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Vescovo Guido – La Chiesa? Tutti cooperiamo alla realizzazione del Suo disegno

Eccellenza, lei ha partecipato al Convegno di Pastorale Giovanile a Palermo, insieme con alcuni giovani alessandrini. Ce lo racconta?
«Il senso del convegno era fare un passo decisivo, affinché i giovani possano “mettere su casa” nella Chiesa. È un cammino che stiamo portando avanti da diverso tempo e che, nel decennio dedicato all’educazione da parte della Conferenza episcopale italiana, ha cercato di tracciare un percorso interrogandosi sugli educatori, sulla loro formazione, sui giovani nelle loro tipologie, fasce d’età e caratteristiche. E ci siamo arrivati a ridosso dell’Esortazione apostolica post sinodale di papa Francesco, “Christus Vivit”, successiva al Sinodo sui giovani».

Quali elementi utili ha portato a casa?
«Innanzitutto, una interessante valutazione del mondo di oggi, in cui un tormentone estivo fa 5 miliardi e 300 milioni di contatti su YouTube, e papa Francesco “solo” 300 milioni sul suo sito. Viviamo in un contesto in cui chiunque parla di tutto. Veramente disperante, soprattutto per chi fa un lavoro intellettuale e profondo. Pensiamo, per esempio, al calciatore che si mette a parlare del senso della vita, mentre chi se ne occupa seriamente è seguito da pochissimi. È un po’ come se un filosofo entrasse in campo nella Juventus e giocasse la sua partita… La sproporzione tra queste immagini colpisce. Il professor Petrosino, nell’incontro inaugurale, ha detto che l’unica cosa veramente cattolica e universale è la Coca-Cola (sorride, ndr). Una provocazione molto interessante, che descrive un po’ questo nostro mondo particolare, in cui bisogna fare comunicazione e arrivare alle persone con intelligenza e capacità».

Qual è la situazione complessiva delle pastorali giovanili italiane?
«Abbiamo visto una pastorale giovanile molto ben attrezzata in giro per l’Italia. Soprattutto al Nord, con una competenza e una strutturazione veramente straordinarie, degne dell’importanza del tema. Per cui ci portiamo a casa questa competenza, che è sicuramente qualcosa da raggiungere. Secondo le linee indicate da don Michele Falabretti, responsabile nazionale di Pastorale Giovanile, ci portiamo a casa anche l’importanza di una coralità dell’atto educativo. Come si dice già da tempo, il soggetto dell’educazione è la comunità, quindi è importante che a livello di Chiesa ci sia una coralità nell’opera educativa, un coinvolgimento di tutti ben articolato. Perché non siamo Chiesa senza avere le “giunture” che ci uniscono. Dobbiamo articolarci come Chiesa in un modo sicuramente più strutturato: è una fatica in più, per certi versi, ma fa ottenere dei risultati incomparabilmente superiori. Vuol dire essere veramente Chiesa: non di nome ma di fatto».

Al tema dei giovani si lega inevitabilmente quello della vocazione. E proprio sabato 11 maggio, alle 21 in Cattedrale, ci sarà la Veglia per le vocazioni. Qual è il senso di questo gesto?
«Se vogliamo capire la vocazione nella Chiesa, dobbiamo capire l’azione. Paradossalmente, togliendo le prime tre lettere alla parola “vocazione”, si riesce a coglierne il senso. L’azione nella Chiesa non è semplicemente un’organizzazione tra noi che siamo un solo corpo, siamo Chiesa e ci organizziamo per compiere un’azione che sia secondo Dio. No, no. L’azione nella Chiesa è prima di tutto un’azione di Dio. Che passa attraverso la Chiesa, talvolta in perfetta continuità con la sua azione, talvolta in modo del tutto trasversale e indipendente. Dio agisce nella storia: questo è il grande mistero, ed è un mistero che non possiamo ingabbiare con le nostre attività. In quanto storica, l’azione di Dio attraverso la Chiesa, e anche trasversalmente a essa, ha bisogno di persone per svolgersi. In questo senso Dio chiama e c’è una vocazione, e la vocazione è la chiamata a essere ciò che devi essere: nella Chiesa, nella vita e nel mondo. La vocazione è essere strumento di Dio. Abbiamo visto i mosaici del Duomo di Monreale: uno splendore! Certo, l’oro prevale, ma se fosse tutto oro non ci sarebbe nessuna immagine. Nel mosaico invece c’è tutto: tessere, forme e colori di tante sfumature, che nel loro mettersi insieme danno la bellezza del mosaico. La vocazione è avere un ruolo dentro questo mosaico: può essere quello sacerdotale, della vita consacrata, così come quello del matrimonio. Comunque tutti cooperiamo alla realizzazione del disegno di Dio nella storia, là dove siamo chiamati a cooperare. La Veglia per le vocazioni, che è aperta a tutti, ha un po’ questo sapore: da un certo punto di vista rivitalizzare il senso della vocazione di ognuno di noi, dall’altro di pregare il padrone della messe che mandi operai nella sua messe, come Gesù ci ha chiesto. E noi dobbiamo essere fedeli a questo comando».

Andrea Antonuccio

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