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Superlega? No, grazie

“La testa e la pancia” di Silvio Bolloli

Non per fare il bastian contrario ad ogni costo ma, in un momento in cui le migliori penne sportive di Alessandria si concentrano sui Grigi, e sull’appuntamento con la storia cui potrebbero andare incontro, domenica prossima, allo Stadio “Sinigaglia” di Como, io preferisco rimandare ogni disquisizione al riguardo alla settimana ventura e soffermarmi su quello che reputo essere il grande tema calcistico del momento: la famigerata “Superlega” (forse già abortita nel momento in cui andremo in stampa).

Già, perché, dopo le polemiche esplose ai più alti livelli istituzionali europei, ma anche presso alcuni celebri opinion leaders, sembra che l’Inter e le inglesi abbiamo già fatto marcia indietro (d’altro canto lo stesso Principe William, quale numero uno della Federcalcio di Sua Maestà, è sceso personalmente in campo). Così, mentre il Presidente juventino Agnelli si è beccato insulti a destra (il numero uno “Uefa” Ceferin) e a manca (il collega torinese Urbano Cairo), io voglio azzardare una risposta alla fatidica domanda: “Superlega” sì o no? Ma prima di rispondere vorrei fare un distinguo: lo sport, non solo il calcio, è affascinante e, sebbene contaminato, ai livelli più alti, dal business dei diritti televisivi e dalle sponsorizzazioni faraoniche, resta ancora una delle più nobili, genuine e meritocratiche espressioni del genio umano.

E per genio, specifico, non mi riferisco soltanto alle doti fisiche, ma anche a quelle mentali che, spesso, consentono di fare la differenza a tutti i livelli. Eh sì, perché dal calcio (Rivera e Platini docent) alla boxe (Cassius Clay alias Muhammad Ali), al tennis di Borg, Federer e tanti altri, al ciclismo, all’atletica (Mennea e Simeoni), ad ogni altra specialità in cui si cimentano le prodezze dei nostri simili, più volte un’intelligenza superiore ha consentito di ottenere quel quid pluris che ha permesso di arrivare un passo davanti a tutti gli altri.

Ecco perché, personalmente e sommessamente, ritengo che – senza voler voltare le spalle al progresso e alle inevitabili ragioni del business – sia necessario continuare a salvaguardare quell’originario spirito decoubertiniano che rende le competizioni una delle manifestazioni più oneste e fulgide del talento umano e, talvolta, ci regala la gioia di inaspettate vittorie di novelli “Davide” contro consolidati “Golia”. Ecco perché dico no alla “Superlega” e sì alle buone, sane e vecchie competizioni nazionali e continentali.

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