Il Vescovo ha presentato la nuova lettera pastorale: scopriamola insieme
«Siamo stati tutti immersi in un solo corpo, il corpo di Cristo, che è la Chiesa»
Eccellenza, a che cosa serve oggi una lettera pastorale?
«Mi sembra che sia uno strumento utile, che mi aiuta a raggiungere con efficacia tante persone. Le parole volano, gli scritti rimangono (sorride). La lettera, nella sua forma scritta, rimane e dà il tempo di interiorizzare e approfondire maggiormente le cose, ed eventualmente rileggere ciò che ti ha colpito. Un aspetto che ho sempre trovato molto proficuo per la mia vita…».
Lei all’inizio della lettera sottolinea due difetti con cui dobbiamo fare i conti: il primo è la sordità selettiva, il secondo il sentirci buoni in virtù di quello che facciamo. Ce li spiega?
«La sordità selettiva fa parte dell’uomo, in qualche modo ce l’abbiamo tutti. Siamo fatti così: una volta che accettiamo alcune idee, tendiamo a trovare un riparo in esse. E ciò che non rientra nel già saputo, lo guardiamo con un po’ di sospetto».
Navighiamo tra la “comfort zone” e l’ideologia…
«Il punto è che a volte è proprio un’ideologia, da cui proprio non usciamo. E comunque, abbiamo tutti una resistenza alle idee diverse dalle nostre, e su questo bisogna lavorare».
Veniamo al secondo difetto…
«È quello di sentirci buoni in virtù di quello che facciamo, che san Paolo chiama “la giustificazione secondo le opere della legge”. Noi abbiamo la tendenza, la tentazione a programmare la nostra vita sulle cose da fare. Nella vita però l’importante non è il fare, ma gli atteggiamenti da tenere: l’atteggiamento della benevolenza, della fiducia in Dio, del non scoraggiarsi di fronte al male. A noi viene più semplice, tanto per fare un esempio, prendere l’impegno di pregare alle 7.30, alle 12.30 e alle 19.30, e così cadenziamo la preghiera mettendo delle scadenze. Il rischio è che quando faccio questa cosa posso sentirmi a posto, e magari non sto mettendo veramente me stesso in quella preghiera, in quello che dovrebbe essere un incontro vivo col Signore. Ho semplicemente recitato delle formule… Questa giustificazione secondo le opere della legge è pericolosa perché toglie da me lo slancio, la forza, la benedizione di Dio per vivere la vita in pienezza».
La lettera prosegue con un invito ai pastori.
«L’invito è quello di dare più spazio all’interiorità, anche se per la mentalità di questo mondo è come andare controcorrente. Ai miei sacerdoti chiedo di essere dei riferimenti veri e di lavorare confidando nel fatto che il Signore farà qualcosa, anche quando i nostri tentativi falliscono».
Terzo punto della lettera: il gregge.
«Lo scopo del gregge di Dio è diventare un solo corpo, in un movimento che parte già dal battesimo, quando sei immerso nel mistero del Padre. San Paolo dice che noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo spirito, in un solo corpo: una frase che per noi è incomprensibile. Siamo stati battezzati in un solo corpo, siamo stati “immersi” in un corpo. L’immagine plastica di San Paolo è straordinaria: mediante un solo Spirito, siamo stati tutti immersi in un solo corpo, il corpo di Cristo, che è la Chiesa. Paolo dice che noi siamo nascosti con Cristo in Dio, perché essendo il corpo di Cristo, e noi essendo immersi nel corpo di Cristo, noi siamo nascosti con Cristo, in un solo corpo, in Dio. Sono prospettive a cui non siamo abituati a pensare».
Come si arriva alle persone che, pur battezzate, non vengono più a Messa e non hanno alcun interesse verso la Chiesa?
«Il problema è che questo Mistero di essere un solo corpo non lo vediamo, ed è per questo che la gente non viene più a Messa. Il punto è che quando invece vediamo delle persone che veramente sono un solo corpo, e questo è molto raro, c’è un’attrattiva. Anche se si vede poco. San Paolo parla di nascondimento, nascosti con Cristo in Dio».
Nascosti fino a un certo punto, se li possiamo vedere.
«Ce ne accorgiamo solo quando la Chiesa è bene articolata, con la partecipazione all’Eucarestia, con il vincolo dell’amore che congiunge insieme le varie parti del corpo. Il vincolo dell’amore: perché l’amore è quello che lega una parte del corpo a un’altra. E quando non c’è l’amore, siamo disarticolati».
Non sente uno stacco tra la consapevolezza del gregge, delle persone, e quello che lei sta cercando di dire? Sembra quasi che lei voglia spiegare la fisica quantistica a dei bambini delle elementari…
«Ma questa non è fisica quantistica! È l’Abc della fede, anche se è vero che l’essere battezzati, immersi nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è una cosa di cui la gente non ha coscienza. Siamo immersi nella Chiesa, immersi in un solo Corpo per mezzo di un solo Spirito, ma crediamo di essere noi a dare un servizio alla Chiesa: siamo talmente bravi (giustificazione secondo le opere) che ci diamo disponibili a fare qualcosa, con i nostri talenti. Ma così riduciamo tutto all’umano… Il Signore, oltre ai talenti naturali, ci dà dei doni soprannaturali, e sono quelli veramente interessanti perché danno una svolta alla vita».
Mi scusi, ma queste cose chi le dice oggi nella Chiesa?
«Lo so, non vengono dette. In questa lettera pastorale penso di averle esposte nel modo più chiaro possibile: le ho meditate tanto e le ho collegate tra loro. Nei secoli, nella Chiesa abbiamo fatto delle semplificazioni mostruose della vita cristiana. Pensando: “Ma questa massa di persone cosa vuoi che capisca? Cerchiamo di dire delle cose che tutti possano comprendere”. Così facendo abbiamo dato delle semplificazioni che, in realtà, sono andate nella direzione opposta all’insegnamento di Cristo. Intanto, abbiamo spostato l’oggetto della fede da Gesù Cristo a noi. Cioè: “Fidati di noi, fa’ questo”. Ed è una tragedia, perché così perdiamo il cristianesimo, veniamo depauperati del cristianesimo. C’è stata una progressiva perdita di alcune cose essenziali e uno spostamento su altre».
La lettera, che sarà anche sul sito della Diocesi e nelle parrocchie, ha dentro una domanda: qual è l’amore più grande?
«È quello di Gesù Cristo. Che però, nella sua follia, ha voluto comunicare questo Amore a noi affinché facessimo questa esperienza. Purtroppo, assieme all’esperienza straordinariamente bella dell’amore, ci sta il fatto che, in effetti, l’amore più grande è dare la vita per i propri amici. E “dare la vita” non è un modo di dire, purtroppo. Per questo Gesù dice: “Chi vuol trattenere la propria vita la perderà”. Perché perderà l’amore. E chi invece la butta via l’avrà guadagnata, perché avrà scoperto l’amore. È follia questa roba, sono cose da pazzi, umanamente parlando. Però funzionano. È questa la stranezza del Vangelo, tu lo leggi e dici: “Vabbè, è esagerato”. A volte non lo diciamo nemmeno a noi stessi, che il Vangelo è esagerato. Ma così è. E la cosa interessante è che se provi a vivere quello che Gesù ti dice, ti accorgi che ha proprio ragione».
Lei ha un amico per cui darebbe la vita?
«No, non ho nessun amico per cui dare la vita. Cioè, non ho una lista di persone a priori per cui dare la vita. Ma io spero di essere in grado, oggi, di dare la vita per le persone».
Quindi l’amico per cui dare la vita non è Cristo? Ci vogliono amici concreti?
«Amici concreti, certo. Non solo Cristo, ma concreti… e anche “non amici”. Massimiliano Kolbe ha dato la vita per un altro non perché era suo amico, ma perché era un papà di famiglia che stava piangendo perché lo sottraevano al legame della famiglia che voleva vivere su questa terra. Massimiliano ha dato la vita per lui. E probabilmente non era suo amico».
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
