Unità pastorale Bormida: intervista a don Emanuele Rossi, Elena Santangeletta e Gabriele Coppo

La Peregrinatio Mariae termina la sua visita nell’unità pastorale Bormida. Sabato 1° febbraio, alle ore 17, nella chiesa di Borgoratto sarà celebrata una Santa Messa solenne e avverrà la consegna del Simulacro all’unità pastorale Sette Chiese. Domenica 9 febbraio, i fedeli dell’unità pastorale Bormida andranno a ringraziare la Madonna della Salve, partecipando insieme al percorso giubilare “Trovate ogni speranza o voi che entrate!” nella Cattedrale di Alessandria. Abbiamo colto l’occasione del passaggio del Venerando Simulacro per conoscere meglio le parrocchie e le attività dell’unità pastorale Bormida. Troverete le interviste a don Emanuele Rossi, moderatore dell’unità pastorale; a Elena Santangeletta, catechista; e a Gabriele Coppo, del coro “Insieme è più bello”.
Buona lettura!

Le 12 chiese dell’unità pastorale Bormida

Beata Vergine Assunta in Borgoratto Alessandrino,
Natività di Maria in Cantalupo,
Beata Vergine Assunta in Carentino,
Beata Vergine Assunta in Casalbagliano,
Santi Carlo e Anna in Castellazzo Bormida,
Santa Maria della Corte in Castellazzo Bormida,
San Martino in Castellazzo Bormida,
Beata Vergine Assunta in Castelspina,
San Nicolao in Frascaro,
San Lorenzo in Gamalero,
San Rocco in San Rocco di Gamalero,
Santa Varena in Villa del Foro. 

I sacerdoti

Moderatore: don Emanuele Rossi

don Paolo Favato 

don Enrico Guagliardo 

don Gaetano Russo 

don Vincenty Pawlos

Don Emanuele Rossi

Dodici parrocchie e un bacino vasto che tocca molti paesi: l’unità pastorale Bormida, la prima in ordine di tempo ad essere visitata dal Venerando Simulacro durante la Peregrinatio Mariae, è un territorio variegato e particolare. Ce lo siamo fatti raccontare dal moderatore dell’unità, don Emanuele Rossi.

«Per descrivere un po’ l’unità pastorale bisogna considerare quelle che sono le varie espressioni della nostra commissione sinodale, che coinvolge 50 persone divise in 5 ambiti: giovani, famiglie, carità, liturgia e catechesi, che comprende tutti i gruppi di preghiera presenti nell’unità Bormida» esordisce don Emanuele. 

Ci racconti che cosa fa in concreto ogni singolo ambito che hai nominato? Partiamo dai giovani. 

«Per quanto riguarda i giovani la questione è molto articolata perché noi viviamo in una realtà che è sostanzialmente composta da paesi: ci sono quelli come Castellazzo, che conta cinquemila persone e quelli come San Rocco di Gamalero, che ne ha duecentotrenta. Sono quattro i luoghi di interesse che organizzano attività per i giovani: sicuramente Castellazzo, dove c’è un oratorio aperto tutti i giorni, con educatori che ci lavorano: c’è una presenza giovanile molto forte, che d’inverno si contrae un po’ e d’estate si amplifica molto. Il secondo luogo è Frascaro che raccoglie le attività giovanili rivolte ai giovani anche dei paesi attorno (come Gamalero, San Rocco, Borgoratto e Cantalupo): si ritrovano attorno a questa realtà che aveva iniziato don Vittorio Gatti e che organizza, d’estate e d’inverno, le vacanze in montagna con i ragazzi. Proprio per organizzare queste vacanze ci si vede anche durante l’anno: vengono organizzati mensilmente incontri per i ragazzi. Solitamente i gruppi che si formano si danno anche un nome: quello più famoso di quest’anno è quello dei “broccoli”. Le realtà più consistenti sono queste due, poi ci sono anche attività a Casalbagliano e a Cantalupo».

E per quanto riguarda le famiglie, che cosa c’è di bello nell’unità pastorale Bormida?

«Sul settore famiglie ci sono sei coppie che alternativamente curano la preparazione dei corsi per i fidanzati, sia di Castellazzo che degli altri paesi. Nella vita di una famiglia non tutti gli anni sono uguali: quando nasce un bambino i ritmi cambiano e queste coppie si organizzano molto bene per non lasciare il servizio scoperto, si conoscono tra di loro e c’è un ottimo rapporto. Un’altra bella realtà che mi fa piacere raccontare sempre in questo ambito è un incontro di un gruppo di persone, tutti operatori pastorali (c’è chi lavora in oratorio, chi si occupa di catechesi e chi di carità): una volta al mese dedicano una serata per vedersi di persona, “fare famiglia” e riunirsi in ascolto della parola, attorno alle quattro perseveranze su cui il nostro Vescovo insiste molto».

Sulla carità cosa vuoi raccontarci?

«Per quanto riguarda la carità, qui a Castellazzo c’è una distribuzione mensile: siamo convenzionati con il banco alimentare e facciamo anche raccolta sia dagli agricoltori che dalle panetterie, che ci donano il surplus. Si distribuiscono 30 pacchi viveri per famiglie in difficoltà e anche vestiti. L’altro gruppo di paesi, che fa riferimento a Frascaro, partecipa ai turni che la Caritas necessita per integrare il servizio la domenica sera (quando la mensa viene sostenuta dalle parrocchie della Diocesi). C’è anche una raccolta e distribuzione che viene fatta a Borgoratto: viene fatta a richiesta, su segnalazione del parroco».

Sul versante della Liturgia cosa vuoi condividere con i lettori? 

«Il coro zonale, che raccoglie tutti i cori dell’unità, è una delle espressioni di questo servizio che si sta cercando di unificare: lo scopo non è far cantare a tutti le stesse cose ma far sentire, in momenti salienti come questa del passaggio del Simulacro della Salve, un respiro dell’unità pastorale, non della singola parrocchia. Sempre sul versante della liturgia, i cori delle parrocchie sono molto attivi: Castelspina è sicuramente il più nutrito, poi c’è quello di Castellazzo che è storico; a Casalbagliano ce ne sono addirittura due, senza dimenticare quello di Cantalupo e quello di Frascaro; circa 8 cori che messi tutti insieme fanno una cinquantina di persone. L’anno scorso hanno fatto anche una serie di concerti proprio in occasione del Natale; quest’anno ne hanno fatti due o tre nelle case di riposo».

La catechesi si svolge in quattro luoghi: ce li racconti?

«Questi luoghi sono Casalbagliano, Cantalupo, Frascaro e Castellazzo, con diversi sistemi e diverse scansioni. Casalbagliano e Cantalupo hanno più una scansione tradizionale, con degli incontri settimanali organizzati da una catechista, rivolti ai ragazzi. Invece per quanto riguarda Frascaro e Castellazzo si segue un itinerario un po’ più aggiornato, che prevede il coinvolgimento dei genitori: vedono i ragazzi in modo più sporadico, a seconda del calendario liturgico. A dicembre li hanno visti quattro volte, a gennaio c’è solo un appuntamento per la Salve: sono modalità che tengono conto delle nuove esigenze delle famiglie. Anche la frequenza domenicale va organizzata meglio: è chiaro che non possiamo vivere senza la domenica ma non possiamo neanche pensare che le famiglie di oggi abbiano gli stessi impegni delle famiglie di 50 anni fa. Prima c’era l’oratorio, che rappresentava un contenitore unico nel quale convergevano tutti con diverse attività, mentre oggi le agende dei nostri bambini sono molto piene, quindi è assurdo continuare a concepire la frequenza domenicale con le stesse categorie dei nostri genitori».

Veniamo adesso ai gruppi di preghiera. 

«Quello del rinnovamento nello Spirito Santo forse è quello numericamente più consistente. Poi qui abbiamo anche gli amici di Madre Chiara, le Francescane Angeline, e poi c’è qualcuno dei Neocatecumenali».

Di queste realtà che ci hai descritto sin qui, ne vedi qualcuna particolarmente vitale?

«Sono molto vitali sia i catechisti che anche i gruppi famiglia, il discorso giovani è un po’ più da riavviare: bisogna creare una generazione nuova di operatori che abbiano la forza di condividere la vita con i giovani senza per forza dover mettere l’etichetta cattolica, semplicemente perché sono i nostri giovani e ci devono interessare come persone e come cristiani».

Tu vedi che c’è qualcosa che si muove in questo senso, vedi che questa frontiera che mi hai descritto sta prendendo piede nella tua unità nel modo di stare coi giovani? 

«Sì, secondo me c’è questo seme che è stato gettato che ha ancora bisogno di essere annaffiato. Per esempio adesso inizia il corso animatori in preparazione dell’estate e che raccoglie qui a Castellazzo una trentina di ragazzi dai 14 anni in su. Di questi, magari solo uno o due vengono a Messa, ma non è che perché non vengono alla celebrazione eucaristica non ci interessiamo a loro: il tempo che impieghiamo per loro in questi mesi, tutti i giovedì sera dalle 17 alle 20, è speso per stare con loro, indipendentemente dal fatto che siano persone o famiglie che frequentano la chiesa. Noi iniziamo a stare con loro, poi farà il Signore. Di questi ragazzi ne abbiamo portati una quarantina a Lisbona, un po’di cristianità l’hanno respirata».

Ci sono dei punti di forza, oltre a quelli che ci hai già raccontato, e delle aree di miglioramento dell’unità pastorale Bormida che vuoi condividere con noi?

«I cinque settori ci sono e lavorano bene, la proposta c’è. È chiaro che a volte in parrocchie dove magari non risiede il parroco da tanti anni, dove hanno perso un po’ l’identità per tanti motivi, è difficile fare certe proposte perché le persone si sentono poi un po’ esautorate e messe da parte. La difficoltà è questa ma si tratta di andare avanti e perseverare con questo stile nuovo, non bisogna abbattersi perché non sono tutti entusiasti».

Vorresti dirci altre aree di miglioramento secondo te oltre a questa? 

«La cosa in cui dobbiamo migliorare è imparare a tener conto degli altri, quindi sicuramente sulla comunicazione. Le cose che si fanno, che sono moltissime, a volte si conoscono un po’ all’ultimo momento perché sono organizzate da persone che non sono sempre abituate a comunicare tutto».

Hai un suggerimento anche pratico, semplice da dare al Vescovo sull’unità pastorale?

«Secondo me la cosa importante per quanto riguarda il Vescovo, ma vale anche per noi sacerdoti, è lo stile dell’incarnazione, quindi esserci alle iniziative che le persone organizzano, essere visibili e reperibili».

Una citazione del Vangelo che ispira il tuo agire pastorale nell’unità pastorale.

«“Ti prego Padre perché siano uno come io te siamo uno” (Giovanni 17)”: ovvero cercare di tendere all’unità, che non vuol dire uniformità: l’unità si fa nella diversità, sono realtà tutte diverse che però dovrebbero pian piano comprendere che sono legate all’unica pianta diocesana, la vite di Gesù. Le parrocchie dell’unità sono abituate a lavorare in sinergia ma non sempre, si tratta di aprire le finestre e respirare aria fresca e non asfittica, pensando che ciò che realizziamo insieme è più importante di ciò che fa ogni singola realtà».

Quali sono i prossimi appuntamenti dell’unità pastorale? 

«Il 1° febbraio alle 17 c’è l’ultima celebrazione a Borgoratto con la Madonna della Salve nella nostra unità, poi la salutiamo. Il 9 andremo come unità a fare il percorso giubilare in Cattedrale con il Vescovo, faremo una “restituzione” della visita alla Salve: Lei è venuta da noi e noi torniamo da Lei».

Elena Santangeletta – catechista

Elena, raccontaci di te.

«Ho 46 anni, vivo a Castellazzo. Ho due figlie di 10 e 13 anni, sono sposata. Lavoro come assistente di direzione per una multinazionale e da qualche anno ho ripreso il servizio come catechista, sempre a Castellazzo, presso la parrocchia di Santa Maria della Corte».

Che servizi svolgi all’interno dell’unità pastorale?

«Don Emanuele mi ha nominato referente nel consiglio pastorale per l’unità Bormida: il mio compito è traghettare le informazioni dalla Diocesi all’unità e viceversa: far sentire un po’ anche la voce di questi paesi è forse la mia mission (sorride). Credo sia importante che ognuno segua le sue attitudini personali anche nel servizio alla Parrocchia, quello che apprendo sul lavoro cerco di portarlo nella Comunità, ma non mi sostituisco ai validissimi assistenti parrocchiali».

Da quanto tempo sei catechista?

«Io penso di essere catechista da sempre: dopo la Cresima sono rimasta nella parrocchia di Santo Stefano ad Alessandria e ho svolto ininterrottamente il percorso da catechista fino a quando ho abitato lì. Una ventina di anni fa, dopo il trasferimento a Castellazzo, il matrimonio e le due maternità ho sospeso le attività in parrocchia per ovvie ragioni di tempo. Adesso ho ripreso a tempo pieno. Dallo scorso anno poi ho accettato l’invito di Leonardo Macrobio a far parte dell’Ufficio Catechistico Diocesano.».

Perché scegli di dedicarti al catechismo ogni anno, che cosa ti spinge a farlo?

«Tutti noi siamo chiamati a essere testimoni dell’amore di Dio. Ognuno secondo le proprie capacità e le proprie esperienze. Io ho messo a disposizione un po’ del mio tempo: non sono una docente, non sono un’insegnante, ma semplicemente questo è il mio modo di testimoniare l’amore di Dio. Io poi credo fermamente che il migliore insegnamento sia l’esempio, in primis per le mie figlie. Spero che questo esempio possa riuscire a trasmettere loro il messaggio che essere chiesa è una cosa viva, è una cosa bella. Devo anche essere onesta, io ricevo molto più di quello che do: perché il confronto continuo sia con gli altri catechisti che con i bambini e le loro famiglie è uno stimolo continuo a fare di meglio, ad approfondire le scritture, andare a cercare sempre nuovi spunti. Sono contenta e sono grata di avere l’opportunità di fare questo servizio all’interno della comunità».

Che cos’è per te la comunità di cui parli?

«Per me ha un valore altissimo: la parola comunità è proprio l’essenza della Chiesa. Io credo fermamente nella comunità. Per me e per la mia famiglia la comunità è un ritrovo, sono amici, sono volti noti, e ci dà tanto: ci sentiamo parte di qualcosa di più grande».

Nella tua unità pastorale segui anche la comunicazione…

«Forse è un po’ troppo dire che mi occupo di comunicazione (sorride): cerco di tenere le fila delle attività di un’unità vasta come quella di Bormida. Cerco di far conoscere all’interno dell’unità le iniziative delle varie parrocchie di periferia, anche se non è sempre facile».

Perché non è facile questa tua opera informativa?

«Innanzitutto, perché non sempre le comunità si rendono conto della ricchezza di questi eventi, e quindi organizzano appuntamenti ma non li pubblicizzano. Secondo me quello che manca è dare la giusta importanza anche a quello che può sembrare più marginale: ogni momento insieme può essere un punto di svolta per qualcuno».

Secondo te questa operazione di divulgazione che ci hai descritto è importante, è di aiuto per la vita delle persone? 

«Certamente: può essere d’aiuto per diversi motivi. Facciamo un esempio: una serata in cui un coro si esibisce può sembrare un evento semplice, che non necessita di una grande operazione comunicativa. Ma per una persona non più giovanissima può essere un’occasione per uscire di casa, per segnarsi un impegno in agenda e vedere altre persone. Per i membri della corale stessa rappresenta uno stimolo a trovarsi, a migliorarsi,  a imparare cose nuove. Ogni più piccola attività è un segnale di una chiesa viva: dobbiamo dare spazio a questi segnali!».

Puoi farci altri esempi?

«Nelle parrocchie di periferia si portano avanti molte iniziative, che non si sanno. Dalla raccolta dei prodotti essenziali per l’igiene personale da distribuire ai bisognosi, al catechismo all’assistenza agli anziani: bisogna restituire la giusta importanza e la giusta risonanza a tutti questi momenti. Questa, a mio avviso, è la comunicazione che deve essere fatta all’interno delle unità pastorali, dare voce a tutto quello che succede».

E al di fuori dell’unità pastorale cosa va comunicato?

«Fra unità la condivisione delle esperienze è la cosa più importante, perché un’unità vasta come Bormida potrebbe essere speculare a quella di Tanaro, e quindi comunicare, confrontarsi e informarsi reciprocamente è essenziale. Attualmente a mio avviso questo aspetto manca tantissimo.  Sarebbe bello riuscire a cambiare questa rotta e questo è il mio sogno: creare una rete. Con l’Ufficio Catechistico ci stiamo provando  facendo un percorso “unitario” ma è un’altra storia!».

Data la tua esperienza in prima linea nelle attività dell’unità Bormida, potresti dare un suggerimento costruttivo alla tua e alle altre unità pastorali?

«All’interno dell’unità non è così semplice parlarsi: troppo spesso si tende a ragionare in modo individuale, per la propria parrocchia. Invece una comunità è forte nel momento in cui condivide tutto. Nessuno fa cose per rendiconto personale: questo è pacifico. Però spesso ci dimentichiamo di comunicarlo. I nostri parroci oberati dai loro impegni come sacerdoti, riescono a parlare singolarmente con i fedeli. Ma far combaciare gli orari di tutti per fare un punto generale sulle attività in essere e su quelle in programma diventa difficile: qui dovremmo subentrare noi laici, essere indipendenti». 

Quindi secondo te il primo passo per migliorare la situazione quale potrebbe essere?

«Forse quello su cui dovremmo iniziare a lavorare è proprio la comunicazione interna delle singole parrocchie. Io ho detto poco fa che ho un grande sogno, quello di riuscire a comunicare fra unità e comunicare le informazioni e le attività più rilevanti. Ma l’obiettivo a cui adesso sto lavorando è proprio quello di riuscire a creare una comunità di persone che condividono le cose che fanno a livello di parrocchia, a livello locale. Mi rendo conto che il cammino è ancora lungo. Trovare una persona per unità che lo faccia è difficile, perché è un lavoro quasi a tempo pieno, ma a livello parrocchiale è possibile! Bisogna cambiare la mentalità: le decisioni vanno condivise, periodicamente. Io cerco sempre di guardare le cose dal lato positivo: è una sfida, dobbiamo solo capire come raggiungere questo obiettivo ma ci stiamo lavorando, sono fiduciosa».

Gabriele Coppo – coro “Insieme è più bello”

Gabriele, parlaci di te. 

«Ho 64 anni, attualmente sono in pensione: ho lavorato una vita per Poste Italiane come portalettere. Sin da piccolo ho coltivato una grande passione, che porto avanti tuttora con gioia: la musica. Purtroppo non sono riuscito a farlo come lavoro, ma la maggior parte del mio tempo libero è dedicato al mondo delle note. Ho preso il diploma di teoria e solfeggio da privatista al conservatorio Vivaldi di Alessandria e ho studiato pianoforte, sempre da privatista e attualmente mi interesso di tecnologia applicata alla musica». 

Che servizio svolgi nell’unità pastorale Bormida?

«Nell’unità pastorale Bormida presto il mio servizio come animatore liturgico: suono organo e chitarra durante le celebrazioni, canto all’occorrenza. Collaboro anche da sempre con varie realtà corali e musicali della zona legate all’ambito pastorale: mi è capitato anche di organizzare dei momenti di intrattenimento musicale nelle case di riposo». 

Raccontaci meglio del coro di unità pastorale: da quanti anni esiste? Come vi organizzate? 

«Il nostro coro, “Insieme è più bello”, dove io suono pianoforte e chitarra e all’occorrenza canto, è il frutto dell’aggregazione delle realtà corali esistenti nelle parrocchie della zona. Ha un numero variabile dai 20 ai 30 partecipanti ed esiste dal 2023. Per le prove siamo ospitati di volta in volta, a seconda dei concerti che organizziamo, nelle varie parrocchie: abbiamo un gruppo su whatsapp sul quale ci scambiamo il materiale musicale e le varie comunicazioni. L’età media non è altissima: per il concerto di Natale abbiamo avuto nelle fila anche ragazzi giovani, studenti del liceo musicale». 

Come è nato questo bel progetto?

«Il progetto del coro “unitario” ha iniziato a prendere vita proprio quando è nata l’unità pastorale: don Emanuele mi ha chiesto di diventare il referente liturgico dell’unità e di iniziare a pensare come poter fare qualcosa che mettesse insieme i talenti di tutti i cori. L’invito è stato fatto a tutti, non solo a Castellazzo ma anche nei paesi vicini». 

Perché hai scelto di dedicarti a questo servizio? In cosa ti arricchisce? 

«In questo coro sono appunto dal 2023, ma collaboro come ho già detto da molti anni con altre realtà: l’ho sempre fatto per seguire la mia passione, la musica, che trova un senso nella lode e nel servizio alla chiesa e a Dio». 

Quali canzoni esprimono per te meglio questo tuo sentimento di lode?

«Ce ne sono tantissime, ma se dovessi proprio dirtene due sceglierei “Maria vogliamo amarti” del Gen rosso, che abbiamo scelto come canto iniziale della Peregrinatio, e “Lode al nome tuo”». 

Per te è importante, è di aiuto per la vita delle persone cantare in un coro? 

«Secondo me è un’esperienza utilissima sul piano proprio umano, nella quale ogni volta al di là del canto, che comunque gratifica e da gioia, facciamo esperienza di comunione: ognuno è chiamato a sacrificare un po’ del proprio io per la riuscita dell’insieme».

Che suggerimento si potrebbe dare alle altre unità pastorali che volessero seguire il vostro esempio e lavorare insieme al progetto di un coro unitario?

«Un suggerimento che posso dare in base alla nostra esperienza è di darsi degli obbiettivi, almeno per l’inizio: noi abbiamo cominciato trovandoci per organizzare delle esibizioni in occasione di momenti specifici e forti dell’anno, da lì è nato il desiderio poi di creare proprio un calendario nostro e di progettare più a lungo respiro, ma è una cosa che avviene con il tempo. Possono essere molto d’aiuto anche una buona programmazione e… tanta pazienza». 

Dove possiamo ascoltarvi?

«Seguiremo la Peregrinatio Mariae: abbiamo cantato sabato 25 gennaio alla casa di riposo “Madre Teresa Michel” di Frascaro e domenica 26 nella chiesa di San Lorenzo a Gamalero: la prossima data è il 1° febbraio a Borgoratto alle ore 17: vi aspetto!».

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