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La vecchia scuola

C’era una volta una vecchia scuola alla periferia di una cittadina lungo il fiume. Ogni giorno si svegliava presto, prima ancora che arrivasse il bidello e dava un’occhiata in giro per vedere che tutto fosse a posto. Osservava con le sue grandi finestre per godersi l’arrivo dei bambini: li osservava mentre aspettavano fuori dal cancello e diventavano via via sempre più numerosi. Quando il bidello alzava le veneziane per fare entrare la luce, la vecchia scuola sapeva che era quasi l’ora dell’apertura e stava pronta, emozionata, a osservare l’ingresso chiassoso degli alunni. Non aspettava che loro; in fondo loro erano la sua anima, erano ciò che le faceva battere il cuore: le voci, le risate, le parole che ripetevano la lezione imparata il pomeriggio prima erano tutte cose per le quali lei era nata.

Al suono della campanella i bambini entravano ordinatamente e chiacchierando salivano al piano superiore dove c’erano le aule. Lei li guardava uno a uno e in un attimo sapeva chi era assente e chi presente, chi aveva il raffreddore e chi solo un po’ di paura della verifica, chi aveva il magone perché il compagno di banco gli aveva detto “Non ti sto più amico” e chi non vedeva l’ora di mostrare alla maestra le foglie che aveva raccolto in cortile. Le insegnanti li salutavano ognuna a proprio modo:
“Ciao bimbi belli!”, “Buongiorno principesse, buongiorno cavalieri!”, “Ecco le mie caprette!”, o anche solo con un “Ciao!” ma così farcito di tanti sorrisi che subito rendeva bellissima la giornata.

Pensate che da quando era stata costruita, la vecchia scuola con mano invisibile aveva sempre scritto i nomi di tutti i bambini, di ogni maestra e di ogni bidello, sui suoi mattoni. Erano ancora tutti lì, come in un grande archivio invisibile ai nostri occhi: c’erano alunni che erano cresciuti e diventati papà e poi nonni e perfino alunne che erano diventate maestre in quella stessa scuola e che così avevano il loro nome scritto due volte. La vecchia scuola osservava tutto, ogni cosa le si fissava nella memoria; ogni risata fresca come acqua di montagna le dava energia; il profumo di focaccia, portata per i compleanni, le metteva buonumore; ogni caramella data in premio era per lei motivo di orgoglio.

Scrutava i piccoli litigi così come i successivi abbracci di pace. A furia di ascoltare le lezioni, anno dopo anno, sapeva benissimo la storia e conosceva i nomi dei dinosauri e perfino dei sette re di Roma; non sbagliava mai i punti cardinali e ricordava tutti i nomi delle regioni d’Italia; in matematica era così pratica che mille volte aveva calcolato la propria area e il proprio perimetro. Non aveva il dono della voce, ma passava la vita ad ascoltare con grande interesse ogni cosa che potesse essere appresa.

Si nutriva di cose da apprendere. Ascoltava anche le mamme che parlavano tra di loro in attesa della campanella e si scambiavano ricette e pareri sui corsi di nuoto, ma anche preoccupazioni per un voto basso o perché i loro bambini non avevano voglia di studiare. La vecchia scuola avrebbe voluto intervenire per dire: “Tranquille, loro diventano grandi lo stesso, faranno strada; tireranno fuori il meglio di sé”, ma non poteva parlare e si limitava a prendere nota sui suoi mattoni delle cose belle e a volte anche di quelle tristi, per non dimenticarle.
Una mattina di fine inverno la vecchia scuola si svegliò presto per essere pronta all’arrivo dei bambini. Si erano concluse le vacanze di Carnevale, perciò aspettava fiduciosa il loro rientro. Erano quasi le otto e mezza e non c’era ancora nessuno fuori.

Con le sue grandi finestre diede un’occhiata in cortile. Era tutto in ordine, ma tutto fermo. Il cancello chiuso, il portone pure. Non si sentiva alcun rumore. Preoccupata, la vecchia scuola controllò il calendario, per vedere se per caso avesse sbagliato giorno, ma non era così. Chiedendosi che cosa potesse essere successo, si apprestò ad ascoltare le voci dei passanti, forse così avrebbe saputo qualcosa, ma nella via non c’era anima viva. Allora chiese agli alberi più alti del cortile di guardare con la punta dei loro rami se per caso il fiume stesse minacciando di uscire dagli argini, come era successo in passato. Pensava: -Magari il Comune avrà chiuso le scuole per precauzione.
Ma l’albero più vecchio, che vedeva ben lontano con i suoi rami più alti, le rispose che il fiume scorreva tranquillo nel suo letto. La vecchia scuola quel giorno non riuscì a sapere quale fosse il motivo dell’assenza dei bambini.

Attese il giorno dopo, con la stessa apprensione. I suoi occhi con le veneziane abbassate sbirciavano il cortile, la strada. Niente. Tutto deserto.
Passarono diversi giorni e da quelle parti non si vide mai nessuno. Il silenzio nell’edificio era rotto solo dal ticchettio degli orologi appesi nelle aule. Alcuni libri e quaderni cominciavano a essere coperti da un leggero strato di polvere. La vecchia scuola ogni tanto rileggeva i nomi che aveva scritto sui suoi mattoni e ricordava:
“Questo bambino è così bravo a giocare a pallone! Questa bambina canta così bene che starei ore ad ascoltarla! Quest’altra scrive storie magnifiche! Questo bimbo ha insegnato a quest’altro ad allacciarsi le scarpe…”. Le mancavano così tanto. Poi passava in rassegna anche i bambini ormai cresciuti e rideva a pensare ai loro cinque anni trascorsi fra quei banchi; infine tornava con la mente alle maestre, quelle in servizio e quelle che non c’erano più e sentiva che davvero per loro l’educazione è una cosa del cuore.
Con la sua mano invisibile di tanto in tanto tracciava in bella scrittura, sui mattoni ancora vuoti i suoi pensieri e parole di solitudine.

Scriveva però anche la parola speranza, quella forza inspiegabile che le usciva da ogni spigolo e si appoggiava come una luce colorata sulle lavagne pulite, sui banchi e sulle cattedre, una forza che la svegliava ogni mattina e la invitava a guardare fuori. Verso sera, quando le luci della strada provenienti dalle finestre si riflettevano sui suoi soffitti, la speranza si riformava per l’indomani.
Passarono diverse settimane. Una mattina la vecchia scuola sentì che qualcuno aveva aperto il suo portone. Una ventata di aria fresca arrivò fino alla scala. Udì dei rumori. Subito si affrettò a guardare giù: nessun bambino. Riconobbe il fischiettare del bidello e la sua speranza centuplicò in un attimo; lui e altri collaboratori cominciarono a pulire tutto, con la musica della radio che riempiva i corridoi di allegria.

La vecchia scuola ascoltò i discorsi degli uomini per capire che cosa fosse successo e soprattutto per sapere se i bambini sarebbero tornati, se il suo cuore sarebbe tornato a battere forte. Parlavano di un virus che aveva obbligato la gente a rimanere in casa, per prevenire il contagio, un essere piccolissimo che faceva ammalare le persone. I loro discorsi si mescolavano con le opinioni sul governo e con le canzoni dell’ultimo Sanremo che in quel momento passavano alla radio; tuttavia la vecchia scuola comprese e quella sera con la sua mano invisibile scrisse su un mattone “coronavirus, un piccolo essere che pensando di avere la corona voleva essere re, ma non ci è riuscito”.
All’alba la vecchia scuola controllò che gli alberi del cortile avessero lucidato le foglie nuove e che fossero pronti a far festa, in fila come in una parata.

Molto presto arrivarono le maestre. Volevano assicurarsi che tutto fosse accogliente e gioioso, come il primo giorno dopo le vacanze. Si abbracciavano, senza paura del contagio e si dicevano l’una con l’altra quanto la scuola fosse bella. E lei ne fu così orgogliosa. La loro presenza le diede conferma che di lì a poco sarebbero arrivati i suoi bambini.
Alla solita ora essi cominciarono a giungere vicino al cancello, accompagnati dalle mamme, dai papà o dalle suore dell’istituto vicino. Ognuno aveva una bandierina bianca con il proprio nome e con il disegno di un arcobaleno e la scritta “Andrà tutto bene!”. Sventolavano anche alcune bandierine tricolori.
Dagli spigoli dell’edificio la speranza con la sua luce, lasciò il posto alla certezza, un’emozione di un azzurro vivo, come il cielo di quella mattina.

I bambini si salutavano, si abbracciavano e al suono della campanella entrarono effervescenti e salirono fino alle aule. L’incontro con le maestre fu emozionante e la vecchia scuola si commosse un po’, stette ad ascoltare i racconti che nelle classi si sovrapponevano, poi assistette a qualche lezione, breve per quel giorno, perché c’erano troppi episodi anomali da ricordare.
Le maestre attaccarono tutte le bandierine sui davanzali delle finestre e la gente del quartiere che passava di là poteva ammirarle.

All’intervallo i bambini giocavano con i puzzle e scambiavano le figurine come se niente fosse mai successo.
Arrivò finalmente l’ora di musica e i canti di quel giorno furono così allegri che la vecchia scuola ne scrisse sui suoi mattoni tutte le parole.
Verso l’ora di pranzo, mentre la mattinata scolastica stava per concludersi, la vecchia scuola prese una vernice brillante e questa volta, sui suoi mattoni più in vista, proprio accanto al portone, con la sua mano invisibile scrisse in una frizzante grafia: “SIETE TORNATI!”

Manuela Cibin

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