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Veglia diocesana per le vocazioni – Come se vedessero l’invisibile

Sabato 11 maggio, alle ore 21 in Cattedrale, la nostra diocesi ospiterà la Veglia per le vocazioni. “Come se vedessero l’invisibile” è il tema scelto per quest’anno. Chiediamo a Carlotta Testa, responsabile diocesana della Pastorale Giovanile e Vocazionale. di spiegarci di che cosa si tratta. «È una veglia in occasione della 56a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, ed è sicuramente un’occasione per tutto il popolo di Dio per implorare l’abbondanza di operai per la messe. Ma anche per la vocazione di ciascuno».

Carlotta, perché una Veglia dedicata alle vocazioni?
«Mi sembra evidente che la nostra Chiesa stia vivendo un calo di vocazioni sacerdotali e religiose. Il momento della Veglia desidera quindi rispondere prima di tutto a questa istanza. Ma certo non possiamo limitare a questo la preghiera per le vocazioni. Pregare per le vocazioni è pregare per il “sì” di ognuno, che ha la stessa densità del “sì” di Maria».

Il tema portante della Veglia?
«Quest’anno il fulcro è il Vangelo di Luca (8,28-36): quello, per capirci, delle tre tende, che sono il simbolo di un luogo rassicurante ma chiuso, “protetto”. Mentre la vocazione è entrare in una nube, avendone quindi come primo effetto quello della paura. Eppure, proprio qui si può ascoltare la voce del Signore».

Dunque la vocazione non è una tenda che si pianta…
«Per ciascuno di noi è il frutto di un discernimento, cioè di un cammino chiamato a rinnovarsi sempre, ad attraversare le fasi della vita, a chiedere di fare delle scelte».

Sul termine “vocazione” ci sono spesso fraintendimenti: normalmente la si considera una questione “da suore e preti”. Non c’è un deficit di comunicazione, secondo te?
«Nel tempo abbiamo imparato a definire le vocazioni secondo alcuni criteri, evidentemente giusti, ma che non la rappresentano nella sua completezza. Abbiamo forse perso di vista la prima comunicazione di base: Dio ti chiama, tu rispondi?».

A chi si rivolge questa Veglia? Agli addetti ai lavori, o a chi non ha ancora capito che cosa fare nella vita?
«(Sorride) Senza dubbio è per tutti, al di là dei ruoli che uno può avere nella Chiesa, dell’età o della situazione contingente, nella misura in cui sperimentiamo come cristiani il desiderio, e forse anche l’urgenza, in questo tempo di rispondere con la nostra vita a quella domanda».

Allora non si prega solo per avere più preti e suore?
«No. Si prega per essere veri cristiani, vere comunità: essere perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere (Atti 2,42), così come ci ha ricordato il nostro vescovo nell’ultima Lettera pastorale, “Un solo corpo”. Io mi permetto di aggiungere: nella testimonianza. Ecco, se ci sforzeremo di camminare in questa direzione non mancheranno le vocazioni sacerdotali e religiose».

Andrea Antonuccio

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