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«Qui da noi chi è cristiano lo è sul serio, non per finta»

Intervista a Claudio Didero, missionario laico in Iraq

Alle 9.40 di lunedì 8 marzo papa Francesco ha salutato l’Iraq, partendo dall’aeroporto di Baghdad in direzione Città del Vaticano. Questo suo 33° viaggio apostolico, iniziato venerdì 5 marzo, si è svolto all’insegna del motto evangelico “Siete tutti fratelli”. Un viaggio unico e memorabile, in cui il Santo Padre ha portato uno spiraglio di pace e speranza in un territorio così complesso e martoriato. Quella irachena è una terra ricca di storia, culla della nostra civiltà, che si studia nei libri di scuola anche per i suoi “famosi” fiumi Tigri ed Eufrate. Una terra tanto ricca quanto violenta, in cui essere cristiani non significa soltanto andare a Messa la domenica mattina. Perché, soprattutto in quelle zone del mondo, essere cristiani e uscire per andare in chiesa significa rischiare la vita. Proprio come nell’ottobre del 2010, quando nella Cattedrale siro-cattolica di Baghdad (denominata “Nostra Signora della Salvezza”), in un attacco terroristico rivendicato da Al-Qaeda sono stati uccisi 48 fedeli e due sacerdoti, per i quali oggi è in corso la causa di beatificazione. Anche per loro Francesco ha scelto di mettersi in viaggio.

E proprio poche ore dopo la fine di quel viaggio, direttamente dalla capitale irachena, riusciamo a contattare Claudio Didero (in foto qui sotto), 73 anni, missionario laico della Comunità Papa Giovanni XXIII, l’associazione fondata nel 1968 da don Oreste Benzi. «Sono missionario da quasi 30 anni, quando nel ’92 ho deciso di partire per la Tanzania. Poi sono stato in Kenya, in India, e 15 anni a Pechino come insegnante ed educatore di ragazzi disabili. Negli ultimi anni ho fatto tappa ad Atene, e da dicembre sono a Baghdad, dove rimarrò per alcuni anni» ci spiega Didero. Sono le 11 italiane, ore 13 in Iraq. E anche se il Pontefice è già ripartito per l’Italia, la gioia e la soddisfazione è ancora tanta. Per tutti, cristiani e musulmani.

Didero, sono stati giorni emozionanti per la popolazione irachena. Come li avete vissuti?

«Per tutti sono stati momenti belli e positivi. Ho sentito dire che il Papa è stato un eroe a venire in Iraq, sia per la sua età sia per i pericoli che ci sono qui. Siamo molto contenti che abbia avuto questa attenzione per il popolo iracheno. Un’attenzione che non arriva, purtroppo, da altri Paesi, tra atti di guerra, terrorismo, e interessi economici. La gente ha accolto Francesco molto bene, alla Messa a Erbil erano tutti entusiasti del suo arrivo. Al di là della fede e della religione, musulmani o cristiani di varie chiese orientali, tutti lo abbiamo accolto con gioia e riconoscenza».

Che cosa vuol dire essere cristiani in quelle zone?

«Qui i cristiani erano numerosi, prima degli interventi dell’Isis che ne ha cacciati via a migliaia. Erano e sono rispettati, riconosciuti, anche se in minoranza. E questo anche noi lo vediamo, nel nostro piccolo: quando usciamo per le strade con i nostri ragazzi disabili, veniamo trattati bene. Le guardie, per la maggior parte musulmane, ci rispettano, ci vogliono bene. Non c’è discriminazione. Per noi cristiani è bello vedere questo riconoscimento».

Il vostro, però, è un territorio fatto anche di violenza e terrorismo. Si avverte?

«Per fortuna non abbiamo mai visto o subito alcun atto di violenza. Ma ci sono manifestazioni violente di vario genere: dal far saltare in aria un negozio di alcolici, fino ad attentati verso la popolazione, soprattutto nei mercati. Atti provocati da superstiti dell’Isis, proprio come un mese fa. Le persone sono abituate, non hanno paura ed escono normalmente. Anche noi ci siamo abituati… A volte capitano situazioni difficili, in cui il governo e la polizia non riescono a intervenire. Ma sono eventi isolati, non succedono tutti i giorni».

Nonostante le diversità tra religioni, si può essere davvero fratelli?

«Si può essere fratelli, e noi lo viviamo quotidianamente. Perché se c’è un rispetto reciproco, come ci capita di sperimentare, c’è anche la fraternità».

Qual è il vostro lavoro in Iraq?

«Come Comunità siamo presenti in queste terre dal 2015. Attualmente, stiamo lavorando per ottenere un riconoscimento ufficiale, che ci servirebbe per ospitare stabilmente un gruppo di ragazzi disabili nella nostra casa. Facciamo attività con questi 30 giovani con disabilità che vivono con le Suore Missionarie della Carità, fondate da madre Teresa di Calcutta. Noi prendiamo alcuni di loro durante il giorno e stiamo insieme diverse ore, facendo molte attività. Poi, sempre dalle suore, prestiamo anche servizio e assistenza ad altri bambini in difficoltà. La maggior parte sono disabili, alcuni anche gravi… Spesso serve aiutarli anche solo per mangiare. La nostra vocazione è la condivisione diretta con i più poveri, gli ultimi».

Ecco, ma che cosa vuol dire per lei essere missionario?

«Sono partito la prima volta nel ’92, l’ho fatto per convertirmi: volevo stare con i più poveri, per essere obbligato a vivere una vita vicino alla gente che soffre. A questo primo desiderio si è poi affiancata, andando in Cina, la mia grande volontà di portare Cristo a chi non lo conosce e non l’ha nemmeno sentito nominare. In che modo, tutto questo? Con le caratteristiche della Comunità: non abbiamo bisogno di parole, il Signore ci aiuta a testimoniare la Sua presenza e il Suo amore attraverso la vita che facciamo. Vivendo con i poveri, aiutando i bambini orfani, disabili, rifiutati, testimoniamo l’amore di Dio. Quando in Cina non potevo parlare molto della mia fede, dicevo: “Abbiamo un Dio che insegna a stare insieme, amarci e aiutarci”. Adesso, il mio grande desiderio è essere strumento di Cristo per diffondere la buona Parola, il Vangelo».

In questo viaggio il Papa ha detto: «Oggi, posso vedere e toccare con mano che la Chiesa in Iraq è viva». È così?

«Siamo a Baghdad, i cristiani sono pochi ma impegnati. Per quel poco che vedo, sono molto determinati e convinti. Anche perché non è facile essere cristiani qui. Quindi chi è cristiano lo è sul serio, non per finta. Ci credono fino in fondo (sorride)! Sono d’accordo con Francesco, quello che ha percepito è la pura realtà. Ci sono stati martiri: tanti hanno dato la vita per non abiurare la loro fede. Ci sono state ragazze finite in mano ai terroristi dell’Isis, rapite e violentate, che non hanno voluto rinnegare la propria fede, anche a costo di subire il martirio».

Il Pontefice ha incontrato anche il padre del piccolo Alan, naufragato con il fratello e la madre sulle coste turche nel 2015. Francesco è andato alla ricerca degli ultimi tra gli ultimi…

«Sì, il nostro Papa è attento ai poveri, agli ultimi, alle ragazze sfruttate, proprio quello che anche noi, come Comunità, portiamo avanti da più di 50 anni. Mi piace e colpisce la sua semplicità, l’abbassarsi all’altezza dei più piccoli. Non si pone verso gli altri guardandoli dall’alto, il Santo Padre si mette in comunione con i più poveri. Non parla “ex cathedra”, ma si fa più piccolo per stare con i più “piccoli”».

Cosa cambierà dopo questa visita?

«Questo è un rebus. Sicuramente il viaggio del Papa ha rappresentato una speranza grande, per tutti. Vedremo con il tempo, nei prossimi anni, cosa accadrà. Nessuno conosce il futuro, non si possono fare pronostici. Senza dubbio, ha lasciato il segno in coloro che lo hanno ascoltato, sia cristiani sia musulmani. Abbiamo fatto nostre le sue parole… parole semplici, alla portata di tutti. Speriamo che questo viaggio non venga mai dimenticato. E che i semi gettati dal Pontefice possano germogliare e portare molto frutto».

Alessandro Venticinque

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