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È l’unione all’amore di Cristo che salva

L’omelia del Vescovo in occasione del Corpus Domini, giovedì 16 giugno 2022

Carissimi fratelli e sorelle,

questa festa del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo è una festa che è radicata nel culto e nella devozione cristiana del popolo di Dio, e ha trovato il suo punto di forza per diventare una festa liturgica nel momento in cui è avvenuto il miracolo eucaristico di Bolsena. Un sacerdote va in pellegrinaggio a Roma perché ha dei dubbi di fede sull’Eucaristia. Per lui celebrare l’Eucaristia quotidianamente era una pena, perché era assalito dai dubbi sul fatto che veramente fosse presente Nostro Signore Gesù Cristo, così come insegna la dottrina della Chiesa. Che fosse presente nostro Signore Gesù Cristo nella celebrazione Eucaristica, quando il sacerdote dice quelle parole…

Insomma, sembra troppo grossa! Innegabilmente è così. Sembra troppo grossa, e purtroppo la nostra fede è piena di cose che sembrano troppo grosse: il mistero dell’incarnazione, la passione e morte, ma soprattutto la resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. E mentre [quel sacerdote] è quasi alla fine del pellegrinaggio a Bolsena, si mette a celebrare l’Eucaristia e, quando arriva alla frazione del pane spezzando in due l’ostia, si ritrova con un fiotto di sangue che esce dalla particola consacrata. Scappa in sacrestia, scioccato. Il Corporale insanguinato viene portato processionalmente a Orvieto, sede vescovile, dove viene accolto e si fa grande festa. Tra i presenti, insegnava ad Orvieto come maestro, dottore in teologia, San Tommaso d’Aquino, testimone degli eventi di quei giorni, a cui poi è stata chiesta la composizione dell’ufficiatura della solennità del Corpo e Sangue di Cristo come ce l’abbiamo noi.

Ma perché tutta questa festa e questa importanza? Perdonatemi l’espressione, ma solo perché è presente il corpo e sangue di Cristo? Che è già troppo? No, molto di più! Perché l’Eucaristia non è semplicemente Dio in mezzo a noi. Diciamo: «Dio è con noi, ce l’abbiamo nel tabernacolo, viene nella Messa, addirittura viene dentro di me nella Comunione» e solitamente la teologia e la spiritualità del popolo di Dio qui si fermano, a una questione che riguarda semplicemente la presenza fisica in una modalità speciale, quella sacramentale, quella eucaristica di Gesù Cristo, appunto nell’Eucaristia. Come se la questione si riducesse al fatto che ce l’abbiamo più vicino. Così vicino da entrare in noi. È ben di più.

La settimana scorsa mi sono letto altre tre volte la Lettera agli Ebrei: l’approccio ai libri della Bibbia io lo consiglio fortemente. Leggeteveli velocemente più volte, perché allora riuscirete a capirne meglio l’anima. Uno potrebbe dire: «Mamma mia, quanto mi fa leggere questo Vescovo!». A leggere il Vangelo di Marco ci vogliono 90 minuti, meno che a guardare una partita di calcio, perché con l’intervallo… Credo che sia molto facile guardare una partita di calcio: se facciamo la somma delle partite di calcio guardate dalla nostra assemblea con i Vangeli letti, ce ne torniamo a casa veramente viola di vergogna.

Allora cosa ci dice la Lettera agli Ebrei? Beh, la Lettera agli Ebrei parte da questo episodio di Melchisedec, re di Salem, dicendo che Gesù Cristo è sacerdote alla maniera di Melchisedec. Abbiamo ripetuto nel ritornello: «Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore». Melchisedec in ebraico è “Re di giustizia”, e viene detto che è re di Salem. È un re che però è anche sacerdote, al punto che Abramo gli paga la decima e viene benedetto da lui. Viene benedetto da uno che non ha il sacerdozio ebraico, che non è di stirpe sacerdotale ebraica, ma da uno esterno. E quando il Salmo dice: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedec», sembra che ricorra a una fonte esterna. Perché quest’attenzione a questo re e sacerdote? La prima volta che nella Bibbia Dio parla di sacerdozio dice (Esodo 19, 6): «Voi sarete per me un regno di sacerdoti» e Gesù Cristo inizia dicendo: «Convertitevi perché il regno di Dio è vicino». Ma che cos’era? Un regno militare? No, alla fine della vita dice: «Certo che sono re, ma il mio regno non è di questo mondo, se no vedreste le mie truppe venire a difendermi». E Gesù, alla fine della vita, dopo aver iniziato predicando la Buona Novella del Regno, conclude lasciandosi imporre la corona, lo scettro e la porpora. E muore con la scritta “Gesù Nazareno, il re dei Giudei”.

Questo regno è un regno di sacerdoti, e quando noi viviamo il culto eucaristico non pensiamo semplicemente alla presenza fisica e reale di Gesù Cristo, ma andiamo ben oltre e diciamo che questa presenza reale è il frutto di un atto sacerdotale di Cristo che è re, ed è re nell’amore. Il regno di Cristo è un regno di amore. E si regna amando e partecipando di questo atto sacerdotale perché la cosa interessante, come ci dice l’Apocalisse, è che Gesù, morendo per noi, ha fatto di noi un regno di sacerdoti. Noi, noi pure, partecipi del sacerdozio di Cristo, tutti noi. Non sto parlando del sacerdozio ministeriale, che è un grado diverso ed è una differenza ontologica.

È che tutti siamo compartecipi del sacerdozio regale di Cristo e siamo costituiti regno di Dio. Ma il regno non è di questo mondo. E voglio arrivare a dire questo: che quando noi viviamo questo sacerdozio di Cristo, alla maniera di Melchisedec, e viviamo l’Eucaristia (che è stata prefigurata nella moltiplicazione dei pani che abbiamo ascoltato nel Vangelo) che Gesù ha realizzato e istituito la sera prima di morire, con le parole che San Paolo ci ha ricordato nella prima Lettera ai Corinzi; quando noi celebriamo l’Eucaristia siamo chiamati a offrire la nostra vita così com’è. E, tramite il sacerdozio di Cristo, a farle acquisire un valore straordinariamente alto, eterno, l’unico capace di cambiare le sorti della vita.

Carissimi, io vi dico queste cose non perché ho studiato tanto e la settimana scorsa ho letto tre volte la Lettera agli Ebrei, ma vi dico queste cose perché se non avessi queste cose che vi dico, io sarei “schiantato” dalla sofferenza. Non potrei essere qui vivo. Sarei un depresso ambulante, perché l’unica pastorale efficace nella Chiesa, vorrei che fosse molto ben chiaro, è l’unione all’amore di Cristo che salva. Non c’è bisogno di organizzare tante cose. L’unica pastorale efficace nella Chiesa è l’unione all’amore di Cristo che salva, e la porta avanti Gesù Cristo nostro Signore, non noi… peccato!

Questo è quello che voglio dirvi, questo è quello che mi sta a cuore, questo è ciò per cui io vivo e do la mia vita. Questo è quello che voglio veder vivere da voi, carissimi e amatissimi fratelli e sorelle, perché in questo mondo pieno di problemi dove pensate di andare a trovare un po’ di serenità, di sollievo, di senso della vostra vita? Dove pensate di andare? Siete così ingenui che state cercando ancora cose umane? Questo è quello che voglio donarvi. Che l’intercessione di San Tommaso d’Aquino, il Santo che portava veramente nel cuore l’Eucaristia, accompagni tutti noi alla scoperta di questo grandissimo mistero che ci sovrasta e che rende le nostre vite non solo vivibili, ma belle e appassionanti. Sia lodato Gesù Cristo.

† monsignor Guido Gallese

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