«È l’occasione per andare oltre il santino e ritrovare una vita concreta»
Don Stefano, a 800 anni dalla morte perché san Francesco continua a parlarci? Che cosa significa celebrarlo oggi?
«Francesco è universalmente conosciuto, ma proprio questa familiarità può nascondere il rischio di non conoscerlo davvero. Ognuno tende a riconoscervi qualcosa di sé: il santo della pace, della natura, della povertà, della fraternità. Sono aspetti autentici, ma parziali. Francesco è vissuto nel Duecento, in una società profondamente diversa dalla nostra. Celebrare il centenario significa lasciarci interrogare dalla sua diversità. La sua attualità non consiste nell’assomigliarci, bensì nel mettere in discussione alcune nostre evidenze: il bisogno di possedere, di affermarci, di stare dalla parte dei più forti. Il centenario può essere l’occasione per andare oltre il santino e ritrovare una vita concreta, con le sue fatiche e la sua radicalità evangelica. C’è anche un altro aspetto importante: Francesco non nasce santo, né la sua conversione è un percorso già scritto. È un giovane che conosce le aspirazioni del proprio tempo, il desiderio di prestigio, l’esperienza della guerra e il progetto di una vita che a un certo punto non gli basta più. La sua vicenda ci ricorda che la fede non è un insieme di risposte già possedute, ma piuttosto una ricerca, capace di cambiare profondamente le nostre scelte. E forse è proprio questo che rende interessante celebrarlo oggi: non limitarci ad ammirare ciò che Francesco è stato, ma domandarci quali possibilità di cambiamento siamo ancora disposti a riconoscere nella nostra vita. E in questo, lui può ispirarci».
Qual è il nucleo dell’esperienza di Francesco che rischiamo maggiormente di dimenticare?
«Direi che è il rapporto con il Signore. Senza questo centro, Francesco diventa una somma di valori condivisibili, ma perdiamo l’unità della sua vita. La povertà non è un ideale di miseria: è un modo di seguire Cristo povero e di costruire rapporti diversi con le persone e con le cose. Francesco sceglie di essere “minore”, di non collocarsi sopra gli altri. L’incontro con i lebbrosi è decisivo: nel Testamento lui stesso vi riconosce l’inizio della sua conversione. Il Vangelo cambia il suo modo di guardare chi prima gli faceva paura o ribrezzo. Anche il rapporto con la Chiesa è significativo. Francesco è radicale, ma non cerca una Chiesa alternativa, non vuole distruggere quello che della Chiesa vede attorno a sé, anche se non è tutto perfetto: lui vuole vivere il Vangelo dentro la Chiesa, pur conoscendone i limiti. E l’incontro con il Sultano, durante la quinta crociata, ci ricorda che la fede può aprire una strada verso chi è diverso, anche in un tempo di conflitto. Queste scelte parlano ancora al nostro tempo. La domanda che San Francesco oggi ci rivolge è quindi se il Vangelo sia capace di modificare concretamente il nostro rapporto con il denaro, il potere, i poveri, i nemici e anche la comunità ecclesiale».
Le celebrazioni diocesane intrecciano teatro, storia, arte, letteratura e preghiera. Quale percorso vorrebbero offrire?
«Abbiamo cercato di proporre linguaggi diversi, perché Francesco ha lasciato un’impronta profonda anche nella cultura. Lo spettacolo Il viaggio di Francesco aprirà il percorso; la conferenza del 29 settembre, dedicata all’uomo, all’immagine e al racconto, permetterà di avvicinare il Francesco storico, l’arte medievale e la sua presenza nella letteratura, specialmente in Dante. La preghiera per la pace con la Comunità di Sant’Egidio, la catechesi sul “riparare la casa”, il Transito e l’Eucaristia presieduta dal Vescovo porteranno poi questa memoria nella vita della nostra comunità. Non vorremmo soltanto ricordare un personaggio straordinario, ma chiederci che cosa la sua testimonianza possa suscitare oggi. Riparare la Chiesa non significa semplicemente difendere delle strutture: significa lasciarsi rinnovare dal Vangelo. E ricordare la morte di Francesco significa riconoscere che al centro della sua esperienza non c’è un generico amore per la vita, ma Cristo, seguito fino alla croce. Se il centenario ci aiuterà a riscoprire una fede capace di diventare fraternità, attenzione agli ultimi e responsabilità per la pace, non sarà stato soltanto un anniversario, ma un’occasione di conversione».
M.L.
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
