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Vescovo Guido «Io, adolescente inquieto, salvato dai fioretti di San Francesco»

Eccellenza, com’era Guido nell’adolescenza?
«Ero un iperattivo, non facevo altro che fare sport. Giocavo a pallone, a basket e quando gli amici erano stanchi mi domandavo perché dovessero sostare: io avrei giocato tutto il tempo! Sono nati così i giochi da panchina… nelle soste dal gioco in campo cambiavo l’ora dagli orologi dei miei amici o inventavo altri passatempi».

Che raccomandazione le veniva fatta spesso?

«La nonna mi diceva sempre: “Mi raccomando comportati bene e non farmi fare brutte figure”. Io non l’ho mai capita bene, mi domandavo che cosa significasse non doverle far fare brutte figure. Infatti ancora oggi uso questa “formula” in maniera ironica».

Quali sono stati i suoi maestri di vita nell’adolescenza?
«Vasco Rossi (ride) ma gli davo una rilettura tutta mia. No, in realtà il mio unico maestro di vita in quel periodo fu San Francesco. Ho fatto la comunione ad Assisi, il 31 maggio del 1970, e in quella occasione il nonno mi regalò un quadro del Santo: l’unico arredo rimasto invariato in 48 anni di vita nella mia camera. La mamma mi mise in mano i fioretti di San Francesco e mi suggerì di leggerne uno ogni sera, qualche volta li leggeva con me per aiutarmi con il dialetto volgare umbro. Così i fioretti di San Francesco sono stati la mia prima lettura spirituale. Forse è per questo che tengo la Parola di Dio così da conto anche nei suoi aspetti più estremi. San Francesco la metteva in pratica in modo immediato e i frutti di questo modo di fare si vedevano con chiarezza. Dunque mi ha insegnato che la Parola di Dio non delude chi la mette in pratica con fedeltà. Le figure di riferimento dei miei coetanei mi interessavano, ma non le sentivo come fi gure da imitare tout court».

Mi lasci dire che sembra un adolescente un po’ fuori dall’usuale…
«Che posso dire: ero questo! Mi piaceva fare cose sempre nuove e forse un po’ temerarie ma senza mai azzardare. Ho sempre avuto un buon senso della sicurezza e del limite. Per esempio, mi piaceva andare a prendere le onde e appena arrivava una mareggiata mi buttavo in mare e andavo a prenderle dove si frangevano a più di 100 metri da riva. Lo facevo senza nulla: niente pinne, materassino, niente strumenti!».

Niente cotte adolescenziali?
«Certamente mi sono preso delle cotte… però poi ho sempre avuto qualcosa che mi fermava. Le cotte più forti sono venute quando ero più grande ma era già giunta la scelta vocazionale».

Che fatiche ha attraversato nell’adolescenza?
«Innumerevoli. La fatica della relazione con i genitori nel momento in cui si prendono le distanze da loro, la fatica di crescere: ero molto sensibile da questo punto di vista e sentivo il peso e il dolore delle scelte della vita, crescendo. Ricordo che il quinto anno del liceo fu per me faticosissimo, al punto che pensai di smettere di studiare pur non avendo problemi didattici. Ero stanco, affaticato dallo studio e pativo la primavera come stagione della vita: in me le emozioni erano tanto forti da sovrastare la parte razionale. Quando alle medie dovetti iniziare il tempo pieno ricordo tutte le volte passate a piangere per il rientro a scuola: faticavo moltissimo all’idea di dover rientrare per tutto il pomeriggio rinchiudendomi e non potendo fare altro. Mia madre se ne preoccupò a tal punto da portarmi dal medico per un controllo. Infine ho patito anche la fatica della solitudine di prendere scelte diverse da quelle dei miei coetanei. Devo dire però che avevo una certa sicurezza nel farlo, per cui i miei amici non mi hanno mai preso in giro».

Quali speranze aveva?
«Nell’estate della seconda media decisi di fare matematica. Al liceo sono poi entrato negli scout e piano piano le speranze si sono “raffi nate”. Qui mi si aprì la dimensione del servizio che facevo con entusiasmo e mi resi conto che in quel contesto mi ritrovavo e rispecchiavo. Ricordo che intorno ai 17/18 anni cercavo di fare memoria dei passaggi difficili della mia adolescenza per aiutare altri a vivere meglio quelle situazioni».

Il pensiero sulla vocazione è giunto nell’adolescenza?
«Ascoltando qualche volta i missionari che parlavano questi racconti mi solleticavano, ma in realtà il pensiero sulla vocazione è giunto in modo serio più avanti, dopo i 20 anni. Andavo a Medjugorje con i miei genitori e, arrivato lì, il vedere questa chiesa piena di croati che rispondevano alla Messa come un tuono, che dicevano il Rosario, che digiunavano a pane e acqua e lavoravano nei campi, mi fece pensare: allora il Vangelo è vero! Tornato a casa da quel pellegrinaggio, ragionando, mi dissi: allora se il Vangelo è vero non devo domandarmi cosa voglio fare da grande, ma cosa Dio vuole da me. Lì è iniziato un cammino di tre anni che mi ha portato a capire che il Signore mi voleva sacerdote».

A cura di Carlotta Testa

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