Ai piedi della Salve

Storia – Don Gianni Toriggia

                            «La Madonna dello Spasimo ci richiama alla Passione di Gesù»

Il parroco della Cattedrale traccia un profilo storico e religioso
del Venerando Simulacro

Don Gianni, se dovessimo tracciare un profilo sintetico della storia del nostro Simulacro della Salve, da dove dovremmo partire?

«Dovremmo partire probabilmente dalla devozione, dall’amore alla Vergine Santa che ha sempre animato la religiosità, la spiritualità della nostra gente. Fin dalle origini della città era presente la devozione alla Madonna, alla Madonna dello Spasimo, ora chiamata Madonna della Salve, Maria ai piedi della croce. Ed è interessante pensare che i nostri padri hanno voluto in qualche modo rendere viva la presenza di Maria, pensandola e realizzandola ai piedi della croce in un momento molto importante della vita di Gesù. Infatti, la seconda parola di Cristo in croce è quella di Gesù che affida il discepolo prediletto, che rappresenta tutti noi, a Maria. E, dice il Vangelo, che il discepolo l’ha presa con sé. Infatti, se uno osserva bene il simulacro della Madonna, si vedono Maria e Giovanni ai piedi della croce, e Giovanni abbraccia Maria per portarla con sé. Cosa vuol dire questo per la vita del cristiano? Il discepolo di Gesù porta con sé Maria, e lei, come è presentata dai Vangeli, ci insegna la vita cristiana, a essere autentici discepoli».

Il Simulacro che noi veneriamo quando è stato realizzato?

«La statua attuale ha una datazione intorno alla seconda metà del 1400. Ma certamente vi era qualcosa di antecedente: la prova è la bella rappresentazione in pietra policroma in Santa Maria di Castello».

La Madonna della Salve ha allargato il suo manto anche in momenti drammatici della vita della nostra città.

«Sempre nei momenti difficili, tragici: pensiamo alle pestilenze, alle guerre ma anche all’ultimo conflitto mondiale, quando nella sala capitolare della Cattedrale i nostri sacerdoti con i partigiani trattavano la resa dei tedeschi. In quell’occasione, molte persone erano in preghiera davanti alla Salve, e vi fu una grande processione per le vie della città per ringraziare dell’avvenuta liberazione. Quasi un ringraziamento corale alla Clementissima Patrona».

Altri momenti in cui è possibile riconoscere l’intervento della Madonna della Salve?

«Sempre, in caso di gravi calamità, venivano portati in processione la Madonna della Salve, le urne dei Santi Patroni, Baudolino e Valerio, e il Crocefisso miracoloso che ora è esposto al termine del percorso giubilare che parte dalla Porta Santa».

Il Crocifisso miracoloso è anch’esso oggetto di grande devozione.

«Certo! Prova ne sia che le gambe del crocifisso sono ricoperte di una lamina di rame, perché i fedeli ricorrevano al crocefisso pregandolo e qualcuno, dobbiamo leggerla ovviamente con la mentalità del tempo, cercava di averne una reliquia, di averne un pezzettino. E allora il Vescovo, con un decreto, intorno al 1700, ha ordinato di ricoprirne e salvaguardarne le gambe».

Quali reliquie sono custodite nella nostra Cattedrale?

«Nel piccolo caveau della nostra Cattedrale sono custodite le reliquie della Croce di Gesù, la reliquia della Santa Spina e la reliquia del braccio di San Sebastiano. Quest’ultima è in una teca in argento che porta anche i simboli della città. E poi c’è anche un bellissimo reliquiario di San Francesco da Paola, co-protettore della città, perché nella chiesa di San Rocco vi erano i Minimi, la congregazione fondata da San Francesco da Paola. Quando i Minimi hanno lasciato la chiesa di San Rocco, il reliquiario è stato donato alla Cattedrale».

Mi pare che non siano esposte, però. Per quale motivo?

«C’è un motivo di sicurezza. Nell’antica Cattedrale certamente era esposta la reliquia della Vera Croce, la Stauroteca, e quella della Santa spina. C’è un progetto, e speriamo possa avere presto realizzazione, di esporre costantemente alla venerazione dei fedeli sia la Stauroteca sia la reliquia della Spina. La realizzazione non è lontana».

Veramente in quella teca c’è un pezzo della Croce di Cristo, un pezzo della Corona di Spine o un braccio di San Sebastiano?

«C’è la venerazione verso la Croce e verso la Spina, che ci ricordano la Passione. Non è tanto un oggetto ciò a cui si rivolge la nostra devozione: non sono due pezzi di legno posti in croce, oppure una spina. L’oggetto della mia fede è la Passione e la Morte del Signore, e Lui ci ha salvati sulla Croce. Quindi queste reliquie sono un richiamo. Non è così importante sapere se siano vere o meno, ma è il richiamo che ci danno. La reliquia della Vera Croce ha una storia antichissima: è stata portata all’inizio del 1200 da un crociato alessandrino che ha portato questa reliquia, probabilmente trafugata da una chiesa, e l’ha portata ad Alessandria».

La Spina?

«La Spina dovrebbe essere giunta ad Alessandria nel 1500 da Roma, ma non ne sappiamo di più. Probabilmente, anche in questo caso, a seguito di eventi bellici».

Il Simulacro della Salve che adesso sta “peregrinando” con una sua Immagine per le unità pastorali a che cosa ci richiama?

«Ci richiama certamente alla Passione di Gesù. Ci ricorda che Maria ha una parte importante nella nostra esperienza spirituale, che Gesù ci ha affidati a Lei. E il compito di Maria è quello di seguire il suo invito: “Fate quello che Lui vi dirà”. E quindi tutte le apparizioni, locuzioni interiori, autentiche che vengono attribuite a Maria devono essere lette in quelle parole: “Fate quello che Lui  vi dirà”. Cioè Lei, da buona madre, ci porta a vivere il Vangelo. Lei ha avuto la fortuna, durante il periodo di Nazareth, di conoscere i segreti del cuore di Gesù, e Lei ce li può trasmettere. Ecco il motivo di tutta la devozione alla Madonna dei nostri santi, perché Lei ci fa conoscere e ci porta a Gesù. Se noi meditiamo il ruolo che Maria ha avuto nel Vangelo, abbiamo proprio una guida spirituale in Maria: partendo dall’Annunciazione, poi il soggiorno in Egitto, la vita semplice e nascosta di Nazareth, la sofferenza ai piedi della croce e infine l’Apocalisse, “una donna vestita di sole”. La Chiesa ha sempre visto, in questa immagine della donna vestita di sole, la Chiesa e Maria, che è la figura della Chiesa stessa».

Perché, secondo te, questa devozione molto spesso oltrepassa la devozione verso la Chiesa?

«Sono convinto che Maria veglia sul cammino del popolo di Dio, tante volte contraddittorio, a volte come un fiume carsico: in alcuni momenti sembra che non ci sia più nulla, poi improvvisamente di nuovo riemerge una forte devozione, una forte adesione. Maria accompagna, misteriosamente, questo cammino del popolo di Dio. Ci vuole portare tutti in Paradiso».

Cosa chiedi tu quest’anno alla Madonna della Salve?

«Io chiedo a me stesso e a tutti di essere memorie vive del Vangelo: che Maria ci aiuti a essere memorie vive del Vangelo. Le chiedo che, nel rispetto delle nostre singole personalità, ci porti tutti a vivere interiormente il Vangelo».

C’è un episodio della tua esistenza in cui la Salve è stata determinante?

«Tutte le mattine mi affido alla Madonna della Salve. Soprattutto in certi momenti importanti: per esempio, quando sono stato nominato rettore del Seminario diocesano, ho chiesto alla Salve le vocazioni. E le vocazioni sono arrivate. In tanti momenti ho chiesto alla Salve di guidarmi, di illuminarmi, di farmi trovare le persone giuste, e sempre Lei è stata puntuale nel rispondermi».

Qualcuno dice che la devozione alla Salve abbia sempre meno presa nelle ultime generazioni. Tu che ne pensi?

«C’è un problema di trasmissione della fede. Attenzione: non solo della devozione alla Madonna, ma anche proprio della fede. Non è una cosa da poco. Però vediamo anche segni di ripresa, e non solo da noi. Dobbiamo vivere e dare testimonianza, oggi ci è chiesto di dare testimonianza in una società complessa come la nostra, che vive un passaggio epocale. Alcune cose erano inimmaginabili alcuni anni fa, e io penso che attraverso tutte queste vicissitudini storiche, pian piano, siamo portati a un’autentica visione di fede e a un’autentica vita cristiana. Vorrei aggiungere ancora una cosa».

Certo.

«Ecco, io desidero che questa Peregrinatio Mariae non sia solo un fatto di “folclore religioso”, ma che i sacerdoti e i fedeli possano recuperare il ruolo di Maria nella vita di fede. E sarebbe bello che nelle nostre parrocchie si prendesse il Vangelo e si cogliessero gli insegnamenti e l’esempio di Maria, che è stata la prima cristiana».

Chi dovrebbe “recuperare”, e come?

«Sto parlando di sacerdoti, catechisti, laici. Basta prendere in mano il Vangelo e domandarsi: “Che cosa ci dice Maria?”. Potrebbe essere un’occasione per cambiare qualcosa nella nostra vita».

Liturgia – Don Gian Paolo Orsini

  «Pregare ci aiuta a sentire più vicina Maria»

Il direttore dell’ufficio liturgico ci accompagna attraverso le preghiere dedicate alla Madonna

Don Gian Paolo, partiamo dalle basi: se voglio pregare la Madonna della Salve, che preghiere dedicate a lei ho a disposizione?

«Negli anni è capitato che ogni Vescovo scrivesse una preghiera (o più di una) alla Salve: monsignor Maggioni aveva fatto un’immaginetta in occasione della Peregrinatio Mariae durante l’anno mariano 1987-1988; ho presente quella di monsignor Charrier; Versaldi ne propose una; il nostro Vescovo stesso ne ha proposta ai fedeli una durante la pandemia, c’è stata quella dell’anno scorso, c’è adesso quella di quest’anno che troviamo sull’immaginetta per gli 850 anni della nostra Diocesi. Ogni preghiera segue gli eventi e i tempi».

Per questa Peregrinatio Mariae quali sussidi di preghiera abbiamo?

«Per la visita del Venerando Simulacro alle parrocchie delle nostre unità pastorali abbiamo predisposto un rito di accoglienza prendendo spunto dal benedizionale e inserendo le preghiere che sono richieste espressamente dal decreto della Penitenzieria apostolica: c’è un fascicoletto apposito che si può scaricare dalla pagina del sito della Diocesi dedicata al Giubileo degli 850 anni. La compilazione è a cura dell’ufficio liturgico: c’è una preghiera a Gesù Crocifisso, una alla Vergine Addolorata, c’è il Credo apostolico, poi ci sono le litanie del Crocifisso, della Beata Vergine Maria e dei Santi».

E se un visitatore, entrando in Cattedrale, volesse esprimere una richiesta alla Madonna della Salve?

«Durante l’Ottavario, sulle panche si possono trovare dei libretti di canti. Per questa Peregrinatio c’è anche un’immaginetta stampata appositamente, e in Cattedrale se ne possono trovare anche altre, meno recenti. Sul sito della Diocesi è disponibile l’inno che si canta quasi sempre al termine delle celebrazioni diocesane in Cattedrale, a seconda anche del periodo liturgico. È anche l’inno dei vespri, quindi quando celebriamo i vespri solenni, alla fine dell’Ottavario della Salve, questo è l’inno che si canta».

Chi l’ha composto?

«Potrebbe essere opera di monsignor Amato, che è stato parroco della Cattedrale negli Anni 50, quindi non è neanche vecchissimo. Gli alessandrini lo conoscono molto bene, è un modo per rivolgersi a Lei».

Se un giovane ti dicesse che fa fatica a cantare l’inno perché contiene delle parole che non riesce a comprendere, come lo aiuteresti?

«Gli direi intanto che questo inno è segno di una tradizione che si prolunga nel tempo, come l’Ave Maria stessa. Poi direi che la preghiera dà un po’ una struttura al nostro dialogo con Dio (e alcune preghiere in particolare garantiscono anche una certa ortodossia). Molti nella confessione mi raccontano che durante la preghiera si rivolgono al Signore e alla Madonna come si farebbe con un amico. In questi casi mi piace citare Bernadette che diceva: “La Madonna mi parlava come si parla a una persona”, perché lei spesso non veniva trattata con riguardo. È bello poter sperimentare un dialogo così confidenziale con Maria. Quindi il pregare l’inno potrebbe essere un modo per sentire la Madonna un pochino più vicina: alcune formule che abbiamo ereditato dal passato aiutano, altre possono anche far sorridere per l’utilizzo di certi termini caduti in disuso, ma lo scopo che hanno è farci avviare un rapporto con Lei».

E se ti chiedesse perché si prega una statua, tu che cosa gli diresti?

«Gli direi che una volta c’erano gli album di fotografie, c’erano le immaginette, mentre adesso ci sono le infinite possibilità iconografiche di Internet che abbiamo sempre a portata di mano: un’immagine mi richiama subito un pensiero altro, mi aiuta a chiedermi cosa può dirmi oggi Maria, ai piedi della croce dove hanno crocifisso suo figlio, morto per noi. Ma sul cellulare puoi scorrere infinite pagine senza “toccare” nulla, mentre una statua è davanti a te con le sue dimensioni, la sua “corporeità”. È vero che oggi è tutto virtuale, però penso a un papa Francesco che tutte le volte, al termine delle celebrazioni nella basilica di San Pietro, tocca la statua della Madonna che è esposta lì vicino all’altare della confessione. Quindi forse un po’ di materialità, di fisicità dovremmo recuperarla: avere davanti una statua ci aiuta in questo. Anche perché dovrebbe essere la norma tra due persone che si vogliono bene: quando dico “scambiatevi un segno di pace” e vedo marito e moglie che si stringono la mano mi fa un po’ effetto: un abbraccio o un bacio sarebbe più significativo».

Arte –  Professor Luciano Orsini

  «Una icona legata alla nostra città sin dagli inizi»

Il delegato vescovile per i beni culturali racconta le origini artistiche della sacra effigie

Professor Orsini, chi è l’autore della nostra “Clementissima Patrona”?

«La scuola è quella dei “da Surso”, scuola di tagliatori del legno e financo scultori, che hanno operato in Piemonte a partire dall’inizio del XIV secolo. Il nome viene dallo stesso Baldino da Surso, caposcuola. Questi artisti, inoltre, sono stati anche artefici di abbondanti realizzazioni di Cristo crocefisso: di questi, forse il più antico si trova nella chiesa di Pecetto di Valenza».

Possiamo datare esattamente la realizzazione della statua?

«La datazione dell’effigie, che ancora oggi ci onora della sua presenza in Cattedrale, è certamente quella alla quale viene attribuito il prodigio della sudorazione, nel 1489. Perché la datazione al radiocarbonio, fatta dal dipartimento di chimica dell’Università di Pavia, ha prodotto una forbice che comprende la data più lontana, collocata alla fine del XIII, e quella più vicina a noi all’inizio del XVI. È da pensare che questo Baldino da Surso, del quale noi conosciamo la data di morte, fissata al 1478, abbia messo mano alla scultura. Quindi, se la statua è attribuita all’opera della sua scuola, certamente è un manufatto della fine del XIV o inizio del XV».

Da dove nasce l’idea dell’effigie?

«L’idea ispiratrice viene dall’originale Madonna dello Spasimo in altorilievo conservata nella chiesa di Santa Maria di Castello. Essendo scolpita con questa tecnica fissa a parete, chiaramente, non si poteva prestare per la devozione processionale, e allora è stata realizzata una immagine tridimensionale che è esattamente quella che ancora oggi nella nostra Cattedrale viene onorata come Patrona principale della Diocesi. Questa statua era stata collocata nel Duomo antico, all’interno di una cappella dedicata al culto mariano, e lì è rimasta fino alla distruzione avvenuta all’inizio del XIX secolo per disposizione di Bonaparte, successivamente trasferita nella chiesa di S. Alessandro che fungeva da Duomo, in attesa di essere definitivamente collocata nell’attuale “Santuario” della Cattedrale moderna».

La Salve è sopravvissuta ad altri gravi avvenimenti.

«Durante il trascorrere dei secoli la Venerata Immagine ha subito due incendi dei quali ci sono documenti descrittivi che hanno devastato e compromesso la cassa processionale all’interno della quale era conservata. Il peggiore avvenne nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando si sciolse completamente e dovette essere rifatta a opera di un argentiere alessandrino. Mentre la statua, compromessa dall’effetto del fuoco, venne restaurata in un laboratorio ligure con l’intervento, tipico per il periodo, dell’aggiunta degli occhi in cristallo. Allo stesso modo, come già accennato, questa Immagine è stata coinvolta nella prodigiosa sudorazione del 1489, quando dal capo della Vergine Maria scese un liquido simile al sudore umano. Di ciò si parla in una cronaca notarile di quell’anno. Risale a quel periodo la devozione che il Capitolo della Cattedrale iniziò nei confronti della Venerata Patrona, ossia quella di cantare la Salve Regina ogni sabato al termine degli esercizi capitolari. Da quella pratica, nacque il titolo abbreviato attribuito all’Immagine della Patrona».

Professore, ci può parlare della struttura?

«La struttura è realizzata in legno ricavato dall’unione di più fusti arborei di tiglio tenuti insieme da collanti naturali, e scolpita nella parte frontale con le sembianze della Madonna addolorata accasciata ai piedi della Croce e sorretta dall’apostolo Giovanni. L’elemento plastico si colloca, verosimilmente, alla ricostruzione statuaria tipica del periodo fine Gotico e inizio Rinascimento».

Una storia lunga e complessa, fatta anche di una forte devozione: anche chi non frequenta abitualmente la Chiesa, porta le proprie sofferenze ai piedi di Maria.

«La devozione nei confronti della “Clementissima Patrona” ha origini che affondano le radici nei primi secoli del secondo millennio, quando si diffuse la pratica di omaggiare la Vergine addolorata. Tutto ciò può essere ricondotto alla fondazione dalla città di Alessandria, iniziando da quel culto che già esisteva presso la chiesa di Santa Maria di Castello e si è ripetuto nel trascorrere dei secoli. La Madonna dello Spasimo è diventata una icona molto legata alle realtà della città appena edificata. Questa devozione naturalmente è cresciuta fino a entrare nel cuore degli alessandrini, che in essa interpretano la vicinanza della Madre di Gesù, che da Lui stesso ha ricevuto la nostra adozione ai piedi della croce».

In occasione dell’Anno giubilare girerà, per ogni unità pastorale, una copia della Salve. È identica o ci sono differenze?

«Della statua originale, in occasione della Peregrinatio Mariae coincidente con gli 850 anni della Diocesi, è stata fatta una copia tridimensionale esattamente identica all’originale, nella quale sono riprodotti persino i segni delle screpolature, che si possono identificare nel soggetto autentico. Si tratta di un esemplare in scala 1:1, destinato a visitare tutte le parrocchie della zone pastorali in modo che in ciascuna realtà posa esserci anche un confronto visivo con le sembianze della Clementissima Patrona. La realizzazione è stata curata da un laboratorio specializzato in queste restituzioni tridimensionali e ha un peso notevolmente leggero, inferiore ai 10 chili. Oltre alla figura plastica della Madonna, al suo fianco sinistro c’è quella di San Giovanni e alle spalle di Maria la croce che della figura antistante costituisce l’aureola ideale, essendo lo strumento attraverso il quale l’umanità è stata redenta».

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