Dentro Portofranco, dove lo studio cambia la vita

Mille iscritti e circa 250 volontari, una media di 14 mila ore di ripetizioni gratuite ogni anno: sono questi i numeri di Portofranco, il centro di aiuto allo studio rivolto agli studenti delle scuole medie superiori che si trova in viale Papiniano a Milano. Nato 26 anni fa su intuizione di don Giorgio Pontiggia, allora rettore dell’Istituto Sacro Cuore di Milano, sacerdote milanese e amico di don Luigi Giussani, è stata la scintilla da cui sono nati molti altri punti di aggregazione in Lombardia e nel resto d’Italia. «Dobbiamo creare un luogo libero, aperto a tutti, in cui aiutare i ragazzi a scoprire la bellezza della conoscenza»: questa frase di don Pontiggia contiene l’essenza di Portofranco.

Oggi i centri presenti sul territorio nazionale sono 52, riuniti sotto la Fondazione Portofranco Ats. Siamo andati a visitarlo di persona, per capire come sia possibile far nascere questa esperienza anche in altre città e se è un’opera educativa dove realmente Cristo c’entra in qualche modo. Lo abbiamo chiesto direttamente al presidente (Alberto Bonfanti); a due volontari, un ex docente (Gianfranco Lucini) e uno studente universitario (Matteo Sinopoli); e al coordinatore (Giovanni Borgonovo). Buona lettura! 

Alberto Bonfanti: “Se tutti qui a Portofranco riceviamo, chi dona?

Alberto Bonfanti è un professore di storia e filosofia alle superiori e presidente dell’Associazione Portofranco Milano. Ci accoglie nel suo studio, dove sul muro campeggia la foto di lui ritratto assieme al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 31 marzo 2023 ha conferito motu proprio trenta onorificenze al Merito della Repubblica. Tra i beneficiari c’era anche il professor Bonfanti, “per il costante impegno profuso nell’accompagnare i ragazzi nello studio attraverso una rete di volontari composta da insegnanti, anche in pensione, e giovani universitari”. Abbiamo cercato di capire assieme a lui e ad alcuni volontari come si fa a portare avanti un’opera del genere e cosa c’entra eventualmente Gesù Cristo in tutto questo.

Alberto, ci racconti per chi non lo sa, essenzialmente cos’è Portofranco?

«Portofranco è un centro di aiuto allo studio e di aggregazione giovanile. Nasce dal desiderio di incontrare i ragazzi a partire dal loro primo bisogno concreto: essere aiutati a studiare e a scoprire la bellezza della conoscenza. Tutto è cominciato durante una cena tra alcuni insegnanti tra cui il sottoscritto e don Giorgio Pontiggia, allora rettore dell’Istituto Sacro Cuore di Milano, sacerdote milanese, amico di don Luigi Giussani. Durante quella cena don Giorgio era molto provocato da un fatto che aveva sentito raccontare: in una parrocchia era stata costruita una discoteca in oratorio. Ricordo ancora le sue parole: “Ma come si fa se anche noi cristiani, noi sacerdoti, teniamo i ragazzi facendo leva sui loro vizi? Li stiamo strumentalizzando. Dobbiamo invece incontrarli per quello che sono realmente”».

E dunque?

«Da lì nacque una domanda: qual è il modo per incontrare davvero i ragazzi, senza usarli, partendo dal loro bisogno? Perché una persona non coincide con il bisogno che ha, ma il bisogno esprime la persona. Don Giorgio, da educatore, conosceva bene le difficoltà dello studio e disse, in modo provocatorio, che dovevamo aiutare i ragazzi a prendere sul serio la scuola. Lo studio è il primo grande impegno che un giovane incontra; quando questo fallisce, spesso si cercano altre strade per sentirsi protagonisti, vie che non corrispondono ai desideri più veri. Così propose di creare un luogo libero e aperto a tutti, chiedendo a universitari e adulti di offrire gratuitamente il proprio tempo in quello che nel movimento di CL si chiama “caritativa”: un gesto gratuito per imparare l’amore che Gesù ha per noi. Alla fine mi disse: “Albertino, vuoi occupartene tu?” (sorride). Risposi subito di sì, d’impeto, perché mi affascinava l’idea di costruire una realtà del genere. Abbiamo elaborato un progetto, trovato questi spazi e ottenuto dal Comune l’assegnazione dei locali in viale Papiniano 58. All’inizio erano 300 metri quadrati, poi abbiamo dovuto ampliarli perché i ragazzi aumentavano continuamente. E così siamo partiti».

Quanti eravate agli inizi di questa avventura?

«All’inizio avevamo una cinquantina di ragazzi e 20 volontari. Ben presto abbiamo dovuto chiedere un ampliamento e ristrutturare i locali, nel 2011, perché le richieste crescevano. Oggi abbiamo sempre mille iscritti e circa 250 volontari. Dalla nostra esperienza sono poi nati molti altri centri in Lombardia e nel resto d’Italia. Per questo abbiamo creato subito un’associazione che li riunisse, Portofranco Italia. Dall’estate scorsa, invece, è nata la Fondazione Portofranco Ats, che raccoglie oltre cinquanta centri presenti sul territorio nazionale. Milano resta quello più grande per dimensioni, numero di ragazzi e volontari, ma avere oggi 52 centri è un dato davvero significativo».

Possiamo parlare di un “metodo Portofranco”?

«Sì, assolutamente. Abbiamo persino redatto una vera e propria carta d’identità di Portofranco. Il primo punto fondamentale è la gratuità: il ragazzo deve poter venire senza pagare nulla e chi lo aiuta offre il proprio tempo gratuitamente. Perché ci teniamo così tanto? Perché il secondo pilastro è la libertà. In tanti anni non è stato semplice sostenere una realtà come quella di Milano, che ha costi importanti: un affitto al Comune, personale retribuito, utenze. Eppure continuiamo a difendere con forza la gratuità. Non solo perché rappresenta un approccio caritativo e amorevole verso il ragazzo, ma perché il fatto di non pagare è decisivo per provocarne la libertà. A scuola spesso si va perché si è obbligati; alle lezioni private si va perché si pagano. Qui si viene soltanto perché si desidera essere aiutati. Gratuità e libertà sono i due pilastri fondamentali dei nostri centri. E poi c’è un altro elemento decisivo: chi guida l’opera è sempre un gruppo di amici che cammina insieme».

Quindi le persone che decidono di aprire un centro con la Fondazione Portofranco devono essere un gruppo di amici: ci aiuti a capire cosa significa?

«Significa anzitutto che deve esserci qualcuno che desidera davvero fare questa esperienza e che comprende come l’educazione abbia bisogno di un luogo e di un’amicizia tra adulti. Non educa mai soltanto il singolo individuo: come i genitori educano i figli, così l’educazione ha sempre qualcosa di generativo, di “genitoriale”. Per questo il gruppo che fonda il centro è essenziale. Noi, per esempio, ogni giovedì facciamo la riunione dello staff, cioè di coloro che guidano l’opera. È il luogo in cui affrontiamo problemi e questioni concrete. Ed è lì che emerge chiaramente come la responsabilità dell’opera non sia del solo presidente, ma di una compagnia, di una comunione, per usare una parola profondamente cristiana. Non esiste il battitore libero».

E nella carta d’identità di un centro Portofranco, deve esserci come requisito che sia un’opera legata alla chiesa?

«Nella carta d’identità non c’è scritto  (sorride). I requisiti sono la gratuità e la libertà, che però rappresentano i segni più autentici dell’esperienza cristiana. Per fare un esempio, a Fornovo c’era un centro Portofranco legato a un circolo Arci. Non è una questione di etichette o di timbri. Però in questi anni ho imparato che la gratuità, se non è alimentata da una sorgente viva, prima o poi si esaurisce. La differenza che vedo tra carità e volontariato è proprio questa: molto volontariato, se non viene continuamente alimentato, assomiglia a una pila che lentamente si scarica. La gratuità, invece, o la sperimenti personalmente oppure diventa molto difficile continuare a viverla e a comunicarla».

Questa sorgente della gratuità tu dove la vedi?

«Io la vedo nell’esperienza cristiana che vivo, dentro e fuori Portofranco. È la gratuità che ricevo nella mia vocazione cristiana a rendermi possibile questo modo di guardare gli altri. Per questo penso che Portofranco sia anche un metodo per stare dentro la realtà e nei rapporti umani. Tante persone offrono qui il proprio tempo gratuitamente, magari senza avere una consapevolezza esplicita di tutto questo. Però chi resta fedele per anni a un’opera gratuita porta dentro qualcosa che va oltre un semplice volontariato individualistico».

Dove vedi la presenza di Gesù Cristo in quello che fai a Portofranco?

«Qualche tempo fa abbiamo fatto un’assemblea con i volontari. Un amico che la guidava disse una cosa che mi colpì molto: “Qui chi viene aiutato ringrazia, ma anche chi viene ad aiutare ringrazia. Allora chi bisogna ringraziare?”. È un quesito che apre immediatamente a qualcosa di più grande. Chi dobbiamo ringraziare? Se tutti ricevono, chi è che dona? È una domanda che un luogo come Portofranco lascia aperta anche a chi non ha una fede. Perché è impressionante vedere questa dinamica: i ragazzi ringraziano, ma non ho mai incontrato un volontario (salvo rarissime eccezioni legate al carattere personale) che non fosse contento di venire qui e che non dicesse di ricevere qualcosa. Allora la domanda resta: se tutti riceviamo, chi dona?».

Aiutami a capire questo punto: il ragazzo che viene qui evidentemente lo fa perché può essere ascoltato e aiutato gratuitamente. Ma chi viene ad aiutare che motivo ha per farlo? Da che cosa è mosso?

«Don Giorgio, nel libro “La gratuità che accende”, scrive una frase bellissima: “Non c’è nulla che faccia crescere un uomo più dell’interessarsi a un altro uomo”. Nel libretto “Il senso della caritativa”, don Giussani diceva che aiutare l’altro corrisponde a un’esigenza profonda della natura umana. Aiutando l’altro, in fondo, aiutiamo anche noi stessi, perché riconosciamo in lui il nostro stesso bisogno. L’uomo è fatto per il bene. Una mia cara amica che lavora al Banco Alimentare ama ripetere una frase molto semplice: “Fare il bene fa bene”. Non solo a chi lo riceve, ma anche a chi lo compie. Del resto lo diceva già Democrito: chi commette un’ingiustizia danneggia non soltanto gli altri, ma anche se stesso. Vale dunque anche il contrario. Abbiamo molte persone in pensione che tornano a insegnare e si sentono rifiorire: avvertono di poter ancora dare qualcosa di importante. Anche tanti universitari scoprono qui la propria vocazione professionale. Mi sono capitati recentemente due o tre ragazzi iscritti a Economia: teoricamente avrebbero dovuto lavorare nel mondo della finanza o dell’impresa. Invece, grazie all’esperienza vissuta a Portofranco, hanno deciso di diventare insegnanti».

Se uno volesse aprire un centro Portofranco, cosa deve fare?

«Per iniziare bastano due o tre persone che dicano: “Vogliamo fare questa esperienza”. Serve poi individuare un luogo dove incontrarsi. Non tutti i centri hanno la stessa organizzazione: alcuni sono aperti due giorni alla settimana, altri tre, a seconda delle energie disponibili. Si parte così, in modo molto semplice. Se poi si desidera aderire alla Fondazione, basta contattare la segreteria, che fornirà tutte le indicazioni necessarie».

Ci racconti qualche episodio che hai vissuto come presidente?

«Ce ne sarebbero centinaia. Penso, per esempio, a Mohmed Bouckbouc, che oggi fa parte anche del direttivo di Portofranco. Lavora all’Eni, è sposato con una donna cristiana: lui è rimasto musulmano, e stanno aspettando il terzo figlio. Quando arrivò qui era uno studente in difficoltà. Portofranco non solo lo ha aiutato a diplomarsi, ma gli ha fatto scoprire che poteva affrontare anche l’università. Si è laureato in Economia all’Università Cattolica con una tesi proprio dedicata a Portofranco. Oggi è uno dei nostri responsabili. Ricordo anche un ragazzo che arrivò a settembre e mi disse: “Quest’estate mi sono ammazzato di canne”. Gli risposi scherzando: “Facciamo una scommessa: quest’anno ti metti a studiare, vieni promosso e poi festeggiamo”. Ha lavorato seriamente per tutto l’anno ed è stato promosso. Alla fine abbiamo festeggiato con una birra (sorride). Un altro esempio? Una volta sono entrato in un’agenzia immobiliare per cercare una casa a un amico. Un ragazzo mi ha riconosciuto e mi ha detto: “Ma lei è di Portofranco? Grazie a voi mi sono diplomato e oggi lavoro”. Ecco, sono incontri semplici, ma che ti fanno capire il valore di quello che accade qui ogni giorno».

Gianfranco Lucini

«Con i ragazzi bisogna  tirare fuori dalle materie di studio qualche traccia di umanità e non di puro nozionismo»

A Portofranco i professori cercano di guardare i ragazzi che hanno davanti scorgendo l’occasione di incontrare anche la loro parte più umana e profonda.

Gianfranco Lucini, 80 anni, ha insegnato italiano e storia per buona parte della sua vita. Fa parte della schiera di professori in pensione che mettono gratuitamente la propria esperienza al servizio dei ragazzi di Portofranco, di cui ci parlava Giovanni Borgonovo. Gli abbiamo chiesto cosa lo spinge a dedicare il suo tempo a quest’opera e se, anche per lui, è un’occasione per incontrare Cristo.

Gianfranco, quando hai iniziato la tua esperienza a Portofranco?

«Sono arrivato qui quattro anni fa. È stato soprattutto grazie alla mia forte amicizia con Giovanni: è stato lui a invitarmi e, vedendo come era ed è impegnato in quest’opera, ho accolto il suo invito. Ma il motivo più profondo è racchiuso nelle parole del Vangelo: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Io ho una profonda consapevolezza della vita come dono: ci penso tutti i giorni e ringrazio il Signore. Se uno prende sul serio questo dono, capisce che è chiamato, a sua volta, a donare quello che può, secondo le proprie capacità. Io ho deciso di insegnare quando ero all’università, quasi d’impeto, seguendo alcune figure di Comunione e Liberazione, come don Negri. Mi interessava incontrare i ragazzi attraverso un lavoro certamente culturale, ma prima ancora fondato su un rapporto umano. Questo desiderio mi è rimasto, anche se nella vita ho fatto molte altre cose: sono stato consigliere comunale a Milano, direttore amministrativo per cinque anni in Regione Lombardia nel settore della formazione professionale. Però quel desiderio di insegnare non mi ha mai lasciato. Infatti qui mi trovo bene, anche se è molto faticoso: è dura (sorride). Con i ragazzi bisogna dare il meglio, perché ogni volta bisogna capire che cosa il professore ha chiesto loro, dove siano in difficoltà, e cercare di tirare fuori da quello che stanno studiando qualche traccia di un’umanità ricca, non di puro nozionismo. Far nascere un interesse è una fatica enorme, ma questo è il mio Dna: da grande continuerei ancora a fare l’insegnante (sorride)».

Che cosa c’è, secondo te, di cristiano in quest’opera?

«La domanda è legittima e la risposta è molto impegnativa. Soprattutto in questi ultimi anni, anche dentro il movimento di Comunione e Liberazione, ci stiamo aiutando a capire che in ogni circostanza della vita quotidiana c’è un segno di Gesù. Non esiste niente di banale».

Dove ti sembra di scorgere Gesù nell’esperienza che fai con questi ragazzi?

«Vedo dei ragazzi che, per crescere, hanno bisogno di un adulto, di un maestro, di una figura che indichi loro una strada. È un bisogno evidente. E in alcuni casi vedo anche qualcosa di ancora più profondo: il desiderio di capire che cos’è la fede cristiana. Provo a fare un esempio: io seguo una ragazza cinese, intelligentissima. Viene sempre, una volta alla settimana. Insieme leggiamo molto Dante e sono convinto che stia cercando di capire anche quali siano le ragioni della mia fede cristiana. Allora, dove vedo Gesù? Nella persona che mi trovo davanti. Il nostro compito è non lasciarci trascinare dall’idea che la vita quotidiana sia banale, come se fosse qualcosa da sopportare nell’attesa di altro. No, bisogna guardare in faccia quello che ci accade qui e ora. Questa persona che sto aiutando nello studio è, per me, un segno di Gesù. Un’opera così grande non starebbe in piedi se non ci fosse un nucleo di persone unite da un’amicizia consapevole di un destino grande che riguarda ciascuno e tutti. Portofranco è un fatto nuovo, reale, generativo. Se non ci fosse l’educazione che abbiamo ricevuto, sarebbe facilissimo far prevalere le opinioni personali, la ricerca del ruolo, della carriera o del prestigio. I difetti li abbiamo tutti, ma qui non arrivano a condizionare la responsabilità dell’opera. E poi c’è un’altra cosa che considero davvero notevole: Portofranco è anche un luogo di educazione civica per i ragazzi».

Aiutaci a capire meglio in che modo a Portofranco si fa educazione civica.

«Oltre alle aule dove si fanno le ripetizioni, ci sono spazi comuni: una sala di convivenza, una sala studio, una sala computer. Nella scuola statale, dove ho insegnato per tanti anni, ero spesso costretto a fare il cane da guardia per evitare scene di caos. Qui, invece, c’è un clima di accoglienza e di educazione che sorprende persino me. Non ho mai visto una rissa, né ragazze importunate. Si respira naturalmente un contesto di rispetto e di compagnia che, già di per sé, educa i ragazzi. E questo è un fatto di un valore enorme».

Matteo Sinopoli

«Portofranco mi aiuta a capire cosa significa “il centuplo quaggiù”

Venire a Portofranco dà ai volontari la possibilità di sperimentare un metodo, una fedeltà che dà più gusto nel vivere anche la quotidianità 

Matteo Sinopoli studia all’Università Cattolica di Milano: dopo aver fatto la triennale in Economia e Gestione aziendale, è al primo anno di magistrale in Management per l’impresa. A Portofranco attualmente dà ripetizioni di economia, ma ha iniziato a 19 anni con latino e greco. Fa parte del gruppo di universitari (il “polmone giovane”) che regala il proprio tempo, due ore alla settimana, agli studenti in difficoltà. Perché un ventenne dovrebbe investire parte del suo tempo a Portofranco? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui.

Matteo, perché vieni a Portofranco? 

«Tutto è nato perché me l’hanno proposto dei ragazzi più grandi: io vivo l’esperienza di CL in Università, e tra le cose che vengono proposte c’è anche quella che chiamiamo “caritativa”, che è di fatto mettersi al servizio di un bisogno. È un’esperienza che ti viene presentata, non te la vai a cercare tu».

Perché continui ancora oggi? 

«Perché mi sono reso conto nel tempo che sicuramente è un’esperienza che mi arricchisce: ho acquisito molte abilità utili per la mia vita, come la capacità di vincere la mia timidezza e relazionarmi con sconosciuti, con persone estremamente diverse da me. E perché questo servizio mi ha responsabilizzato molto: gli studenti sono poco più giovani di me ma mi danno del “lei”, chi viene qua non viene per fare ripetizioni, ma idealmente per diventare autonomo, per cui il mio scopo non è quello di far passare loro la verifica ma di responsabilizzarli».

E cosa trovi di buono per la tua vita in questo?

«Il guadagno principale per me è l’educazione alla fedeltà nel fare una cosa, perché la proposta è esattamente questa: ti viene chiesto di venire una volta alla settimana, e se io non vengo il giovedì non c’è nessuno che fa economia. Portofranco si fonda anche sulla mia fedeltà: nel tempo, non subito, mi sono accorto che questa costanza ha cambiato anche me».

In cosa ti ha cambiato?

«Se vivere una vita cristiana in qualche modo è anche mettersi al servizio della comunità, qui è quello che a me è stato proposto: a Portofranco sperimento che il mio mettermi al servizio, quindi usare il mio tempo in questo e non in qualunque altra cosa che lì per lì sicuramente mi rende più felice o quantomeno soddisfa un bisogno immediato, in realtà mi fa crescere».

Approfondiamo.

«Dopo tre anni capisco che venire a Portofranco è un modo per “diventare più me stesso”. Facendo un servizio, in generale usando il mio tempo in un modo che non è sicuramente quello che spontaneamente farei. Ed è vero che personalmente questa esperienza mi restituisce tanto, non solo per il rapporto con gli altri volontari o con i ragazzi che vedo per un’ora».

E allora c’è qualcosa di “altro“? 

«Ottima domanda… La mia risposta è Cristo, che è la sorgente da cui nasce anche l’esperienza di Portofranco, fondata sull’intuizione di don Giorgio Pontiggia. Mi rendo conto che è difficile da spiegare, ma posso provare a concretizzarlo dicendo che quando esco dopo aver fatto una lezione con un ragazzo sono più felice, ho il cuore più pieno. Ma non certo per il gusto di aver parlato di economia o per una soddisfazione personale, ma per aver sperimentato un metodo che mi educa».

Quale metodo?

«Il metodo, per me, si potrebbe sintetizzare nell’essere serio nelle cose che faccio. E questo, nella mia vita di tutti i giorni, significa anzitutto studiare, perché la mia occupazione principale è proprio quella. Portofranco, più di tutto, mi educa alla fedeltà. E questa costanza poi si traduce in tutto il resto: studiare anche quando non ne ho voglia, andare a trovare i nonni anche quando non mi va. Perché so già che, una volta fatto, ne sarò contento. Questo mi restituisce un metodo che posso davvero applicare in tutte le cose. Non ci riesco sempre, ovviamente, però la direzione, la speranza, è quella. E il fatto di vivere così rende più piene tutte le altre esperienze che faccio nella vita. Per questo dico che da Portofranco esco con il cuore “pieno”, e la sorgente di questa pienezza non è “materiale”».

Dopo tre anni di Portofranco ci puoi dire che questo metodo ti ha cambiato davvero?

«Si, lo sperimento nel fatto che oggi, facendo queste cose, sono più felice. Sono più contento io. Questo mi fa capire che vivere con questo metodo, prendendo sul serio le cose e imparando la fedeltà, alla fine dà davvero più gusto. Il modo in cui vivi le esperienze normali, quelle che faresti comunque, cambia completamente. Gesù promette a chi lo segue non soltanto la vita eterna, ma anche il centuplo quaggiù. E io a Portofranco questo “centuplo quaggiù” lo sperimento davvero. Non perché quando esco da qui mi spunti l’aureola (sorride), ma perché qui imparo un metodo che mi fa assaporare la vita in modo più pieno: faccio le stesse identiche cose di sempre, ma con un sapore nuovo, più profondo. La differenza è che, se fai le cose solo per dovere, anche quando hai fatto qualcosa di bello, la soddisfazione dura un attimo e il giorno dopo sei punto e a capo. Invece, quando vivi così perché hai visto che c’è un orizzonte ultimo di bene, allora quello resta e ti rende davvero felice».

Giovanni Borgonovo

«Un ragazzo sfiduciato che si sente applaudire a Portofranco fa un’esperienza di resurrezione»

Ogni studente che viene a Portofranco per le ripetizioni è seguito da un volontario in un rapporto uno a uno. Tutta l’attenzione è rivolta, gratuitamente, all’interezza della sua persona.

Giovanni Borgonovo, 78 anni, professore di Storia e Filosofia in pensione, è arrivato a Portofranco nel 2008 come coordinatore e da allora non se n’è più andato. Dopo aver incontrato il presidente Alberto Bonfanti, abbiamo voluto ascoltare anche chi, ogni giorno, accoglie i genitori e racconta loro il cuore di questa esperienza. Gli abbiamo chiesto se anche per lui Gesù Cristo abbia qualcosa a che fare con ciò che accade in queste aule.

Giovanni, raccontaci come è iniziata la tua storia a Portofranco.

«Tutto è cominciato per colpa di Alberto (sorride). Nel lontano 2000 arrivò al liceo artistico di Giussano, dove insegnavo già da vent’anni, il professor Bonfanti. Diventammo amici e, nel 2008, mi parlò di Portofranco, che era nato otto anni prima e nel frattempo si era ingrandito. Mi propose di venire a Milano a coordinare l’attività letteraria. Mi mancavano ancora tre anni alla pensione, così li ho trascorsi qui come professore comandato dal Ministero: ho potuto farlo perché Portofranco è riconosciuto come attività di interesse sociale. Ho avuto il ruolo di coordinatore finché ce n’è stato bisogno, poi sono andato in pensione e ho continuato come volontario. Quando arrivai era già una realtà importante, ma agli inizi era aperta un solo giorno alla settimana ed era piccolissima. I primi anni era sempre qui, ma gli spazi non avevano nulla a che vedere con quelli di oggi. Agli albori Portofranco era costituito da due aule, un posto bruttino e “frecc”, come diciamo in Brianza… che tradotto potrebbe suonare come “molto freddo” (sorride), e la fotografia di don Pontiggia come unico quadro».

E tra le tue prime mansioni c’è stata quella di occuparti dei genitori…

«Dopo qualche tempo che ero arrivato a Portofranco, il centro continuava a crescere. I genitori accompagnavano i figli e poi tornavano a casa: si faceva il colloquio con i ragazzi e iniziava l’attività di aiuto allo studio. Osservando questa dinamica, mi resi conto che sarebbe stato importante coinvolgere anche i genitori, far conoscere loro ciò che accadeva qui dentro. Mi interessava soprattutto mostrare come lavoravano i loro figli: sempre in un rapporto personale con gli insegnanti. Ogni ragazzo che viene a Portofranco, che sia per greco, matematica o tedesco, viene seguito da un volontario in un rapporto uno a uno. Dai 20 professori degli inizi siamo arrivati a circa 170 adulti: una parte di insegnanti e una parte di professionisti, medici, giornalisti, architetti, avvocati, che mettono gratuitamente a disposizione le proprie competenze. L’architetto può seguire disegno geometrico, l’avvocato diritto, un ingegnere economia aziendale o ciò in cui è più competente, mentre i professori insegnano le loro materie. Il vero “polmone giovane” di Portofranco sono però gli universitari: oggi sono circa 150, ma ci sono stati anni in cui hanno superato quota 200».

E attualmente che servizio svolgi?

«Da circa quindici anni mi occupo dei colloqui con i genitori, che faccio sempre insieme a un’altra persona. Racconto loro cos’è Portofranco: il rapporto uno a uno, il fatto che qui arrivino ragazzi che vanno male a scuola, alcuni quasi sul punto di gettare la spugna. I genitori che incontro sono spesso persone preoccupate, che hanno già speso molti soldi nel tentativo di aiutare i figli e che arrivano qui sconfortate: in un anno ne incontriamo circa ottocento. La parte più bella è quando li accompagno a visitare Portofranco, dopo che i loro figli hanno iniziato il percorso: entriamo nelle aule, nel grande salone di matematica e fisica, e vedono adulti e universitari chini sui libri insieme agli studenti. Rimangono sorpresi del fatto che, in una città come Milano, esista gente che dedica gratuitamente il proprio tempo a studiare con dei ragazzi, che pazienta, rispiega, incoraggia. Qui i giovani vengono liberamente e i genitori restano colpiti nel vederli attenti, impegnati, desiderosi di capire. A scuola, spesso, si sentono dire l’esatto contrario: che sono distratti, oppositivi, che non studiano».

Cosa vedono, cosa ti riportano i genitori che vengono dentro Portofranco secondo te?

«La cosa che più li colpisce emerge spesso da frasi come questa: “Mi impressiona la grande attenzione che avete nei confronti di mio figlio”. L’attenzione, per usare una parola più grande ma assolutamente vera qui dentro, è amore alla persona. Direi che il cuore di Portofranco, aperto a qualunque ragazzo e a chiunque desideri dare una mano, è proprio questo: l’amore alla persona. I ragazzi che frequentano Portofranco hanno provenienze e appartenenze religiose diverse: c’è qualche cristiano, qualche buddista, molti musulmani, non mancano comunisti e agnostici. Anche i volontari arrivano dalle esperienze culturali più disparate, dall’ateismo al marxismo. Non facciamo alcuna selezione tra chi è di Chiesa e chi non lo è. Se una persona desidera dedicare gratuitamente il proprio tempo ai ragazzi è perché, in fondo, ama il prossimo. Io dico sempre che ciò che conta qui è l’attenzione reale al ragazzo, l’amore per la sua persona. A Portofranco facciamo le versioni di greco, certo. Ma dentro quel greco c’è tutto il ragazzo che hai davanti: la sua timidezza, la vergogna per il suo tre, quello convinto di non essere capace e che magari pensa perfino di cambiare scuola. In quell’ora passata insieme, mentre si traduce una versione, dentro quel rapporto entra tutta la sua persona: con la sua storia, le sue fatiche, la sua personalità. E così tutto si semplifica moltissimo, perché sedersi uno di fronte all’altro, guardarsi negli occhi e dirsi il nome prima di iniziare è già, nella sua semplicità, un gesto di accoglienza».

Giovanni, che cosa c’è di cristiano in quest’opera?

«Quando parlo ai genitori e indico la fotografia di don Pontiggia appesa al muro, racconto che l’ideatore di Portofranco era un sacerdote. Questa cosa può significare molto, poco o magari niente. Io non parlo esplicitamente di Gesù né ai genitori né ai volontari.Insisto piuttosto su quella dimensione di cui parlavo prima: l’attenzione all’umano, al ragazzo nella sua interezza. Poi, se quei pochi cristiani presenti a Portofranco riescono a testimoniare, nel loro modo di fare, quel Gesù che è sceso sulla terra, allora è possibile che si accenda una curiosità. Il ragazzo forse non farà immediatamente il collegamento con Gesù, ma sperimenta un’attenzione nuova verso di sé, un amore per la propria persona. Sono cose che, dopo una lezione, gli studenti in qualche modo registrano. A me viene da dire che l’accoglienza della persona nella sua integralità, così come l’attenzione e l’amore alla persona, vengono da Dio. Nel mondo di oggi dove vediamo davvero l’accoglienza? Assistiamo a guerre, odio, divisioni. Quando i genitori entrano qui magari non conoscono la sorgente di questo amore e di questa attenzione. Però in 15 anni li ho visti tutti, in modi diversi, restare sorpresi davanti a ciò che accade. Perché l’accoglienza autentica della persona, con tutte le sue domande, anche quelle che emergono mentre si studia Dante insieme, l’attenzione e la dedizione, sono realtà che, umanamente parlando, sembrano quasi impossibili. Anche chi non lo sa, in fondo incontra un atteggiamento che per me ha la sua radice in Dio. Per questo non sento il bisogno di spiegare o dimostrare nulla. Se nella mia vita c’è qualcosa di divino, se il mio rapporto con Gesù è reale, deve vedersi nelle cose che faccio, soprattutto nel modo in cui guardo la persona. A Portofranco non abbiamo il problema di annunciare Gesù: i proclami sono sostituiti dalle cose che facciamo».

E proprio tu, Giovanni, dove lo vedi qui Gesù Cristo?

«Questa attenzione che riesco ad avere verso il singolo ragazzo, nella sua interezza, nasce per me dall’incontro con Gesù Cristo. Ti faccio un esempio molto semplice. Da alcuni anni, prima di iniziare le attività, alle tre meno dieci chi lo desidera si ritrova per una breve preghiera: l’Angelus oppure il Regina Coeli, a seconda del periodo dell’anno. In quel momento, mentre domando insieme agli altri l’aiuto della Madonna, ricordo con maggiore chiarezza che l’origine del mio agire è Gesù. E mi ricordo anche che ciò che vorrei trasmettere ai genitori, senza bisogno di dirglielo, è proprio il mistero di Gesù fatto uomo. Quel gesto mi aiuta a non dimenticarlo. Ed è quello che desidero vivere con i ragazzi e con chiunque incontro. E poi ci sono altri a Portofranco che condividono questo stesso desiderio. Con loro ce lo ricordiamo continuamente, non solo durante la preghiera, ma anche mentre lavoriamo insieme. A volte basta uno sguardo».

Ci racconti un episodio che ci aiuti a capire come sono guardati i ragazzi a Portofranco, in base a tutto quello che ci hai raccontato?

«Negli anni ho raccontato tante volte un episodio di don Pontiggia. Un giorno stava seguendo un ragazzo particolarmente difficile. A un certo punto, però, lo sentiamo applaudire con forza: una cosa insolita, perché normalmente qui si lavora in silenzio. Alla fine delle lezioni ci spiegò il motivo: aveva applaudito quel ragazzo perché aveva messo correttamente una virgola. Poi ci disse, durante il nostro incontro: “Non è che dobbiate applaudire ogni volta che un ragazzo indovina una virgola. Però dovete essere attentissimi a quello che succede durante quell’ora. Se vedete anche solo un piccolo balbettio, un accenno di scatto in avanti, sottolineatelo”. Questo episodio mi è sempre rimasto nel cuore, perché un ragazzo sfiduciato che si sente applaudire anche solo per una virgola, in quel momento, fa davvero un’esperienza di resurrezione».

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