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Nastya, storia di guerra e fede

«Ho smesso di autocommiserarmi e ho iniziato a pregare di più» 

 

Pubblichiamo la testimonianza di Nastya, proposta nella giornata per la famiglia di domenica 22 marzo. La seconda parte uscirà sul prossimo numero. 

«Io e mio marito Dmitry siamo nati e cresciuti a Kramatorsk, una piccola città dell’Ucraina, nel Donbass. Ci siamo conosciuti nel 2012, quando entrambi ci eravamo appena laureati all’Università. A quel tempo, vivevamo spensieratamente le nostre vite, amavamo, camminavamo, lavoravamo. Un anno dopo stavamo pianificando il matrimonio, ma di lì a poco la nostra vita è cambiata radicalmente a causa di eventi che non dipendevano da noi. Già nell’anno 2013 anno, in Ucraina erano iniziati disordini politici scatenati dagli attivisti di Maidan, poi vi fu un colpo di Stato, e dopo cominciarono anche guerre intestine e sequestri armati nel Donbass. È difficile trasmettere i sentimenti che provavo allora. Era impossibile credere che ci stesse succedendo tutto questo. Fino ad allora infatti avevamo vissuto una vita tranquilla, ordinaria, con le preoccupazioni quotidiane di tutti, le vacanze e a volte anche dolori; così non ci rendevamo conto di quanto fossimo felici. La guerra sembrava qualcosa di lontano, qualcosa del passato, qualcosa di impossibile. Non ci credevo finché non ho visto il primo aereo da caccia e ho sentito cadere la prima bomba. A causa di questi eventi, abbiamo dovuto posticipare il matrimonio. All’inizio del 2014 sono rimasta incinta. A quel tempo, la situazione nella nostra città stava diventando sempre più pericolosa, perciò abbiamo deciso di trasferirci a Belgorod, una città della Russia al confine con l’Ucraina, perché la sorella di mio marito e sua nonna materna vivevano lì. Per me era una città completamente sconosciuta ed è stato difficile per me accettare la separazione da mia mamma Marina e da mia nonna materna Nina, anche perché era molto spaventoso che i miei cari fossero rimasti là dove la situazione era così pericolosa. Il 19 settembre 2014, Dmitry e io ci siamo sposati: data la situazione abbiamo avuto un matrimonio modesto, a cui hanno partecipato solo i nostri genitori, e il 25 ottobre è nato nostro figlio Pavel.

A poco a poco, la vita ha iniziato a migliorare: Pavel cresceva, Dmitry e io abbiamo trovato e siamo riusciti ad acquistare il nostro alloggio. Le relazioni politiche tra Russia e Ucraina fino ad allora erano normali e spesso andavamo a Kramatorsk dai nonni, oppure loro venivano da noi.

Quando Pavel aveva 6 anni, abbiamo pensato alla possibilità di avere un altro bambino. Sognavamo una figlia piccola e il nostro sogno si è avverato. Nell’autunno del 2021 abbiamo scoperto che ero di nuovo incinta. Ci stavamo preparando a diventare di nuovo genitori e aspettavamo un cambiamento nelle nostre vite. Quel cambiamento in effetti è arrivato prima del previsto, ma non è stato per il meglio.

Ricorderò quella notte per tutta la vita. Ci siamo svegliati alle 4 del mattino del 24 febbraio 2022 a causa delle esplosioni. Senza dichiarare guerra, la Russia aveva attaccato L’Ucraina. È stato uno shock. Non potevamo credere che la guerra fosse tornata nella nostra vita. Ma questa volta tutto era molto più grande e più spaventoso. Ho pianto per giorni con un senso di disperazione e impotenza. I confini erano stati bloccati. E presto l’Ucraina ha iniziato a rispondere alle bombe russe con altri bombardamenti. Quasi ogni giorno, la città in cui vivevamo veniva bombardata. Parlando al telefono con i miei familiari li ho supplicati di andarsene via da Kramatork verso qualunque altra destinazione. Nessuno credeva che tutto ciò sarebbe durato per molto tempo: anzi tutti speravano che la situazione si sarebbe risolta presto, ma giorno dopo giorno nulla cambiava. Mia madre e mia nonna presero con sè il loro cane, i documenti e una piccola borsa di effetti personali e così se ne andarono dalla loro città senza una destinazione precisa, in un viaggio verso l’ignoto. Salirono su un treno per l’evacuazione, che trasportava persone nell’Ucraina occidentale. Poche settimane dopo la loro partenza, una bomba cadde sulla  stazione ferroviaria da cui erano partite, causando molti morti e invalidi. La nonna e la mamma fortunatamente erano già a Lvov e lì alcuni volontari le hanno reindirizzate a un campo profughi in Polonia, dove hanno trascorso diversi giorni. Poco dopo sono arrivati dei volontari dall’Italia che si offrivano di portarle via con loro e così hanno accettato. I sentimenti che hanno provato in quel momento non si possono spiegare a parole: paura dell’ignoto, la non conoscenza della lingua, il dolore e la tristezza di dover lasciare la propria terra e la speranza che presto la guerra sarebbe finita e sarebbe stato possibile tornare a casa. L’Italia ha accolto i miei  familiari molto calorosamente e con gentilezza. Tutti hanno cercato di aiutarli ed è allora che c’è stato un incontro che ha cambiato la vita della mamma e della nonna e la nostra per sempre: hanno incontrato Isa, che è diventata una speranza e un sostegno per loro in quel momento difficile. Isa ha dato loro un alloggio, ha aiutato a redigere documenti, è diventata un’ amica di cuore per loro. 

È accaduto anche un fatto divertente: Isa aveva dato la propria disponibilità ad ospitare una madre con una bambina provenienti dall’Ucraina. In effetti è successo così, solo che la mamma e la bambina erano molto più grandi di quanto Isa si aspettava. Quando mia madre e mia nonna hanno lasciato l’Ucraina, è diventato più facile per me accettare la nostra situazione. Sfortunatamente però i bombardamenti su Belgorod continuavano.

Nel frattempo Pavel ha iniziato la scuola elementare. Un giorno, quando dovevo andare a prenderlo, non era a scuola perchè qualcuno aveva  chiamato per dire che la scuola era stata minata. Dopo questo accaduto, tutte le scuole di Belgorod sono passate all’insegnamento online. Nonostante la gravità della situazione a Belgorod, abbiamo continuato a prepararci per il parto e il 7 luglio 2022 è nata la nostra bambina Evangelina. Il parto è stato molto difficile e lungo, ma all’inizio sembrava che tutto fosse andato bene Però purtroppo, dopo qualche tempo, a Evangelina è stata diagnosticata l’atresia biliare: una malattia molto rara, che fino a cinquant’anni fa era considerata mortale. Grazie a Dio, ora era possibile affrontare un intervento chirurgico nella città Kossaj, ma la cosa più importante era che l’operazione fosse eseguita entro sessanta giorni dalla nascita del bambino. L’alternativa è un trapianto di fegato. Dopo l’operazione, Evangelina non riusciva a svegliarsi dopo l’anestesia ed è stata in terapia intensiva per diversi giorni; così è stata sottoposta a una risonanza magnetica cerebrale, che ha riscontrato un blackout vicino al tronco encefalico, forse per un coagulo di sangue. In una delle conversazioni telefoniche con mio marito, gli ho chiesto: perché è successo a noi? Mio marito ha risposto: perché gli altri potrebbero non essere in grado di superare questa difficoltà e noi invece possiamo farlo. Ho smesso di autocommiserarmi e ho iniziato a pregare di più. Pochi giorni dopo, Evangelina si è svegliata dal coma ed è tornata in corsia, così dopo poco siamo potuti a rientrare casa, dove Dmitry e Pavel ci stavano aspettando da quasi quattro mesi. Per tutto quel tempo Pavel ha aspettato sua madre e sua sorella senza piangere, ma al contrario sostenendomi sempre come un ragazzo forte e per questo sono molto orgogliosa di lui!» […] 


(segue sul prossimo numero)

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