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Ci siamo giocati la credibilità

Dopo la “performance” di Achille Lauro al Festival di Sanremo

«Finché nella Chiesa non avremo il coraggio di guardare la realtà e di confrontarci con il Vangelo, il mondo non potrà venire a noi»

Eccellenza, l’identità di genere sembra messa in discussione in questo periodo. Che sta succedendo?
«Oggi il mondo ruota su altre vie di convincimento. Perciò il nostro annuncio evangelico non può più essere basato sulla semplice ripetizione della dottrina, che in sé non ha la forza di cambiare la vita delle persone. Ciò che cambia è la testimonianza; ma nei decenni passati noi cattolici ci siamo giocati la credibilità, e continuiamo a giocarcela, con le nostre contro-testimonianze. Una contro-martyría, direbbe l’Apocalisse».

Qualche esempio di contro-martyría?
«Quando non trasmettiamo la gioia di vivere e la nostra vita cristiana si risolve nell’autocompiacimento di essere “brave persone”. In realtà siamo “burocrati” non gioiosi, che conducono una vita incasellata: ma tutto questo non ha alcun fascino! Di certo, non è il fascino dell’apostolo che ha da trasmettere una notizia strepitosa, nella quale crede, che racconta con parole ardenti, con una convinzione che si capisce essere fondata sulla roccia di granito dell’esperienza. Non su un libro letto, o su un racconto riportato… Ecco, se noi non siamo capaci di dare questa testimonianza, il mondo procederà per la sua strada, bollandoci come bigotti, creduloni, retrogradi, gente che non sta al passo con i tempi».

Sembra una battaglia persa…
«Finché nella Chiesa (non solo la gerarchia, ma tutto il popolo di Dio, le comunità parrocchiali o elettive) non avremo il coraggio di guardare la realtà così com’è e di confrontarci con il Vangelo nella sua interezza e scomodità, non potremo mai dare una testimonianza credibile di persone che si amano, mettendo in pratica il comandamento dell’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Da noi invece si vedono divisioni, invidie, cattiverie, indifferenze pesanti più di macigni… Ma se non cambiamo, il mondo non potrà venire a noi. Francamente, in questo momento lascio che il mondo vada per la sua strada. E mi concentro sul dare una testimonianza d’amore tra noi».

Ma lasciare che il mondo vada per la sua strada non è una rinuncia a combattere?
«No, è capire che il mondo ha bisogno di una cosa che tu potresti dargli, se non avessi omesso di essertela procurata prima: cioè la credibilità, la convinzione, la vera testimonianza. Che è il contrario del “vogliamoci bene” e del voler creare una società cristiana: quello era l’obiettivo sul quale ci siamo concentrati in passato, annacquando un po’ il Vangelo perché tutti potessero starci dentro. E non ha funzionato… Anzi, adesso ci ritroviamo a essere cristiani che non hanno più il sapore e la freschezza del Vangelo, perché lo abbiamo addomesticato e ridotto a strumento consolatorio. Ma il Vangelo non è consolatorio, nemmeno quando Gesù ha detto: “Beati quelli che piangono perché saranno consolati”. Non è consolatorio Gesù: è graffiante, è stimolante. Non ci sta dicendo: “Adesso piangi, e poi ti consolo”, ma ci vuol fare comprendere che la vera beatitudine consiste nel vivere in modo diverso il pianto, non nel cancellarlo. E quindi è una chiamata, non è aspettare che venga qualcuno a porgerti il fazzoletto».

Come possiamo uscire da questa situazione?
«Con la Parola di Dio e la Liturgia! Se non ci va bene quello che dice il mondo, dobbiamo decidere di vivere seriamente il Vangelo. Non continuare a ribattere: “Non ci va bene quello che fate”, perché intanto il mondo ci sta già dicendo: “A me non va bene quello che fate voi”. E ha ragione! Sono convinto che ne potremo uscire in questo modo: tornando a vivere il Vangelo. Così non ci potranno più accusare e dire: “Non ci va bene quello che fate”… ci potranno ammazzare, al massimo. Ma questo non è un problema, almeno nella prospettiva di Gesù, perché è proprio attraverso la sua morte che Gesù ha vinto: e qui sta la dimensione liturgica che inserisce le nostre fatiche in quella, vittoriosa, di Cristo».

Andrea Antonuccio

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