San Francesco spiegato ai bambini: come parlare ai piccoli del Santo di Assisi

Intervista a padre Marco Finco, un frate… in scena!

Usare parole semplici ma soprattutto far loro sperimentare “avvenimenti” e creare situazioni immersive in cui possano vedere e toccare con mano, per far conoscere da vicino ai bambini l’immensa figura di San Francesco, in questo speciale anno in cui si festeggiano gli 800 anni della sua salita al cielo (1226-2026). Sono queste le prime indicazioni che possiamo trarre dal dialogo che abbiamo avuto con padre Marco Finco, frate francescano e direttore del centro culturale Rosetum di Milano. Padre Marco ha spesso portato sui palchi teatrali la vita del Santo di Assisi e recentemente ha girato nelle scuole per parlare ai bambini e ai ragazzi del “Cantico delle creature”. Abbiamo chiesto a lui come possiamo raccontare la vita di San Francesco agli alunni della scuola dell’infanzia, che vanno dai tre ai sei anni. Questa è la prima puntata: buona lettura!

Caro padre Marco, è possibile presentare la figura di questo santo in maniera comprensibile ai bambini di questa fascia d’età? E se sì, come dobbiamo muoverci?

«Io incomincerei con il dire che i bambini della scuola dell’infanzia a volte capiscono molto più dei “grandi”, perché sono immediati, non hanno tutti i filtri e tutti i pregiudizi che abbiamo noi, per cui raccontare a loro una storia che ha per protagonisti delle persone vere, con dei fatti che sono successi realmente, da un certo punto di vista è molto più semplice che non fare una conferenza per gli adulti su San Francesco. Questa loro “predisposizione mentale” è molto di aiuto nel dialogo con loro.

Certo, hanno bisogno che venga spiegato attraverso categorie a loro comprensibili: occorreranno dei termini semplici, non dei “paroloni”. Personalmente, ciò che mi aiuta tantissimo in questo lavoro con i piccoli è il fatto che devo andare a fondo io in quello che voglio spiegare ai bambini, devo averlo compreso bene per primo io. Con gli adulti potremmo rifugiarci dietro concetti astratti che magari non abbiamo interiorizzato noi stessi fino in fondo, mentre con i bambini occorre necessariamente avere ben chiara la questione e farsi aiutare da immagini, da oggetti e attività da fare con loro. Io con i piccoli uso molto il teatro: questo non significa che faccio ogni volta uno spettacolo ma che “metto in scena” delle azioni che possono essere comprese anche da bambini di tre anni. Per cui utilizzo tanto degli oggetti, faccio “succedere” delle cose».

Quando porti San Francesco a dei bambini della scuola dell’infanzia, che supporti usi per farglielo conoscere?

«Io da questo punto di vista sono molto avvantaggiato nel raccontare degli episodi della vita di questo santo perché di solito vado vestito simile a lui (sorride). Non ho le scarpe, indosso i sandali, lascio i piedi nudi: già questo per i bambini è interessante. Porto un abito che non è usuale: non sono pantaloni, una camicia e un maglione, come di solito ci si veste normalmente. Già questa è un’immagine che i bambini recepiscono.  Mi è capitato, per esempio, di parlare di SanFrancesco a dei bambini dai tre ai cinque anni e di vedere che successivamente lo disegnavano: guardando i disegni, notavo che le loro rappresentazioni assomigliavano molto a me (il loro personaggio aveva una barba come la mia) e che il loro Santo era sempre circondato da bambini, perché appunto avevano in mente il fermo-immagine di me in mezzo a loro. Hanno fatto memoria di San Francesco attraverso quei gesti che abbiamo fatto insieme».

SAN FRANCESCO E  IL BOSCO

Dopo esserti presentato vestito quasi come Francesco, cosa fai insieme a loro?

«Dipende da cosa devo raccontare di San Francesco. Di solito porto una sorta di “selva”, composta da piante alte come i bambini. Allestisco il mio “bosco portatile” (solitamente impianto le piante al momento) e dico ai piccoli di passarci attraverso, spiegando loro che stanno vivendo la stessa esperienza che ha fatto Francesco quando è uscito da casa sua ed è sceso dalla collina di Assisi per andare giù a San Damiano prima e poi alla Porziuncola: nel 1200, il periodo in cui è vissuto il nostro santo, per arrivare a tutti quei luoghi si passava per il bosco. Quindi anche noi ci dobbiamo passare attraverso: li faccio accovacciare tra le piante, per far loro sperimentare un po’ la condizione in cui Francesco viveva, che non era una situazione comoda: non era seduto su una seggiolina, non aveva un banco dove poter appoggiare le cose, non aveva un tetto sopra la testa. Per arricchire ulteriormente questa esperienza di precarietà nel bosco, una volta ho preso un ombrello e l’ho fatto tenere a una maestra: sotto ho radunato i bambini. Ho incominciato poi a far cadere dall’alto delle goccioline d’acqua, per riprodurre la sensazione di chi sta sotto una protezione quando piove. L’ombrello rappresentava la casa, il tetto, la sicurezza: chi ci stava sotto non si bagnava, chi invece era nel bosco sentiva cadere qualche gocciolina. Naturalmente erano solo poche gocce, ma per loro era un’esperienza vera. In questo modo sono riusciti a comprendere la differenza tra l’essere al riparo e l’essere esposti, tra la sicurezza di una casa e la vita che Francesco ha scelto di vivere. I bambini hanno bisogno di vedere e di ascoltare, ma soprattutto di vivere le situazioni, di provare a immedesimarsi. In questa fascia d’età è fondamentale, perché non basta spiegare un concetto: occorre farlo passare attraverso un’esperienza che si possa sentire anche sulla pelle, fosse pure solo per qualche istante».

Anche noi adulti comprendiamo meglio se ci “immergiamo” dentro una situazione.

«Certamente, ma i bambini hanno ancora più bisogno di questo: l’esperienza del reale rimane più impressa di tante parole. Se gli racconti qualcosa usando parole semplici, loro la capiscono benissimo, ma se gli fai vivere un’esperienza è tutta un’altra cosa».

IL CANTICO DELLE CREATURE:
L’ALTISSIMO CHE SI FA
VICINISSIMO

Come si presenta un testo come “Il Cantico delle creature” ai piccoli?

«Il Cantico delle creature è questa meravigliosa laude che Francesco scrive nel 1225: la prima parola è “Altissimo”, e già lì si capisce che Francesco si accorge di avere bisogno di questo Gesù, che sta così in alto rispetto a noi. Per far comprendere questa parola porto una scala molto alta e delicata, sulla quale naturalmente è vietato salire (sorride). In cima metto un pane oppure un libro, un oggetto che rappresenta quell’Altissimo di cui abbiamo bisogno (il pane perché abbiamo bisogno di mangiare, il libro perché abbiamo bisogno di capire, di conoscere) e che però è troppo in alto per noi: con le nostre sole forze non riusciamo a raggiungere l’Altissimo e tuttavia ne abbiamo bisogno. A questo punto spiego che non siamo noi a salire, ma è Lui che scende verso di noi, e lo esemplifico: se sopra c’è un pane grande, sotto metto una piccola pagnotta, un panino alla portata di tutti. Se sopra c’è un libro, ne metto uno più piccolo, vicino ai loro occhi e alle loro mani: l’Altissimo così diventa “piccolissimo” per arrivare a noi, scende dalla scala. Per Francesco questo significa che colui che è lontanissimo si fa vicinissimo, entra nella storia, si rende incontrabile. È proprio la grazia di Dio che entra dentro la nostra storia».

LE STIGMATE

E dopo il bosco e il Cantico delle creature, cosa racconti ai piccoli a proposito di San Francesco?

«Parlo ai bambini della passione di Francesco per l’Altissimo che si fa piccolissimo, della sua passione per Gesù, per questo amico che ci viene incontro, che si rende disponibile e “tangibile”. L’affezione di Francesco per Gesù è così forte al punto da fargli desiderare di vivere la sua stessa vita. È un attaccamento così grande da portarlo a chiedere di poter condividere tutto di Lui. Parlare di questa passione mi rende possibile introdurre il racconto delle stigmate. Spiego che tutto nasce dall’amore: quando si incontra qualcosa di bello, qualcuno che si ama davvero, si desidera stare con lui e diventare come lui. Francesco quindi vuole assomigliare a Gesù in tutto. Per aiutare i bambini a comprendere questo discorso, uso ancora un piccolo escamotage teatrale (sorride). Faccio vedere le stigmate attraverso delle fiammelle, con qualche semplice trucco di scena mi metto delle piccole fiamme sulle mani. La fiamma richiama il fuoco e il fuoco parla di amore, di calore, di qualcosa che arde dentro. Quelle stigmate che Francesco ha portato nel suo corpo sono il segno dell’amore di Gesù per lui e del suo amore per Gesù. È un amore così forte da lasciare un segno, che dimostra quanto può essere grande il desiderio di somigliare a chi si ama».

Zelia Pastore

I libri di padre Marco Finco si trovano QUI

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