La mostra al Carmine dal 17 al 23 novembre
Incontriamo il vice postulatore della causa di canonizzazione
Pier Giorgio Frassati “viene a visitarci” ad Alessandria. Domenica 16 novembre sarà inaugurata la mostra “Conosci Pier Giorgio Frassati” (la locandina è a pagina 12) e avremo l’occasione per approfondire la figura di questo santo attraverso la voce di chi lo conosce bene: Roberto Falciola (nella foto di copertina), vice postulatore della causa di canonizzazione e presidente dell’Opera Diocesana Pier Giorgio Frassati di Torino. Falciola ha scritto diversi libri su di lui: l’ultimo è “Pier Giorgio Frassati. Non vivacchiare ma vivere”. Lo abbiamo raggiunto al telefono per farci raccontare come l’amicizia (perché proprio così possiamo definirla) con il “santo dei giovani” abbia cambiato la sua vita.
Partiamo dalla canonizzazione. Ci riassume i passaggi essenziali che hanno portato questo ragazzo a diventare santo?
«Tutto comincia il giorno dei suoi funerali. Fu un evento straordinario: la folla che si riversò per dargli l’ultimo saluto superò ogni previsione. Colpiva soprattutto il fatto che tra la gente comune si mescolassero i “suoi poveri”, quelli che Pier Giorgio aveva aiutato in vita. L’atmosfera di quel giorno lasciò un’impressione profonda: un cronista del quotidiano La Stampa raccontò in seguito che non aveva mai visto, né avrebbe più visto, un funerale simile: anche per lui fu evidente che non si stava salutando una persona qualsiasi. Già il giorno dopo la cerimonia funebre, il sacerdote salesiano don Antonio Cogliazzi scrisse un articolo sul giornale dell’Azione Cattolica giovanile di Torino, invitando a raccogliere testimonianze su Pier Giorgio per far conoscere la sua vita. Il cardinale di Torino, Giuseppe Gamba, lo appoggiò con una lettera, riconoscendo in questo ragazzo una grande luce per i giovani. Da lì la fama di santità di Pier Giorgio si diffuse rapidamente: cinque mesi dopo la morte, il circolo della Gioventù Cattolica di Imola prese il suo nome, e nel giro di pochi anni in Italia nacquero oltre 600 circoli intitolati a lui. Iniziarono ad arrivare anche le prime segnalazioni di grazie ricevute. Nel 1932 il cardinale Maurilio Fossati, successore di Gamba, aprì ufficialmente il processo di canonizzazione, che si concluse in pochi anni a Torino. Le carte passarono poi a Roma, dove la causa rimase ferma per decenni. Fu Paolo VI a riattivarla alla fine degli anni Settanta. La beatificazione arriva negli anni 90 con Giovanni Paolo II. Karol Wojtyła lo conosceva già: in Polonia, infatti, Pier Giorgio era molto amato anche perché la sorella aveva sposato un diplomatico polacco. Sono dovuti trascorrere trentacinque anni prima che venisse riconosciuto il miracolo necessario per la canonizzazione».
Di che miracolo si tratta?
«Il miracolo riguarda un seminarista statunitense di Los Angeles, di origine messicana, Juan Manuel Gutiérrez. Durante una partita di basket si era rotto il tendine di Achille. Temendo l’intervento chirurgico, decise di affidarsi a Pier Giorgio, che aveva conosciuto tramite un video su YouTube. Iniziò così una novena di preghiera, chiedendo la sua intercessione. Dopo alcuni giorni, mentre pregava, sentì un intenso calore nella parte infortunata. Alla visita pre-operatoria successiva, i medici constatarono che il tendine era completamente guarito: non c’era più nulla da operare. Un fatto medicalmente inspiegabile, che la Chiesa ha riconosciuto come miracolo».
Come vice postulatore che parte ha avuto in tutto questo?
«Sono diventato vice postulatore diversi anni dopo la beatificazione, quando la causa era già in attesa del miracolo che consentisse di procedere alla canonizzazione. Il mio compito, in questa fase, è stato soprattutto quello di far conoscere Pier Giorgio a chi ancora non lo conosceva e dare l’occasione per approfondire la sua figura a chi già ne aveva sentito parlare.
Ho cercato di favorire la diffusione della sua testimonianza evangelica, perché più persone possibile potessero incontrarlo».
Ora passiamo a una domanda che riguarda proprio la sua esperienza personale con que-
sto santo. A che età ha incontrato la figura di Frassati e come ha cambiato la sua vita?
«Avevo poco più di vent’anni ed ero responsabile dei giovani dell’Azione Cattolica di Torino. A Torino esiste un’associazione che si chiama “Opera diocesana Pier Giorgio Frassati”, di cui oggi sono presidente: nacque la sera stessa dei funerali di Pier Giorgio, quando alcuni giovani dell’Azione Cattolica decisero di fondare qualcosa nel suo stile per ricordarlo e portare avanti la sua opera: inizialmente fu una colonia per bambini poveri, poi trasformata in opera. Negli anni ottanta alcuni dirigenti dell’Opera, amici personali di Pier Giorgio oramai ottantenni, ebbero l’idea di pubblicare una biografia che raccontasse il loro amico ai giovani di quegli anni. Mi affidarono, insieme ad altri due amici, la stesura del testo. Io mi occupai della parte biografica: all’epoca mi sono letto tutto quello che esisteva in commercio e in biblioteca su Pier Giorgio Frassati, che per me fino a quel momento era poco più che un nome e un cognome. Studiando intensamente la sua vita ho scoperto una figura di una bellezza straordinaria. Quel libro, dal titolo “Pier Giorgio Frassati”, pubblicato nel 1985 dalla casa editrice Ave, segnò l’inizio della mia amicizia con lui. Nel 1990 ero vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica e ho seguito da vicino sia il comitato diocesano sia quello nazionale per la sua beatificazione. Da allora non ho più smesso di parlare di Pier Giorgio e di scrivere su di lui e nel 2010 ho ricevuto l’incarico di vice postulatore».
Approfondire il rapporto con lui attraverso la lettura dei suoi scritti, della sua corrispondenza, l’essere in qualche modo diventato suo amico ha cambiato qualcosa dentro di lei?
«Sì, e molto. La parola “amicizia” è davvero bella e indovinata. Conoscere Pier Giorgio ha significato per me scoprire che i valori che avevo interiorizzato nel mio cammino di fede, specialmente grazie all’Azione Cattolica, trovavano in lui una esemplificazione vivente. Mi ha aiutato a comprendere come la fede si incarni nella quotidianità, come il Signore sia davvero un compagno di viaggio nelle cose semplici di ogni giorno. Pier Giorgio mi ha insegnato che non c’è separazione tra fede e vita: tutto si intreccia in un unico respiro. In lui ho visto il modello del laico autentico, capace di vivere la propria vocazione nel mondo, con coerenza e responsabilità. Anche le mie scelte personali ne sono state influenzate: per esempio, quando ho deciso di impegnarmi nell’amministrazione della mia città, ho pensato al suo esempio di impegno sociale e politico vissuto come forma concreta di testimonianza cristiana. Pier Giorgio, con la sua semplicità e la sua forza interiore, continua ad accompagnarmi ogni giorno come un amico vero, che spinge a non “vivacchiare”, ma a vivere davvero».
Qui il link al libro di Roberto Falciola per approfondire
La Voce Alessandrina Settimanale della Diocesi di Alessandria
