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Accoglienza: benevolenza o conversione?

L’Editoriale di Andrea Antonuccio

Care lettrici, cari lettori,

apriamo questo numero di Voce con un intervento di don Valerio Bersano, che tutti noi ben conosciamo, sulla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di domenica 26. Vi consiglio di leggerlo, prima di “archiviare” l’evento come qualcosa che in fondo conosciamo e su cui ci siamo già fatti un’idea, positiva o negativa. Il pezzo di don Valerio (che ringrazio per la disponibilità) ci aiuta a rimetterci davanti al senso profondo dell’accoglienza e della solidarietà.

In primis, ricordandoci chi siamo e da dove veniamo. Scrive don Valerio: «Quasi ciascuna famiglia ha qualche parente da ricordare che ha compiuto un viaggio verso l’ignoto in cerca di un futuro migliore per la propria famiglia». Se penso ai miei avi (senza andare troppo in là nel tempo), è davvero così. Alcuni degli “Antonuccio” che sbarcarono negli Stati Uniti tra la fine del 1800 e la prima metà del 1900 erano sicuramente parenti stretti dei miei nonni paterni. Quindi miei familiari, anche se io ovviamente non li ho mai conosciuti.

Pensare a queste persone, che lasciavano gli affetti per una speranza nuova, mi commuove. E forse questa commozione potrà trasformare il mio sguardo, solitamente distratto, nei confronti dei “migranti”, ai quali spesso riservo la mia retorica, acida o melensa, ma non la mia com-passione (lo scrivo così, con il trattino). Fa bene don Valerio a ricordarci che «più volte questa Giornata ha promosso un’accoglienza, prima di tutto, che parte dalla conversione del proprio modo di ragionare nei confronti di queste persone in difficoltà». E che «la nostra accoglienza non è solo qualcosa di più, una benevolenza con cui noi ci sforziamo al di là del nostro dovere». Conversione, non benevolenza (io l’avrei chiamata “carità pelosa”…). Mi sembra sia il punto della questione: non solo dell’accoglienza, ma di tutta la vita.

Andrea Antonuccio
direttore@lavocealessandrina.it

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