Accettare la realtà non è rassegnazione ma il primo atto di coraggio per costruire un nuovo inizio
Accettazione [ac·cet·ta·zió·ne]
Etimologia: dal latino acceptare, frequentativo di
accipĕre: “ricevere”, “accogliere”. Composto da ad
(verso) e capĕre (prendere).
Signi ca letteralmente “prendere a sé”, accogliere
ciò che viene o erto senza respingerlo.
Dopo aver aperto la finestra della consapevolezza, la prima reazione che proviamo è quasi sempre di spavento. Vediamo le crepe sui muri della nostra esistenza, la polvere accumulata negli angoli che abbiamo evitato per anni, quel disordine emotivo che abbiamo finto di non notare per pura sopravvivenza.
Il primo istinto, umano e comprensibile, non è quello di rimboccarsi le maniche ma di richiudere tutto velocemente, tornare al buio e fare finta che nulla sia cambiato. È qui, in questo preciso istante di esitazione, che entra in gioco l’accettazione. Spesso la confondiamo con la rassegnazione, immaginandola come un amaro calice da bere o come il gesto di chi alza bandiera bianca e si arrende al destino. Ma l’accettazione è l’esatto opposto della passività: è un atto di estremo dinamismo interiore. È il momento in cui smetti di sprecare la tua preziosa energia nel negare l’evidenza.
Immagina di trovarti nel mezzo di un fiume e di provare a nuotare disperatamente controcorrente. Sei esausto, i muscoli bruciano ma continui a colpire l’acqua con rabbia perché ammettere che la corrente è troppo forte ti sembra un fallimento personale, una macchia sul tuo orgoglio. Accettare significa smettere di colpire l’acqua a vuoto. Significa avere l’umiltà e l’intelligenza di appoggiare i piedi sul fondo, sentire la pressione della corrente e capire finalmente dove scorre davvero il fiume. Solo dopo aver smesso di lottare contro il “cosa dovrebbe essere”, puoi iniziare a decidere “cosa fare”. L’accettazione è quel sospiro profondo, quasi liberatorio, che fai quando finalmente ammetti a te stesso: “Sì, in questo momento sono fragile”, “Sì, questa relazione è finita da tempo”, “Sì, questo lavoro mi sta spegnendo”.
Non è un punto d’arrivo, ma il terreno solido e fertile su cui ogni cambiamento può davvero germogliare. Senza accettazione, ogni tentativo di trasformazione è costruito sulla sabbia mobile della menzogna che raccontiamo a noi stessi per non soffrire.
Accettare la propria condizione significa guardarsi allo specchio senza i filtri della vergogna o del giudizio, riconoscendo la propria verità nuda e cruda: “Sono qui, così come sono, ed è da qui che posso partire”. È un gesto di dolcezza infinita, come stringere la propria mano nel buio e dirsi che va bene, che non serve più fingere di essere invincibili. È la tregua necessaria che precede la rinascita, l’abbraccio silenzioso alle proprie ferite che smettono di sanguinare solo quando smettiamo di toccarle con rabbia. È in questa pace, in questo riconoscimento onesto della realtà che il cambiamento smette di essere un’idea teorica e diventa una possibilità concreta, un sentiero che finalmente possiamo iniziare a percorrere.
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
