«Viviamo già da risorti perché ci è data la vita nuova che zampilla come una sorgente»
Eccellenza, siamo arrivati a Pasqua. Proverei ad affrontare con lei le tre parole chiave di papa Leone XIV pronunciate all’inizio della Quaresima: “ascoltare”, “digiunare”, “ascolto”. Potremmo partire dalla prima: ascoltare. Lei ha ascoltato, in questo periodo? E qualcuno l’ha ascoltata?
«Sì, ho ascoltato molto in questa Quaresima. Prima di tutto ho ascoltato Dio, che è straordinario perché riesce a portare la novità laddove tutto è deciso da altri. E questo è bellissimo».
Può farci un esempio dell’ascolto di Dio?
«In qualsiasi condizione tu ti trovi, Lui riesce a portarti un elemento di novità. Non si fa fermare da nulla… È come provare a bloccare l’acqua con delle cancellate: puoi fermare i detriti, non l’acqua».
E in Quaresima?
«Abbiamo iniziato la preghiera del mattino con una delle opzioni per l’invitatorio: “Ascoltate oggi la voce del Signore e non indurite il vostro cuore”. Nelle situazioni di straordinarietà veramente ti accorgi che il Signore riesce a non farti indurire il cuore. Anche se il contesto in cui ti trovi è difficile da affrontare».
Ascoltare Dio è pregare, innanzitutto?
«Ascoltare Dio è, prima di tutto, stare in relazione con Lui. L’incontro diretto con Dio è la cosa più forte che esista. Per “incontro diretto” intendo dire la Messa, l’Adorazione, la preghiera, la lettura della Parola di Dio: sono esperienze che ti parlano. Paradossalmente, l’Adorazione, che è fatta di un vuoto di parole, è quella che ti consente di sperimentare con chiarezza che Dio ti parla. Anche se non riesci a capire da dove sorga quella strana pace, quella gioia che porti nel cuore… è un caso particolare: tu stai lì, zitto, davanti a Uno che sta zitto. Noi portiamo i giovani alle Giornate mondiali della Gioventù, e loro ci dicono: “L’esperienza più bella è stata l’Adorazione del sabato sera col Papa”. Abbiamo un milione di giovani e li teniamo lì, zitti, davanti al Santissimo Sacramento che è a un chilometro di distanza da loro. Nell’Adorazione l’intervento di Dio è evidente, perché tu non puoi negare la pace che ti dà. Nel silenzio».
I tre Incontri di quaresima della nostra diocesi sono partiti proprio da lì, dall’Adorazione.
«Li ho gustati particolarmente. Abbiamo provato a rompere lo schema secondo il quale l’unica attività della Chiesa che lascia un segno nelle persone è una conferenza, un discorso. Non dico che non vada bene, ma non c’è soltanto questa forma. Anzi, a volte la testimonianza di una persona, dopo un momento di Adorazione, arriva meglio al cuore che si è aperto nel silenzio con Dio».
Veniamo alla seconda parola: digiunare. Ha digiunato, Eccellenza?
«Ho digiunato e digiunerò ancora, da qui a Pasqua. Il digiuno più forte, però, non è stato quello del cibo, ma la fatica dell’amore verso tutti. La cosa più faticosa che io abbia mai fatto in vita mia».
Il digiuno, i venerdì di “magro” e così via… non le sembrano usanze ormai fuori moda? Perché un’orata al forno dovrebbe essere preferibile a una polpetta?
«Il problema è che a noi certe cose sembrano un po’ assurde perché le guardiamo in termini moralistici: cosa può fare, cosa non si può fare. Quello che bisogna cercare, invece, è l’atteggiamento interiore. Il digiuno è una cosa buona, ci mancherebbe, ma se non digiuni col cuore…».
E che cosa vuol dire digiunare con il cuore? Di solito, si digiuna con lo stomaco.
«Gesù fa un discorso non facile sul digiuno. E quando gli dicono: “Ma i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, i tuoi discepoli non digiunano” lui risponde così: “Può uno mettere del vino nuovo in otri vecchi?”. No, altrimenti il vino nuovo rompe gli otri vecchi, e perdi il vino e gli otri. Allora Gesù fa questo discorso, spiegando che occorre qualcosa di nuovo: vino nuovo in otri nuovi».
Gesù è il vino nuovo e noi siamo gli otri, allora?
«Noi dobbiamo essere rinnovati. Come può accadere? Con il battesimo siamo una nuova creatura, siamo rigenerati. Ma il battesimo non è un atto che semplicemente accade, ed è fatto una volta per tutte. È un atto che ha bisogno di una sua mistagogia, cioè di una catechesi che ti aiuti a “vivere” quel dono che oggettivamente hai ricevuto. Io, con il Battesimo, ho ricevuto lo Spirito Santo: benissimo, ottimo! Ma non è che, una volta ricevuto lo Spirito Santo, io lo sappia usare. Devo impararlo a usare».
Quindi, per lo lo Spirito Santo ci vogliono le istruzioni per l’uso.
«Certamente. Devi imparare a relazionarti con Lui, come con qualsiasi essere con cui sei in relazione. Con tutti devi imparare a relazionarti. Se a casa tua arriva uno che viene da una tribù africana e non parla italiano, devi imparare a relazionarti. Non basta che questo sia arrivato a casa tua, devi imparare a parlare con lui e creare una relazione positiva e costruttiva. Lo Spirito Santo è una persona che abita in te e che può interagire con te. Anzi, la vita cristiana è la vita dello Spirito con la “S” maiuscola in te. Quindi in teoria tutto dovrebbe passare da lì. Noi non sappiamo nemmeno cosa chiedere, non sappiamo nemmeno qual è il nostro bene… e allora in che modo chiediamo? Lasciando che lo Spirito si esprima con gemiti inesprimibili».
Terza e ultima parola: insieme. Si può vivere una Quaresima da soli? Dei tre elementi, forse è questo il più importante?
«È fondamentale, perché nell’insieme “ritrovi” l’ascolto e il digiuno. Ed è stando insieme che si scopre la gioia dell’incontro con Cristo, un incontro che passa concretamente attraverso le persone con cui si sta. Succede così in tutte le comunità: e io, che ho anche la grazia di mettere la testa in tanti posti diversi, mi rendo conto delle differenze che ci sono tra una comunità e un’altra. Le celebrazioni non sono fatte solo dal celebrante, ma anche dalla comunità, che ha un ruolo più importante».
Eccellenza, come possiamo vivere questa Pasqua?
«La Pasqua è sempre un momento bello, un momento atteso. Gesù stesso ha detto: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi”. Sarebbe bello che ci sentissimo risuonare queste parole nel cuore, nella mente e nel cuore. Nella Pasqua c’è il segreto della vita, perché nella Pasqua si tocca il tema della morte. Vita e morte: con Cristo non è più la morte a dare termine alla vita, ma la vita segue la morte e le toglie il termine. E questa è una rivoluzione, una rivoluzione assoluta: nell’oggi, in questa vita, noi viviamo già da risorti. Da risorti che non possono essere decomposti in quella morte spirituale che è la sofferenza, che è la morte dentro, perché ci viene data la vita nuova che zampilla come una sorgente fresca e forte nel nostro cuore, nella nostra anima».
Un augurio alla diocesi?
«Vi chiedo di verificare nel vostro cuore se sentite zampillare questa vita nuova. E non è un modo di dire… si dovrebbe arrivare a un punto della vita in cui senti che l’acqua zampillante della vita eterna descrive in modo esatto quello che sta accadendo dentro il tuo cuore. Senti una novità, un qualcosa di fresco, di vivo, che dà il tono a tutta la tua vita, a tutte le tue giornate, nelle cose più banali, più semplici, più ordinarie, come far da mangiare, vestirsi o camminare per strada. Dentro questa vita nuova sta l’oggetto dell’annuncio del cristiano. È una gioia, è la gioia più grande che nessuno ci può togliere. Nessuno! Con questa gioia noi viviamo in un modo nuovo e diverso qualsiasi cosa. E siamo chiamati a esserne annunciatori: ma non possiamo annunciarla veramente, pienamente, se non gustiamo il sapore di questa sorgente che zampilla nel nostro cuore. Per la vita eterna».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
