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Adios Pablito

“La testa e la pancia” di Silvio Bolloli

L’11 luglio del 1982 ero un bambino di nove anni e qualche mese e mi trovavo al mare con la mia famiglia e mia zia: ricordo ancora l’emozione per una finale mondiale che in Italia mancava da dodici anni ma, soprattutto, per un titolo che non si vedeva da ben quarantaquattro, cioè a dire da un tempo in cui il Capo del Governo si chiamava Benito Mussolini.

Ho molti ricordi di quella sera: la tensione vibrante per il momento trasmessami da mio padre, l’urlo del vicino quando, nel primo tempo, l’arbitro assegnò un calcio di rigore all’Italia, la profezia di mia zia secondo cui Cabrini avrebbe sbagliato; l’errore e il risentimento di mio padre nei confronti della cognata, come se la stessa avesse in qualche modo determinato l’errore di Cabrini emanando una sorta di fluido negativo a distanza.

Poi il gol di Rossi (nella foto, l’esultanza dell’attaccante degli Azzurri), quello di Tardelli – indimenticabile – il pressoché superfluo tris di Altobelli e la rete tedesca di Breitner che, all’epoca, i romantici affermarono Zoff si fosse fatto segnare per non rendere troppo mortificante la sconfitta ai tedeschi. Ricordo anche il triplice “Campioni del Mondo” del grande Nando Martellini (a cui i giovani telecronisti di oggi farebbero bene ad ispirarsi) e gli interminabili caroselli di auto, giù, sul lungomare.

La bara di Pablito portata in spalla dai campioni del mondo dell’82

Ricordo pure, anche se di calcio non capivo praticamente nulla, che l’agitazione di mio padre fu tale da farmi rifiutare il succulento piatto di riso in bianco (mio alimento preferito) che mia madre mi aveva preparato perché il pathos della partita mi aveva letteralmente chiuso la bocca dello stomaco – sensazione mai provata prima in vita mia.

Quella non fu la prima volta che vedi una partita di calcio (per qualche strana dinamica della memoria infantile, ricordo la morte sul campo di Renato Curi, a Perugia, nel 1977), ma fu certamente la prima emozione della mia vita legata al pallone, la prima di una lunga serie. E il protagonista di quella notte, come di quel Mondiale, fu senza alcun dubbio Paolo Rossi.

Ed allora, parafrasando John Lennon quando, una volta, riferito al grande Presley, disse: «Before Elvis there was nothing» potrei dire, guardando al mio amore per il pallone che prima di Paolo Rossi «non c’era nulla»…

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