnativa e pagamento, quindi il livello di soglia è basso. Noi abbiamo tante “porte d’ingresso” per varie tipologie di utenti: diciamo che arrivano da noi da soli, oppure sotto consiglio del medico di famiglia o dei familiari».

Quali sono le tappe del percorso che fate con loro?
«Bisogna far capire al paziente che l’utilizzo delle sostanze, pur dandogli piacere, è distruttivo per quelli che sono tutti gli aspetti sociali. Poi avviene un primo intervento sanitario di disintossicazione o trattamento farmacologico nel suo complesso, non solo dando delle terapie sostitutive, ma controllando lo stato di salute. A queste si aggiungono gli interventi di tipo psico-educativo che aiutano anche dal lato umano in questo percorso che, in media, dura due anni. Ma con noi abbiamo anche pazienti che vengono curati da 30 o 40 anni, e che purtroppo non riescono a uscirne fuori…».

Preoccupa anche da noi l’aumento di utilizzo delle droghe sintetiche e delle nuove sostanze psicoattive?
«È un fenomeno che sta prendendo piede anche da noi. Negli ultimi anni le droghe sintetiche colpiscono sempre più giovani: l’età va dagli 11 ai 25 anni. Negli ultimi tre anni abbiamo visto triplicarsi, di anno in anno, i pazienti che hanno delle problematiche con questo tipo di sostanze. Siamo partiti due anni fa con 20 pazienti, siamo arrivati nel 2019 a curarne 180 di quella fascia d’età. Bisogna dire che una persona che utilizza euforizzanti o sostanze con un alto tasso di Thc può sviluppare facilmente disturbi psichiatrici in età adulta».

«La cannabis compromette una vita intera»

Alla fine del 2019 il Questore di Alessandria, Michele Morelli, ci aveva detto che nella nostra città non vi è un’emergenza droga tra i giovani. È così?
«Siamo attenti a questi aspetti, anche attraverso la relazione con diverse realtà, come la Caritas diocesana e San Benedetto al Porto. Per quanto riguarda le vittime da overdose in provincia, negli ultimi otto anni non raggiungiamo le dieci unità. Quindi non esiste un’emergenza sul numero di morti, però non posso dire che non ci sia un problema di utilizzo massiccio di sostanze. Osserviamo sempre di più ragazzi giovani che iniziano a utilizzarle davvero troppo presto, e quando arrivano da noi hanno già gravi disturbi psicotici. Una piaga è inevitabilmente l’utilizzo di tetraidrocannabinolo, le cosiddette canne».

Il 33,6% degli studenti italiani (circa 870.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni) ha utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale…
«È un dato che è destinato ad aumentare, ma il pericolo viene sottovalutato. Purtroppo il tetraidrocannabinolo non è più la piantina alta 20 centimetri, oggi è un albero alto 2 metri e mezzo, con una concentrazione di Thc molto più elevata rispetto alle “vecchie” sostanze. Se a 11 anni si inizia a utilizzare questo tipo di droga insieme all’alcol, a 20 anni si è affetti da un disturbo psicopatologico: queste sostanze modellano il nostro sistema nervoso centrale. Rischiando di compromettere una vita intera…».

Perché si arriva a questi livelli?
«Viviamo in un periodo di disgregazione sociale, dove si avverte una forte situazione di disagio. È emerso, grazie a uno studio del dottor Martinotti dell’Università di Chieti a cui abbiamo partecipato, l’atteggiamento dei nostri pazienti durante il periodo del lockdown. Se i ragazzi stanno con la propria famiglia, pur non consumando le sostanze abitualmente, vivono meglio. Quindi se c’è la vicinanza dei familiari forse il problema si riesce ad arginare. Bisogna anche dire che, pur non potendo uscire, le sostanze continuavano a circolare».

In che modo avete vissuto questo periodo?
«Non siamo stati chiusi neanche un giorno, utilizzando tutte le misure di protezione. I nostri pazienti seguivano molto le regole, venivano con la mascherina, si facevano misurare la temperatura: c’era una grossa consapevolezza. Nei primi giorni di quarantena ci aspettavamo nei nostri utenti un’epidemia e così non è stato, e questo anche per i senzatetto che ho seguito da vicino con la Caritas. Proprio perché essendo abituati a vivere in condizioni in cui l’infettività, come l’epatite C e l’Hcv, è molto frequente, si è sviluppata una consapevolezza maggiore, che in altre fasce della popolazione nell’immediato non è scattata».

Cosa pensa della legalizzazione della cannabis?
«Questa è una domanda complessa… Non è tanto l’utilizzo della sostanza in sé, ma sono le quantità. I cannabinoidi a bassa concentrazione, quelli che si trovano già adesso legalmente nei negozi, non hanno un effetto dirompente sul sistema. Sul tetraidrocannabinolo, che è all’interno del commercio clandestino, mi sento di dire che fa dei grandissimi danni. Mantenerlo quanto meno proibito consente di non averne un uso smodato».

Legalizzandola, non c’è il rischio di creare un ulteriore sub-mercato illegale?
«Il mercato delle sostanze è quanto mai variabile: se noi legalizzassimo il tetraidrocannabinolo, ne verrebbe prodotto un altro, diverso, da immettere all’interno del traffico. Per questo credo che il governo dovrebbe reinvestire culturalmente su questi temi, sia sensibilizzando la società, che impiegando più risorse».

Un esempio?
«Sono anni che non viene più organizzata una Conferenza nazionale sulle droghe. Questo era un luogo di pensiero in cui venivano ascoltati specialisti, comunità e tutti coloro che “toccavano con mano” le dipendenze. Trattandosi di una patologia, la voce di chi sta dentro questo mondo è fondamentale. Il politico poi, in base all’esperienza degli specialisti, deve prendere delle decisioni. In Italia oggi non abbiamo delle politiche univoche rispetto all’utilizzo delle sostanze, e questa la reputo una cosa molto grave. Abbiamo solo alcuni esponenti che per mettersi in mostra provano ad attirare l’attenzione, non conoscendo affatto la nostra realtà».

Alessandro Venticinque

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