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Don Maurilio Guasco, 60° di Ordinazione presbiterale

Vocazioni diocesane

Don Maurilio Guasco, con cui festeggiamo quest’anno i 60 anni della sua Ordinazione presbiterale (23 settembre), è nato a Solero (AL) il 26 agosto 1939 e ha compiuto gli studi classici ad Alessandria e poi quelli in Teologia a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana.

Ritornato in diocesi dopo aver partecipato al Concilio Vaticano II come assistente, dal 1966 è stato vice-parroco a Sant’Alessandro, per poi riprendere gli studi, questa volta a Parigi, presso il prestigioso Institut Catholique, per i titoli accademici in Teologia e Sociologia.

Rientrato in Italia giunge la laurea in Lettere a Torino e nel 1970 la nomina a collaboratore della parrocchia di San Paolo, che si stava costruendo nel nuovo quartiere Europa, incarico mantenuto per cinquant’anni, nella comunità fondata e vissuta intensamente assieme a don Giorgio Guala, don Gian Piero Armano, don Guido Ottria e don Mario Martinengo. Ha intrapreso poi la carriera accademica, prima come assistente a Torino, poi come docente a Padova e Verona e infine a Torino, con la cattedra di Storia del pensiero politico.

Nel 1992 si è spostato ad Alessandria, tra i fondatori della nuova Università del Piemonte Orientale, di cui è tutt’ora professore emerito. Giornalista, scrittore di successo e barzellettiere senza pari, è autore di decine di testi legati soprattutto alla storia contemporanea e della Chiesa, alla formazione del clero e i seminari e al modernismo.

A lui dedichiamo questa pagina, lasciando spazio a chi lo conosce bene.

LA TESTIMONIANZA DI DON SIRBONI

Chi è veramente don Maurilio Guasco che il 23 settembre ha compiuto i sessant’anni di presbiterato? A mio parere può essere identificato come il professore universitario con la vocazione e l’anima del parroco, del pastore che ama il rapporto con le persone. È proprio questa sua identità profondamente pastorale che sta alla radice della sua nota e preziosa dote di saper spiegare le realtà più complesse e difficili in modo tale che anche le persone più semplici le possano comprendere. Un linguaggio, abitualmente non privo di quella saggia ironia e di quel sano e sottile umorismo che riesce a far cogliere meglio il nocciolo del discorso e che costringe a confrontarsi anche con le verità più scomode.

Uno stile di comunicazione che lo accompagna sia quando è alla cattedra universitaria come quando è all’ambone. Nessuno si è mai addormentato alle sue lezioni, né alle sue conferenze, né durante le sue omelie… Qualcuno, invece, talvolta ha reagito contrariato, perché don Maurilio con le sue parole essenziali e asciutte, come la sua stessa figura fisica, spinge a scendere nei più reconditi nascondigli della coscienza scuotendo la pace fittizia di chi, forse inconsapevolmente, ha fatto del Vangelo e del culto cristiano un tranquillante. Per don Maurilio il Vangelo non è camomilla. Purtroppo la sua attuale situazione di salute non gli permette di continuare questo prezioso servizio della Parola e neppure nell’ambito culturale.

Manca molto questa voce autorevole e preziosa, e all’occasione anche critica, nella nostra Chiesa diocesana; ci manca in particolare negli incontri del clero. C’è chi dice che don Maurilio nei suoi interventi si infiammi facilmente… È vero, ma chi lo conosce bene e non ha pregiudizi sa che le sue reazioni infuocate derivano, oltre che dalla sua vasta e solida conoscenza delle diverse realtà, anche e soprattutto da quel suo profondo amore per la verità che non sopporta doppiezze, fariseismi e sfacciati compromessi. La forte dimensione pastorale del suo servizio presbiterale è stata fortemente alimentata durante la sua permanenza a Parigi dove l’impegno nello studio è stato accompagnato dalla piena condivisione di vita in una parrocchia operaia di Ivry-sur-Seine.

Una forte esperienza pastorale che don Maurilio, appena ha potuto, ha messo al servizio della nostra Diocesi, partecipando alla nascita della nuova comunità parrocchiale di San Paolo. Università e parrocchia sono i due poli fra i quali trovano spazio le numerose attività accademiche e pastorali ben oltre i confini locali. Don Maurilio è stato ordinato diciotto giorni prima dell’apertura del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962). Essendo ancora a Roma per il completamento degli studi teologici, don Maurilio accettò volentieri di far parte degli assignatores (incaricati di assegnare i posti ai vescovi nell’aula conciliare e di assisterli in qualche loro necessità). Così egli ebbe la grazia di respirare in anticipo quell’aria nuova che, come il vento di una nuova Pentecoste, spalancava le porte e le finestre della Chiesa sui nuovi orizzonti dell’umanità e che, di conseguenza, faceva intravedere anche una nuova immagine di Chiesa, di cristiano e di ministero ordinato. Come i documenti conciliari, anche don Maurilio “giocava” in anticipo e per questo non fu sempre correttamente compreso.

Tuttavia il buon seme che ha sparso non è andato perso. Lo possono confermare (se mi è lecito fare un riferimento personale), insieme a tanti altri, anche i giovani (e non solo loro) della parrocchia dei Santi Apostoli che per quasi quarant’anni hanno avuto la grazia di ascoltarlo e di scoprire grazie a lui il volto entusiasmante della Chiesa conciliare e di amare la bella avventura di essere cristiani. A don Maurilio, immobilizzato dalla malattia, diciamo grazie, certi che anche questo suo silenzioso sacrificio è un ulteriore dono alla nostra Chiesa.

Don Silvano Sirboni

LE PAROLE DEL PROFESSOR PIETRASANTA

Un caro amico, che dichiarava di non condividere la sua fede, definiva Maurilio, un “prete scomodo”; lo diceva con riferimento critico anche se tollerante e rispettoso verso l’Istituzione. Personalmente, in frequenti colloqui, ora momentaneamente (lo spero!) interrotti per le sue condizioni di salute, mi sono reso conto che sarebbe più adeguato definirlo un “prete libero”. Libero nella fedeltà sostanziale e granitica alla sua Chiesa.

Gli episodi sono parecchi e Maurilio ne dà testimonianza coi suoi comportamenti di coerenza alla vita di fede o di ricerca della proposta cristiana. Intanto la sua scelta con alcuni confratelli di un sacerdozio di condivisione e di rinuncia individuale ai beni e alla ricchezza. La cosa è tanto nota che resta inutile richiamarla; tuttavia Maurilio mi diceva della radicalità dell’opzione, tanto da ritenere la gratuità del servizio sacerdotale un dovere non negoziabile. Senza critica a chi per necessità o condizionamenti vari sceglieva e sceglie opzioni diverse: in tutto questo evitava di essere scomodo per essere libero.

Ricorderei alcuni passaggi della sua esperienza: me ne ha sempre parlato senza ostentazione, senza ritenersi mai migliore di chi non la pensava come lui o sceglieva vie diverse dalla sua. All’inizio della sua missione sacerdotale aveva condiviso la condanna degli interventi americani in Vietnam e soprattutto dei bombardamenti sul Nord del Paese. Non si era limitato al dissenso, ma ne aveva fatto pubbliche dichiarazioni anche nei comizi che con la sua graffiante polemica rendeva efficacissimi. Era vice parroco di una parrocchia cittadina: non aveva mai agito alle spalle del suo parroco.

Lo informava delle sue opzioni e dei suoi comportamenti con rispettosa trasparenza e il suo “superiore” che pur non approvava, finì per apprezzare e sostenerlo nelle sedi opportune. Aveva condiviso una libertà accompagnata anzi rafforzata dal rispetto. Maurilio ci teneva a confermare: l’ho informato, ma gli ho anche detto che non chiedevo il permesso. Così quando il malevolo pettegolezzo di qualcuno andava a riferire, il parroco rispondeva pronto: lo sapevo, me l’ha detto lui. Un esempio di reciproca scelta di libertà.

Nel 1974 la dolorosa vicenda del divorzio e della sconfitta nella campagna referendaria, per l’abolizione della legge che l’aveva introdotto nell’ordinamento dello Stato italiano. Maurilio partecipò alla campagna elettorale, ma scelse la parte dei cattolici del “no”. Però non lo fece in difesa della laicità delle istituzioni in cui pure credeva, ma in nome di una scelta di fede. In sostanza se il cristiano optava e giustamente per l’indissolubilità, seguiva l’indicazione dell’Evangelo per cui il legame tra il marito e la moglie richiamava il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa: tanto radicale era il fondamento costitutivo che non poteva essere imposto al non credente.

Non fu capito, anche alcuni di noi rimasero perplessi, ma cominciarono a valutare il rispetto dovuto a scelte di libertà e di risposta a un imperativo di coscienza. Peraltro devo anche a lui se ho intrapreso le letture di don Milani e don Mazzolari. Quando ascoltai la prima volta l’omelia mazzolariana del giovedì santo in cui si sottolineava la misericordia, anzi l’amicizia di Gesù per Giuda, mi fu sempre più facile la strada indicata da un Cristianesimo di perdono e non di condanna. Fu un contributo di libertà cui debbo gratitudine non solo, ma anche a Maurilio.

Non mi soffermo sui colloqui mattutini di tanti incontri dedicati alle informazioni sui suoi studi: spesso mi servivano per alcuni incontri pubblici. Anche in questi casi era esempio di assoluta gratuità. Tuttavia la sua qualità più grande è l’ascolto a fronte del dolore. Una volta, ad alcuni di noi fece un’affermazione che ci lasciò pensosi. Ci disse: «Di fronte a una madre e un padre che perdono il figlio non mi sento di dire: Dio ti ama comunque».

Se non diceva, testimoniava coi comportamenti: si metteva a fianco della sofferenza. Lui che aveva perduto un fratellino, trovatosi in situazione analoghe in casa di amici, prese su di sé l’impegno di accompagnare, condividendo, un ragazzino che aveva visto morire il fratello. Aveva sostituito per quanto possibile i genitori annichiliti dal dolore, aveva accompagnato il ragazzino nei giochi, nello studio, negli impegni quotidiani. Maurilio quando non predica l’amore di Dio, lo testimonia con la sua vita: una fedeltà libera dai legami delle regole e delle convenzioni.

Agostino Pietrasanta

Qui a destra la prima pagina di Voce alessandrina del 27 settembre 1962 con il resoconto dell’Ordinazione presbiterale di don Maurilio, avvenuta nella chiesa parrocchiale di Solero il 23 settembre, per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di monsignor Giuseppe Pietro Gagnor, Vescovo di Alessandria.

Sul prossimo numero troverete altre testimonianze di fede e di amicizia.

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