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«Quella volta che Maradona mi disse…»

Marino Bartoletti si racconta a tutto campo

Marino Bartoletti il prossimo 30 gennaio spegnerà 72 candeline. Ma in questo difficile 2020, lo storico giornalista, conduttore televisivo e (anche) scrittore ha deciso di fare un regalo a tutti con il suo ultimo libro, “La cena degli dei”. Nel romanzo, in libreria dal 3 dicembre, vengono snocciolati racconti e aneddoti di grandi della musica, dello sport e non solo che hanno abbandonato la vita terrena. Chiamati tutti per una cena, in un’immaginaria location, dal Grande Vecchio, impersonato da Enzo Ferrari. In questo libro ci sarebbe stato sicuramente spazio per Diego Armando Maradona: il campione argentino se n’è andato il 25 novembre, a 60 anni, nella casa di Tigre, vicino alla sua Buenos Aires. Bartoletti conosceva Maradona. O meglio, Marino conosceva Diego. Perché erano due amici, prima di essere due professionisti, figli di un’epoca che non c’è più. Ma siamo sicuri che ci sarebbe stato spazio anche per Paolo Rossi, l’attaccante azzurro che ha fatto gioire l’Italia intera nella vittoria del Mondiale ’82, che il 9 dicembre, a 64 anni per un brutto male, ha salutato questa terra. «La vera grande lezione che ci ha lasciato non è stata solo quella della classe sul campo, ma soprattutto della classe nella vita: unita alla modestia, alla tolleranza e alla gentilezza» ha commentato il giornalista sulla sua pagina Facebook. Tutto questo (e molto altro) è al centro della nostra chiacchierata con Marino Bartoletti. Un grande uomo, e un grande giornalista, che si è sempre difeso dal “grigiume” di questo mondo grazie a tre “scudi”: competenza, pacatezza e bontà.

Bartoletti, dobbiamo per forza cominciare dalla scomparsa di Diego Maradona e Paolo Rossi.
«Piove sul bagnato, ma ci siamo già accorti che quest’anno non è destinato a essere fortunato».

Conosceva bene Diego, che cosa prova?
«Ho perso un amico. Ma in questi giorni piango, dispiacendomi, perché in qualcuno non prevale il senso di compassione. È morto un uomo, oltre che un campione, lasciamolo in pace…».

Ci racconta un aneddoto su di lui?
«L’ho conosciuto per la prima volta nel ’78, al Mondiale in Argentina: Diego aveva 17 anni ed era solo aggregato ai 22 convocati di mister Menotti. Poi nel giugno del 1984 lo rivedo in una tournée nel New Jersey con la Nazionale albiceleste, non era ancora ufficiale il suo arrivo al Napoli. Io seguivo l’Italia di Bearzot per “Guerin Sportivo”, e l’idea era quella di fargli una foto proprio con la maglia dei partenopei per una prima pagina “scoop” (la prima pagina, in foto qui a sinistra). Dovevo “solo” recuperare la maglietta del Napoli là, in America. Fortunatamente la riesco a scovare in una bancarella nel quartiere italiano e corro nel ritiro argentino. Facciamo la foto per la copertina, accompagnati dall’entusiasmo e il buon umore di Diego: mi piace pensare che quella foto spianò ancora di più la strada per il suo arrivo a Napoli».

Era contornato da tante persone, ma in fondo troppo solo?
«Penso che la solitudine sia stata una compagna abituale della sua vita. Era solo anche quando aveva tanta gente inutile intorno, di cui si circondava per una bulimia di affetto. Era solo nelle sue battaglie dalla parte dei più deboli. Ed era solo quando è morto, qualche giorno fa. Ha avuto troppe carezze quando era in auge e meritava anche alcuni schiaffi. Ma non ha avuto abbastanza carezze quando di schiaffi ne ha presi troppi».

Ci sarebbe stato spazio per questi due campioni nel suo nuovo libro “La cena degli Dei”?
«(Sorride) Sì, purtroppo se ne sono andati qualche mese più tardi. Ma certamente ci sarà spazio nel prossimo, visto il successo che sta avendo questo libro. Erano già tanti gli esclusi, a questi si sono aggiunti di diritto anche Gigi Proietti, Diego e Paolo».

Chi sono i personaggi?
«Sono alcuni grandi eroi che ogni tanto ci si chiede dove siano finiti, ma che sicuramente vivono in qualche posto. Il Grande Vecchio è Enzo Ferrari che scontroso in vita ritrova il calore umano nell’aldilà. Decide così di mettere insieme, per una cena, amici e altri personaggi che non aveva mai conosciuto. Ve ne cito alcuni. C’è il grande Luciano Pavarotti, il pilota Ayrton Senna, che la Ferrari non ha mai avuto. Poi c’è Marco Pantani, ma anche Lucio Dalla che ha scritto canzoni stupende sulle automobili. Questi, insieme a tanti altri, fanno un bellissimo e variegato gruppo di invitati. Nel libro si raccontano storie vere, la fantasia mi è servita solo per unirli tutti insieme. I dialoghi sono caratteristiche e aneddoti in vita di questi strepitosi personaggi. Devo dire che è uscito un buon lavoro, con tutta sincerità».

In questo maledetto 2020 abbiamo salutato anche tre grandi del giornalismo come Gianni Mura, Franco Lauro e Alfredo Pigna. Se ne sta andando un giornalismo d’altri tempi?
«Sì, se ne sta andando… Chi è rimasto deve cercare di tenere viva la fiamma che questi amici hanno alimentato con competenza, garbo e amore per la verità. Queste caratteristiche non sono scomparse, ma andrebbero custodite con più cautela».

È cambiato tanto questo lavoro?
«È cambiato il rapporto umano con le persone che si raccontano. Mi vanto di aver avuto rapporti stretti con i miei intervistati: mi hanno considerato prima di tutto un amico. Oggi è difficile, tutto è filtrato da una massiccia mediazione. Ai miei tempi potevamo entrare all’interno degli spogliatoi nel dopo partita, perché eravamo in tutto 15 giornalisti. Oggi, dubito che chi scrive di Cristiano Ronaldo abbia mai peso un caffè con lui. Io quando volevo intervistare Maradona lo chiamavo a casa e lui mi diceva di andare da lui. Ovviamente, sempre dopo mezzogiorno (sorride)».

Un suo grande amico, il cantautore Francesco Guccini (in foto qui a destra), cantava, con ironia, che «chi fa il giornalista si vergogna». Lei si è mai vergognato?
«(Sorride) Ogni tanto succede, a volte ci si fa prendere la mano e bisognerebbe essere più lucidi. Poche volte mi sono vergognato direttamente, ma posso dire di essermi vergognato in parecchie situazioni di appartenere a questa categoria».

È anche uno dei massimi esperti del Festival di Sanremo. Un commento sui giovani di questa edizione?
«Tra più giovani ci sono degli artisti importanti e di qualità. Ma noto una tendenza all’omologazione, sono pochi i guizzi di originalità. Siamo sul 7+ per quasi tutti. Mi piacerebbe vedere dei 9».

Ha un rimpianto nella sua carriera?
«L’unica cosa che non son riuscito a fare è un’intervista sportiva al Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Lo avevo intercettato nelle sue vacanze estive di Cadore, ma una volta arrivato da lui non si fece intervistare. Ammetto di esserci rimasto male. Ho fatto molte delle cose che avevo nel “mirino”, lo dico senza modestia… (ride)».

Che rapporto ha con la fede?
«Sono un ragazzo cresciuto in oratorio, con grande gioia di aver maturato le mie convinzioni, e delle piccole formazioni umane e culturali. Ho avuto punti di riferimento importanti a cui sono ancora grato. Io e il Signore ci teniamo il broncio da un po’, ma adesso stiamo cercando l’occasione per trovare pace (ride). Ma penso proprio che abbia ragione Lui. Con l’età si migliora, spero anche io di farlo. Però vi posso raccontare che un mese fa sono stato in udienza in Vaticano, per vedere il Papa…».

Com’è andata?
«Quando mi ha guardato negli occhi e teso la mano ho sentito un’emozione particolare. Il Papa è così come si vede da fuori. Nella mia vita ho “visto” sette Pontefici: dopo Giovanni XXIII, mi ha emozionato di più Wojtyla, forse perché ho avuto la fortuna di stringergli la mano. Francesco mi incuriosisce molto, sembra molto vicino ai bisogni delle persone. Sarebbe bello poterlo frequentare, ma per ovvi motivi non è possibile».

Bartoletti, se la sua vita fosse una canzone di Guccini quale sarebbe?
«“Vorrei”…».

E un brano di Dalla?
«Così mi metti in difficoltà, fermiamoci a Guccini (sorride)…».

Quanti incontri straordinari…

Dieci Mondiali di calcio seguiti dal vivo, dieci Olimpiadi, centinaia di Gran Premi di auto e di moto, decine di Giri d’Italia. Marino Bartoletti, nato a Forlì il 30 gennaio 1949, è questo e tanto altro. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato con la carta stampata nel 1968 al “Resto del Carlino”, per poi passare al “Guerin Sportivo” (di cui è stato anche direttore) e al “Giorno”, fondando anche le riviste “Calcio 2000”, “Goal” e “Solocalcio”. In tv arriva alla conduzione di trasmissioni storiche come “Il Processo del Lunedì” e “Domenica Sportiva”, “Pressing” e “Quelli che il calcio” (di queste ultime due ne è anche l’ideatore).

Storico e appassionato di musica, al Festival di Sanremo è stato più volte giurato e selezionatore delle canzoni in gara. Uno dei giornalisti più apprezzati in Italia, Bartoletti ha all’attivo anche molti libri: solo per la Gallucci editore ha pubblicato la trilogia per ragazzi “La squadra dei sogni”, e per ultimo “La cena degli dei”. Nella sua vita privata, è stato sposato con Carla Brunelli, morta nel 2016 per un incidente domestico, con cui ha avuto due figlie: Cristina e Caterina.

Alessandro Venticinque

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