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«Coerente, paterno e appassionato»

Don Gian Paolo Orsini

Don Gian Paolo Orsini è stato dal 1996 al 2002 segretario di monsignor Charrier. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza.

Chi era per te monsignor Charrier?

«Non è stato il vescovo che mi ha accolto in Seminario, perché sono entrato che c’era ancora monsignor Maggioni, ma è stato quello che ha accompagnato il Seminario quando abbiamo avuto gli “anni di grazia”. Dopo l’anno vocazionale vissuto in Diocesi in occasione dei 50 anni di ordinazione sacerdotale di Maggioni, siamo arrivati a essere in 13 seminaristi ad Alessandria. Monsignor Charrier è stato colui che poi mi ha ordinato diacono e prete, e sono stato suo segretario per quasi sette anni. Grazie a lui ho fatto un’esperienza di chiesa locale: la diocesi un po’ la conoscevo, ma la segreteria vescovile è un osservatorio privilegiato. E poi, grazie ai suoi incarichi a livello nazionale, ho avuto anche uno sguardo sulla pastorale del mondo del lavoro, non soltanto nazionale ma anche estera. Io lo seguivo nei viaggi brevi in Italia soprattutto se si muoveva in macchina, ma c’era uno scambio continuo e un confronto sulle sue esperienze. Poi ricordo le sue conoscenze di alcune personalità, tra politici e amministratori: ho presente una telefonata del Presidente della Repubblica… momenti indelebili».

Era un uomo facile da approcciare?

«Dico di no, ma senza timore, perché lui stesso lo diceva di sé (sorride): “Io sono freddo come le mie montagne”. Però aveva un cuore immenso, che teneva ben difeso. Tanto è vero che, da vescovo emerito, spesso si fermava, parlava e sorrideva. Quando non era in Diocesi, per conferenze o ritiri con seminaristi e preti, sembrava quasi che si rilassasse. Sentiva il peso della responsabilità, come penso tutti i vescovi».

Tu cosa hai imparato da lui?

«L’attenzione alle persone, al rispetto, alla profondità, e il suo impegno nel mondo del lavoro. Ricordo quando, rispondendo a una richiesta di san Giovanni Paolo II, si permise di dirgli: “Santo Padre io ho già tanti impegni…”. E il Papa gli rispose: “Uno è vescovo per la Chiesa universale”».

Tre aggettivi per definirlo.

«Coerente, paterno e appassionato».

Chi non l’ha conosciuto cosa si è perso?

«La passione che aveva per il mondo del lavoro. Affermava che forse non era adatto a fare il vescovo, aveva una coerenza ai limiti della severità. A tratti era anche rude, ma anzitutto con se stesso: era un uomo della montagna. La sua umanità, nonostante le situazioni complicate, si accendeva in un attimo, e poteva lasciarsi andare anche a momenti di commozione. Come quando nel 2002 mi presentò a Castelceriolo, subito dopo la mia esperienza in segreteria. Alla fine dell’omelia disse ai fedeli che si privava di uno di famiglia per darlo a loro. E si commosse».

Andrea Antonuccio

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