«Il motore di tutto quello che facciamo è la presenza di Gesù Eucaristia»
Il secondo incontro quaresimale della nostra diocesi si è tenuto al Santuario del Sacro Cuore di Alessandria, mercoledì 18 marzo. Dopo un momento di adorazione, animato dai membri del Rinnovamento nello Spirito Santo, al centro della serata c’è stata la testimonianza di Silvia e Federica, che insieme ai loro mariti e figli vivono a Nomadelfia: l’esperienza comunitaria nata nel 1931 dal carisma di don Zeno Saltini. Questo articolo continua nelle pagine 8 e 9, con una breve descrizione della storia del popolo di Nomadelfia, e il saluto finale del nostro vescovo Guido Gallese al termine dell’incontro. Buona lettura!
Federica: «Sono venuta qui insieme a Silvia per parlarvi della nostra vita e di come si vive a Nomadelfia. Siamo una piccola comunità di volontari cattolici, prevalentemente famiglie, ma ci sono anche sacerdoti e persone non sposate. Viviamo in provincia di Grosseto, e siamo all’incirca 270 persone. Le famiglie di Nomadelfia non vivono isolate, ma riunite in gruppi composti da tre o quattro famiglie che condividono la vita quotidiana. C’è una casa centrale dove condividiamo tutto: i pasti, le faccende domestiche, mentre i bambini fanno i compiti e vengono seguiti da tutti i genitori del gruppo, perché condividiamo la responsabilità educativa. Per questo, abbiamo anche una nostra scuola con una specifica pedagogia. Intorno alla casa centrale ci sono delle casette destinate alla singola famiglia, dove ci ritiriamo per la sera e per i momenti di riposo. Tutti quanti lavoriamo all’interno di Nomadelfia. Il significato della parola “Nomadelfia” è “legge di fraternità”, perché cerchiamo di vivere la fraternità in tutti gli aspetti della vita, compreso il lavoro. Questa realtà nasce nel 1931, quando don Zeno Saltini, dopo un percorso abbastanza lungo, decide di diventare sacerdote. Durante la sua prima Messa prende come figlio un ragazzo di 17 anni appena uscito dal carcere: con lui non vuole costruire un rapporto di assistenza, ma duraturo. Perché il padre non ti abbandona, non ti assiste per un periodo, ma rimane padre per sempre. Da questa prima accoglienza, poi ne seguiranno altre: don Zeno comincia a riunire in canonica tutti i bambini e ragazzi abbandonati del paese. Fino a quando, nel ‘41, arriva anche Irene, una ragazza di 18 anni che decide di dedicare la sua vita a tutti questi bambini: diventa la prima mamma di vocazione…».
Le mamme di vocazione
Silvia: «Buonasera a tutti, sono Silvia. Le prime famiglie di Nomadelfia sono nate proprio con le mamme di vocazione, e quindi con l’arrivo di questa ragazza che a quel tempo aveva 18 anni, e che per seguire don Zeno è scappata dalla famiglia. Rileggendo quell’episodio il sacerdote si è accorto che questi bambini avevano bisogno della mamma. Nonostante li amasse, e anche se si erano organizzati con il ragazzo più grande che seguiva i più piccoli, si era accorto che mancava qualcosa: la mamma. Per cui ha iniziato a chiedere alle ragazze del paese di venire a fare le mamme. E a un certo punto, davanti all’Eucarestia, durante la Messa, ha detto a Gesù: “Se entro la tal ora di quel giorno non arriva la mamma, io chiudo tutto”. E la mamma Irene è arrivata, prima dell’Angelus. E quindi siamo qua, e ringraziamo il cielo per la grande fede di questa ragazza. Dopo di lei, tantissime altre ragazze hanno deciso di fare da mamma a questi bambini in un periodo particolare in cui iniziava la Seconda guerra con povertà e difficoltà economiche. Don Zeno ha sempre rifiutato l’idea dell’orfanotrofio e ha sempre avuto il desiderio di cambiare la civiltà, creando una società diversa che avesse come legge di vita proprio il Vangelo, quindi la fraternità. Per cui lui, anche in parrocchia, invitava le famiglie a riunirsi, a collaborare, a vivere la giustizia, a distribuire equamente le risorse. A un certo punto, c’erano due ragazzi che si volevano sposare e dissero: “Ci sposiamo, ma vogliamo rimanere a Nomadelfia: anche noi vogliamo aprire la nostra famiglia all’accoglienza dei bambini che hanno bisogno”. Don Zeno questa cosa non la voleva, perché diceva che avrebbero fatto differenza tra i figli che sarebbero nati dal matrimonio e gli altri figli. E lui questo non l’avrebbe mai accettato, perché i figli sono uguali e devono essere trattati nello stesso modo. Così, questi ragazzi non si sposavano perché loro volevano rimanere a Nomadelfia. A un certo punto Anna, la ragazza della coppia, è andata dal sacerdote e gli ha detto: “Don Zeno, ma i figli non sono nostri, sono di Dio, e quindi vedrai che li ameremo”. Anche quelli che abbiamo generato, non li facciamo noi, sono tutti un dono di Dio. E quindi li ameremo allo stesso modo. Davanti a questa ragazzina che con questa decisione, con questa forza, gli si era presentata davanti, lui ha ceduto: “Va bene, proviamo”. Da lì, anche le coppie di sposi hanno iniziato a far parte di Nomadelfia, diventando un popolo in cui c’erano sacerdoti, mamme di vocazione e coppie di sposi. Poi la storia è continuata con avvenimenti anche drammatici: Nomadelfia è nata in provincia di Modena, le prime famiglie hanno vissuto nelle canoniche delle parrocchie e poi si sono trasferite nel campo di concentramento di Fossoli. Di seguito, negli Anni 50 si sono trasferite in Maremma, dove attualmente viviamo anche noi. E poi ci sono state varie vicissitudini: don Zeno per una decina d’anni era stato, a causa di vari problemi anche economici e di disguidi con la Chiesa, era stato allontanato, chiedendo la “laicizzazione pro gratia”. Fino agli Anni 60 quando ha ripreso il sacerdozio e Nomadelfia è stata riconosciuta come parrocchia comunitaria. Da lì, è nata la scuola familiare e le “Serate”: uno spettacolo di danze folkloristiche che facciamo tutte le estati, con cui vogliamo portare nelle piazze d’Italia la nostra vita con i nostri figli. Attualmente le mamme di vocazione ci sono ancora, anche se la maggior parte sono anziane. Manca in questo momento un ricambio generazionale, ma confidiamo nello Spirito Santo. La caratteristica delle mamme di vocazione è proprio il poter vivere questa maternità nei confronti di tutti. E un’altra caratteristica è la verginità: sono donne che non si sposano e vivono la propria maternità così come l’ha vissuta Maria, però in una vita fraterna. Questa vita insieme nel gruppo familiare ti permette di poter accogliere tanti figli e poter dare a tutti l’amore di cui hanno bisogno».
«Dove mi vuoi, Signore?»
Silvia: «Vi racconto la mia storia. Io sono originaria della provincia di Vicenza e sono cresciuta in una famiglia che mi ha educata cristianamente. Durante gli anni dell’adolescenza, ero molto impegnata con lo sport: perché come vedete sono molto alta e giocavo a pallavolo a livello agonistico. Per cui, tra la scuola e lo sport, la fede era un pochino messa in secondo piano. Anche se dentro nel cuore, questo rapporto con Gesù, con la fede, non si è mai spento. Sentivo sempre la presenza di Gesù nella mia vita. Poi mi sono chiesta se credessi davvero in ciò che mi avevano insegnato i miei genitori, ed era una cosa che sceglievo io, o se invece continuavo a seguirla solo perché era un’educazione ricevuta. A quel punto, ho sentito di nuovo questa presenza di Dio nella mia vita, l’ho sentita sotto forma di un amore grande per me. E ho deciso che volevo rispondere a questo amore con la mia vita. Quindi ho detto: “Va bene, Gesù, ci sono, ti voglio seguire. Ma fammi capire come, dove e in che modo”. Per cui ho iniziato a fare volontariato, ho iniziato l’università, scegliendo di fare Scienze dell’Educazione. Proprio durante una delle lezioni universitarie un insegnante ha nominato Nomadelfia, mi sono incuriosita e sono andata in visita qualche giorno. Dopo ho chiesto di fare il tirocinio per l’università, e a quel punto ho fatto anche la tesi di laurea. Ma sempre mi portavo dentro questa domanda: “Dove mi vuoi, Signore?”. Così, ho sentito che Nomadelfia poteva essere la risposta alla mia ricerca: mi dava l’opportunità di vivere la fede e il Vangelo in tutti gli aspetti della vita. Come dice anche la preghiera che noi recitiamo: “Santificare tutte le forme della vita umana e di vedere in queste la presenza di Dio”. Dopo la laurea, ho detto: “A questo punto devo andare e provare”. Sono andata e oggi sono ancora a Nomadelfia. Dopo qualche anno ho conosciuto un ragazzo, che era cresciuto lì e aveva deciso di rimanere. Abbiamo scoperto che, oltre alla vocazione per Nomadelfia, c’era una chiamata alla vita insieme. Quindi ci siamo sposati e abbiamo formato la nostra famiglia, aprendoci alla vita così come il Signore ci ha chiesto. In questo momento abbiamo otto figli, tra coloro che sono nati dal matrimonio e altri che abbiamo accolto, perché la comunità ce li ha consegnati. Per noi sono tutti figli allo stesso modo. Alcuni sono grandi e sono usciti, stanno studiando o lavorando, e adesso con noi ce ne sono cinque. In questi anni abbiamo sperimentato, e continuiamo a farlo, la grande forza della collaborazione con le altre famiglie. E poi uno dei principi educativi di Nomadelfia è quello della maternità e la paternità in solido: gli adulti, i mammi, le mamme e i babbi, sono responsabili di tutti i figli che ci sono. Ma la nostra forza, il motore di tutto quello che facciamo è proprio la presenza di Gesù Eucaristia, che noi abbiamo il dono di avere nelle nostre case. Ogni gruppo familiare ha una cappella dove è presente il Santissimo: la forza che ci permette quotidianamente di partire e cercare di vivere questa vita insieme».
Questa vita senza fede, non è possibile
Federica: «Vi racconto come sono arrivata in questa realtà, in cui sto da 13 anni. Io ho conosciuto Nomadelfia nel 2009, e anche io sono cresciuta in una famiglia credente. Però quello che mi mancava era la fede vissuta, incarnata nel quotidiano. Nell’ambiente in cui ero cresciuta avevo visto più una fede più esteriore, bigotta, se si può dire. E quindi, per un certo periodo, la fede non è che l’ho accantonata, di più. Poi mi trovo davanti all’università e conosco questo ragazzo che inizia a parlarmi di Nomadelfia. Poi siamo diventati amici e per me è stato abbastanza naturale chiedergli di farmi vedere questa realtà. Beh, quel ragazzo è mio marito. Per me la prima curiosità verso Nomadelfia è stata più per l’aspetto sociale: in particolare l’accoglienza, la condivisione dei beni e del lavoro interno. Appena messo piede a Nomadelfia, la cosa che mi colpì maggiormente fu la serenità dei bambini e la loro naturalezza nel rapportarsi con tutti. Da lì, mi son sentita spinta a indagare anche sull’aspetto della fede. Perché mi rendevo conto che quel tipo di vita non era possibile senza una fede molto forte. E quindi, a un certo punto, questa cosa mi ha costretto a guardarmi dentro. Conoscendo Nomadelfia, piano piano, ho maturato la mia vocazione. Questa vocazione ti porta sempre un po’ al limite, quando tu dici: “Basta, non ne posso più”. Lì arriva il Signore e ti fa superare l’ostacolo, in qualche modo. E proprio l’aspetto dell’aiuto reciproco per me è stato un grosso ostacolo, perché ho sempre fatto e deciso tutto da sola. E accettare che ci fossero altre persone che avevano bisogno di me e che, in un certo momento, ti possono dire: “Frena, ci sono tante cose importanti nella vita, però è più importante che stiamo bene insieme, è più importante collaborare fra di noi, fermarsi, fare una cosa più lentamente, ma farla insieme”. Ecco, questo per me è stato un grande scoglio. Un altro aspetto incredibile è stata la maternità, una scoperta sotto tutti i punti di vista. Al momento ho sei figli e poi si vedrà. Chissà cosa sarà del futuro! Don Zeno diceva: “Quando vi chiedono quanti figli avete, non dovreste rispondere un numero. Perché in realtà dovreste sentirvi mamme di tutti quanti”. Quindi noi diciamo: “In casa, in questo momento, ce ne sono sei. Poi si vedrà”».
La Provvidenza ci accompagna
Silvia: «Concludo raccontando una cosa bella, che mi ha molto colpito. A Grosseto abbiamo nove gruppi familiari. Ma ormai da più di 20 anni, abbiamo un gruppo familiare a Roma e stiamo aprendo un gruppo familiare in Tanzania. Quindi a rotazione, ogni tre anni i gruppi familiari vengono ricomposti: le famiglie vanno a vivere in un altro gruppo con altre famiglie. Proprio per evitare che, così come don Zeno ha pensato, la famiglia non si chiudesse, rimanesse sempre aperta agli altri, allo stesso modo il gruppo familiare non si deve chiudere. Questo ci permette di conoscerci un po’ tutti. Anche perché don Zeno conosceva l’uomo e sapeva sa che, a volte, è faticoso vivere insieme (sorride). Allora, ogni tre anni cambiamo, e ricominciamo dall’inizio. Se ci sono delle fatiche più grosse, non stiamo sempre dentro a quella fatica o a quella gioia, ma le andiamo a superare o a costruire anche con gli altri. Così può capitare che qualche famiglia vada a Roma, parta con due bambini, e torni con cinque figli al seguito (sorride). Noi siamo a disposizione di quello che la Provvidenza ci chiederà. Quindi possono succedere queste cose, che umanamente un po’ spaventano. A volte viene da dire: “Come farò?”. Ma dopo vediamo che la Provvidenza ci accompagna e provvede sempre».
Il saluto finale
del Vescovo
monsignor Gallese
«Quando sono diventato vescovo ho avuto un problema molto grosso, quello di capire quando un gruppo di persone di fede cattolica sono una comunità cristiana. Non è così facile dare una risposta, perché sono talmente tante le differenze tra una comunità o un’altra, una spiritualità o un’altra, che ti chiedi: ma chiunque dice “sono cristiano” è una comunità cristiana? Qualunque gruppo di persone? Sì? No? No. E qual è allora il criterio? Gli studi teologici non è che mi siano venuti incontro più di tanto (sorride)… Così ho cominciato a osservare le comunità che erano in diocesi per cercare di capire che cosa avessero in comune. È stato molto faticoso fare questo discernimento. Ho pensato che Nomadelfia potesse essere una comunità cristiana: per la sua particolarità, anche per la radicalità, mi sembrava molto simile a quello che viene descritto negli Atti degli Apostoli, soprattutto su un punto: la spesa! (sorride). Lì tutto viene messo in comune, si distribuiscono le cose a seconda delle necessità.
È uno dei punti, credo, più toccanti degli Atti degli Apostoli: “Mettevano tutto in comune”. Non è proprio scontato, soprattutto oggigiorno, soprattutto in quest’epoca di individualismo molto marcato. E così ho provato a invitare tutti i responsabili dei movimenti della diocesi a Nomadelfia. È stata un’esperienza bellissima, tra l’altro anche tra di noi: un’esperienza di fraternità bella. E così ho messo a fuoco che il punto discriminante era essere perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Me l’avete sentito ripetere allo sfinimento dal 2018 in avanti. L’ho scritto in una lettera pastorale, l’ho ripetuto mille volte. Poi è arrivata la conferma papale: papa Francesco ha tenuto una catechesi dell’udienza generale online il 25 novembre 2020, in cui ha parlato di quattro coordinate, e ha detto che erano queste. Affermando anche che fuori da queste quattro coordinate la comunità non è ecclesiale. Anche se ne manca una sola… Noi possiamo nella vita agire bene, e va benissimo, ma agire ecclesialmente, l’essere comunità cristiana, chiede queste quattro coordinate: perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane, nelle preghiere. Difficilmente nelle nostre comunità le stesse persone fanno queste stesse quattro cose insieme. Quando siamo stati a Nomadelfia abbiamo partecipato a frammenti di vita familiare ed è stato veramente bello anche per me: vedere questi bambini molto sereni, quest’atmosfera bella tra le persone, questo condividere, questo cooperare insieme a un’unica cosa, veramente aveva il sapore del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Siamo stati immersi, battezzati, immersi in un solo corpo mediante lo Spirito Santo. Ecco, lì si coglieva questo essere un solo corpo, fatto di tante individualità che poi non è che spariscono, ma sono un solo corpo. Volevo ringraziarvi per questa bella testimonianza. Credo che valga la pena visitare Nomadelfia, per avere il coraggio di maturare nella nostra vita con più decisione una svolta verso una maggiore fraternità, una maggiore condivisione nella nostra vita. Ne abbiamo sempre un po’ paura tutti, ma nello stesso tempo è un’occasione bellissima che apre delle porte assolutamente insperate e inesplorate. Chiediamo al Signore di poter crescere come Chiesa sempre di più nell’essere un solo corpo».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
