Parlano Giovanni Castellana e Stefania Ponzano
Prosegue la mostra nelle parrocchie di Solero e Quargnento
Soldati giganti che imbracciano fucili su una spiaggia, con accanto un piccolo carro armato; un bambino con gli occhi chiusi e il viso attraversato da un fiume di lacrime, che sostiene il corpo di un altro bambino, quest’ultimo senza testa; palazzi con crepe sui muri sormontati da un cielo solcato da razzi ed esplosioni, ma anche torte di compleanno e gatti domestici… segno dell’ingenuità e purezza che solo i piccoli riescono a conservare pur nel dolore. Sono solo alcuni dei disegni dei bambini di Gaza esposti all’interno della mostra “HeArt of Gaza: children’s art from the Genocide” che si può visitare fino all’8 febbraio nella parrocchia di San Perpetuo a Solero e dal 10 al 19 febbraio nella basilica di San Dalmazio a Quargnento: un punto di vista sulla guerra quasi mai ascoltato, quello dei piccoli, raccontato attraverso la loro arte. La mostra è stata portata in città da due rappresentanti dell’associazione Granello di Senape OdV (che ha sede a Bra), Giovanni Castellana (nel tondo) e sua moglie Paola. Abbiamo chiesto a lui di raccontarcela.
Ci racconta come è nata l’idea di portare qui questa mostra?
«La mostra esiste già da un paio di anni e sta girando in diverse città europee. L’anima del progetto è Mohammed Timraz, un giovane palestinese di Gaza. Dopo il 7 ottobre 2023 il suo bar è stato distrutto e lui ha scelto di reagire aiutando i bambini della sua città. Ha creato delle “tende artistiche”, spazi dove i piccoli, impossibilitati ad andare a scuola, potessero esprimere le loro emozioni, tirare fuori quello che non riuscivano ad esprimere a parole, trovare uno spazio di sollievo, con la convinzione che l’arte possa essere uno strumento di “cura” del dolore. Attraverso i social è entrato in contatto con una grafica irlandese, Féile Butler, che, colpita da quei disegni, lo ha spinto a farli conoscere. Tramite alcuni volontari del Granello di Senape, siamo riusciti ad avere le scansioni dei disegni dei bambini seguiti da Mohammed e i suoi collaboratori e l’autorizzazione a proporla anche in Italia. Io e mia moglie, referenti per Alessandria, abbiamo sentito che era un’occasione da non perdere».
Cosa si trova davanti un visitatore di questa mostra?
«Si trovano le riproduzioni dei disegni originali dei bambini. L’associazione stampa i file e li fa circolare tra i vari gruppi locali: la mostra viaggia di città in città. Noi l’abbiamo esposta per la prima volta all’inizio di settembre ad Alessandria, ma abbiamo pensato di riproporla adesso, in un periodo più adatto anche alla possibilità di visitarla come gruppo classe. Così, in occasione del mese della Pace, l’abbiamo riportata sul territorio. È un’esperienza forte, che invita tutti quelli che la vivono a fermarsi a riflettere».
Mohammed Timraz, l’ideatore della mostra, adesso si trova in Italia: come mai?
«Ha vinto una borsa di studio grazie a un progetto indetto dal Centro universitario per la cooperazione internazionale (Cuci) per ricercatori palestinesi. Dopo un anno di attesa ha ottenuto il permesso di partire, ma senza poter portare quasi nulla con sé: è arrivato solo con un marsupio. Qui ha trovato molte persone di buon cuore disposte ad aiutarlo. Intanto il progetto a Gaza continua: il numero delle “tende artistiche” è cresciuto ed è arrivato a coinvolgere quasi 2000 bambini, grazie ai collaboratori rimasti sul posto».
Come è possibile aiutare Timraz a portare avanti questo progetto e ad organizzare questi momenti di sollievo per i bambini?
«Durante le presentazioni chiediamo, a chi lo desidera, di sostenere il progetto con donazioni. Le raccogliamo come associazione e poi le inviamo con piccoli trasferimenti. Purtroppo i versamenti diretti a Gaza verrebbero bloccati, quindi dobbiamo trovare modalità più sicure e concordate».
Donate il denaro direttamente a lui?
«No, ai suoi collaboratori, in forma privata. Ogni volta ci si accorda e si fanno piccoli invii, anche di 200 euro per volta, per evitare che vengano intercettati. Può sembrare complicato, ma è l’unico modo per far arrivare davvero un aiuto concreto ai bambini e permettere alle tende di continuare a esistere».
Tra i promotori della mostra c’è anche l’Azione Cattolica. Abbiamo chiesto a Stefania Ponzano, presidentessa dell’Ac diocesana, di raccontarci cosa l’ha colpita di più di quello che ha visto.
Stefania, ci racconta come mai e perché secondo lei vale la pena andare a vederla?
«Siamo ancora nel mese di gennaio e, come Azione Cattolica, viviamo questo tempo con diversi momenti dedicati alla pace. Dopo l’incontro di preghiera, più spirituale e personale, abbiamo voluto proporre qualcosa di aperto a tutti. La mostra è proprio questo: un’occasione accessibile ad adulti e ragazzi, dove a parlare sono i bambini.
I loro disegni non hanno bisogno di molte spiegazioni: raccontano da soli il dramma che stanno vivendo. Questi bambini e ragazzi, che non vanno più a scuola, trovano nelle tende un luogo dove ritrovarsi e distrarsi per qualche ora da una realtà durissima. Alcuni di loro oggi non ci sono più, e leggere i loro nomi accanto a quei fogli è straziante. Siamo oramai assuefatti a vedere le immagini della guerra in televisione, ma attraverso questi disegni si percepisce davvero il loro dolore».
Consiglia anche alle famiglie di andare a visitarla?
«Magari non a chi ha bambini molto piccoli, però per i ragazzi dalle medie in su può essere un’esperienza molto formativa. Noi siamo abituati ad avere tutto e spesso ci lamentiamo per inezie; loro, invece, ritrovano per qualche ora il sorriso solo grazie alla possibilità di fare un disegno. Le situazioni di vita che loro ritraggono ci aiutano a immaginare cosa potrebbe succedere se le nostre vite fossero improvvisamente spezzate, le nostre case distrutte, i nostri cari uccisi. È qualcosa di dolorosissimo. Credo che confrontarsi con questa realtà aiuti i nostri ragazzi a crescere in consapevolezza e in umanità».
C’è un disegno in particolare che vuoi raccontarci?
«Sì, quello di una bambina in macchina, circondata dai carri armati. Tra i passeggeri si salva solo lei, mentre gli altri muoiono. Mi ha colpita tantissimo: immaginare una bambina sola, in mezzo alla guerra, che vede morire le persone accanto a sé, è qualcosa di sconvolgente. Non è un’immagine “fredda”, come quelle che scorrono in tv o sui social. È lo sguardo di chi quella scena l’ha vissuta davvero. E proprio perché nasce dalle loro mani, dai bambini e dai ragazzi di Gaza, arriva ancora più forte e ti fa sentire tutta la loro sofferenza».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria

