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Quel maledetto “pezzotto”…

CALCIO E DIRITTI TV

Alla scoperta dell’universo illegale delle tv pirata

Cinema, Serie A, Champions League, serie tv, documentari e potremmo andare avanti per ore. Sono sempre più ricchi i palinsesti delle tv a pagamento che occupano il tempo libero di gran parte degli italiani.
Ma c’è un modo per poter veder tutti i programmi di Sky, Dazn, Mediaset Premium, Primafila, Sky on demand, Netflix e tutte le tv straniere pagando una miseria? Un modo c’è, è illegale e sta spopolando sempre più negli ultimi anni. Si chiama Box Android (“pezzotto”, in gergo campano). Questo decoder si collega a internet tramite Iptv (Internet protocol television) sia da smart Tv, ma anche tablet, pc, smartphone o Android Box. Insomma, basta un mezzo tecnologico sul quale poter installare una banale applicazione. Fino a qui tutto legale. Poi arriva la parte più importante e illegale, cioè l’acquisto, da uno “spacciatore” di decoder, di un codice (un file di testo con estensione m3u): una stringa di qualche decina di pagine contenente migliaia di canali (che arrivano anche a 1680) che, una volta inseriti nell’Iptv, diventano visibili sul proprio dispositivo. Fondamentale è la rete: affinché la qualità dell’Iptv sia accettabile, infatti, serve una connessione di almeno 8/10 megabyte per secondo. Un servizio che, con la copertura sempre più capillare della rete in fibra anche in Provincia, sta trovando sempre più spazio.

Cerchiamo informazioni e subito ci sorprende la facilità con cui si riescono a trovare offerte per gli abbonamenti illegali. Li troviamo persino sui noti siti di eBay, Amazon o Aliexpress. Un’altra opzione è lo scambio di informazioni con chi è già abbonato: ci si mette in contatto con il venditore di pezzotti su Telegram (servizio di messaggistica simile a What’s App) e in pochi minuti abbiamo l’offerta davanti a noi.
Si parte da cifre che variano dai 10 ai 15 euro al mese, ma troviamo anche abbonamenti a bassissimo cosi che partono dagli 80 euro l’anno. A questo va aggiunto il costo del decoder che varia dai 30 ai 60 euro. Il pagamento principalmente avviene attraverso ricariche Poste Pay. Un’affare che, secondo le stime, accomuna circa due milioni di italiani e frutta circa 700 milioni danni per le tv a pagamento.
Ma chi si abbona rischia qualcosa? Pare di sì. Si parte da una multa pecuniaria di un valore massimo di 25 mila euro, fino alla detenzione in carcere per 5 anni. Ma il “metodo Iptv” pare non sia l’unico, ci sono tanti altri modi per poter guardare le pay tv in modo illegale.

Uno dei più recenti casi di cronaca è quello di un uomo di Palermo incastrato dalle forze dell’ordine con 57 decoder di Sky e tutto l’occorrente (hardware e software) per trasmettere il segnale in rete appoggiandosi alle macchine di Zsat, uno dei server più noti. L’uomo aveva 11mila clienti e in casa sua sono stati trovati 186mila euro, qualche lingotto d’oro e wallet con all’interno criptomonete. Intanto con l’inizio del campionato, la Lega Serie A sta portando avanti la sua campagna “La pirateria uccide il calcio”. Ma anche Sky, tramite uno spot, sta proseguendo la sua lotta di sensibilizzazione in cui ringrazia i fruitori delle tv pirata per finanziare le criminalità organizzate per il traffico di droga e di armi, il racket della prostituzione e la creazione di identità false. “Spegni la tv pirata” si legge sul finale dello spot di Sky. Ma anche dalle Istituzioni arrivano delle risposte: due parlamentari del Partito Democratico, Luca Lotti e Antonello Giacomelli, hanno presentato una proposta di legge contro la pirateria, seguendo la linea dettata in primis in Inghilterra. Per questo, anche l’Italia è decisa a scendere in campo per la lotta agli abbonamenti illegali.

Alessandro Venticinque

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