Quaresima, tempo di mendicanza: intervista a monsignor Guido Gallese, Vescovo di Alessandria

«Il digiuno è un atto corporeo che si comprende solo quando diventa un atto spirituale»

«La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno» ha detto papa Leone XIV nel suo messaggio per la Quaresima 2026, invitandoci a un cammino di conversione che inizia «quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito». E indicando proprio tre concetti chiave: “ascoltare”, “digiunare” e “insieme”.

Abbiamo chiesto al nostro Vescovo, monsignor Guido Gallese, di dirci che risonanza hanno avuto queste parole nella sua Quaresima.

Ascoltare, digiunare e insieme: la formula di papa Leone per questo tempo della Chiesa. Eccellenza, che cos’è per lei ascoltare?

«Il tema dell’ascolto della Parola di Dio è un tema straordinario, perché per ascoltare la Parola (scusate il bisticcio di parole) non basta ascoltarla. Perché l’ascolto sia veramente ascolto, non basta mettersi lì e dire: “Adesso lo faccio”. No, l’ascolto è veramente efficace quando porta con sé una sete: l’ascolto chiede sete, devo avere una vera sete della Parola di Dio, essere bisognoso, essere in un atteggiamento di supplica, per poter veramente ascoltare. Il fatto che Dio abbia chiesto al suo popolo di pregare tutti i giorni (“Shema Yisrael, Adonai Eloheinu, Adonai Echad”, ovvero “ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno”) ci fa capire come ci sia sempre qualcosa da ascoltare e non si possa mai dare per finito questo ascolto. Ed essendoci richiesto così spesso, ci fa capire di come non sia scontato porci nella posizione d’ascolto. Perché ascoltare è diverso da sentire. Dio lo sentiamo tante volte, perché ci parla attraverso la Parola di Dio. Ma ascoltarlo veramente, cioè avere quell’atteggiamento interiore dell’ascolto pronunciato, deciso, desiderato, interiore, quello non è proprio scontato».

Ma come si fa? È solo forza di volontà?

«No, non è per nulla forza di volontà. È l’atteggiamento umile e questuante del mendicante, di colui che sa che gli mancano così tanto Dio e la sua Parola da sentirsi un indigente. L’ascoltatore per curiosità intellettuale fallisce nell’ascolto della Parola di Dio. Per carità, anche la Parola di Dio dice delle cose interessanti e sufficienti a generare comunque una sorta di ascolto. Ma non è quello il punto: non è la curiosità, la curiositas, la componente fondamentale, ma è l’indigente che ha bisogno di Dio e quindi chiede. Chiede e implora: “O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua”».

Come si arriva alla coscienza del mendicante?

«Chiedendo e non accontentandosi, finché non si viene esauditi. Senza ripiegare su facili e comode compensazioni».

Lei come chiede, Eccellenza?

«Io mendico, perché certe cose mi rendo conto che non sono nemmeno capace di chiederle. E quindi le mendico. Le chiedo con insistenza al Signore, mendicandole, dicendo: “Signore, tu sai che ho bisogno di questo. Per favore non fare mancare al Tuo servo queste cose”».

Nell’ascoltare, c’è anche l’ascolto dell’altro.

«Certo, c’è anche l’ascolto dell’altro, che si coltiva allo stesso modo con cui si coltiva l’ascolto di Dio. Perché l’ascolto dell’altro richiede che una persona capisca il ruolo che l’altro ha. Dio ci mette a fianco delle persone che sono per il nostro bene, per il nostro aiuto, quindi l’altro ha un ruolo importante nella nostra vita. Sono due ascolti legati: in certi casi ti rendi conto che l’altro completa quello che è mancante nella tua vita e che Dio ti dà proprio attraverso l’altro».

Passiamo alla seconda parola: “digiunare”. Che cos’è il digiuno?

«Il digiuno è un atto corporeo che si comprende, veramente e pienamente, soltanto quando diventa un atto spirituale. Il digiuno contempla in sé stesso il distacco dalle cose materiali per attaccarsi a Dio. “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Quindi il digiuno ha la caratteristica di “attaccarci” al Signore, di metterci nell’atteggiamento di essere saziati interiormente. Il digiuno è ciò che ci mette fame, la fame di Dio, e acuisce il desiderio di cui parlavamo prima».

Quindi è una rinuncia finta…

«No. Il digiuno è una rinuncia vera. Ci fa capire che cosa è essenziale e che cosa no».

Lei come lo pratica, il digiuno?

«Lo pratico a volte in modo più fisico, a volte con quel rinnegare me stesso che assume dei contorni talvolta drammatici, talvolta radicali: “Chi vuole venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Rinnegare sé stessi è la parte attinente il digiuno, cioè il privarsi di qualcosa. Rinnegare sé stessi è rinnegare la propria dignità, i propri diritti o i propri appetiti».

Veniamo alla terza parola: “insieme”. Che dimensione evoca questo avverbio?

«A me questo avverbio evoca due immagini. Innanzitutto, ripetuto tre volte, mi ricorda il cardinale Giovanni Canestri da Castelspina, arcivescovo di Genova, che negli Anni 89-90 ripeteva: “Insieme, insieme, insieme”. Richiamò la Chiesa genovese a camminare insieme: un richiamo ancora attuale, sempre attuale. La seconda immagine evoca il senso più profondo di questa domanda, che è essere insieme come un solo corpo, l’unico corpo di Cristo. Questo essere insieme ha una connotazione bellissima, perché ci fa chiedere: “Ma io cosa sono?”. Il mio essere insieme agli altri, la mia identità nell’essere insieme agli altri, è una consapevolezza che acquisisco attraverso l’Eucaristia che, donandomi il Corpo di Cristo, mi costituisce corpo mistico di Cristo, con un ruolo ben preciso dentro questo corpo mistico. A questo punto si genera in me un esserci facendo cose che prima erano impensabili. Insieme».

Eccellenza, per queste tre parole ci può dare un suggerimento pratico in questa Quaresima? Partiamo da “ascoltare”…

«“Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Abbiamo alcune parole che sappiamo essere uscite dalla bocca di Dio e sarebbe bello che le ascoltassimo. Non sono fatte per non essere mai ascoltate, sono fatte perché la nostra vita le possa ascoltare. Come sarebbe bello se avessimo ascoltato almeno questa parola, in modo organico, ordinato, perché è rivolta a noi! Come sarebbe bello se almeno una volta nella vita avessimo letto i quattro Vangeli! Come sarebbe bello dire: “Quest’anno sono arrivato alla fine della Quaresima e ho letto i quattro Vangeli”. Ci presentano un volto di Gesù straordinariamente più bello di quello che immaginiamo di solito».

Veniamo a “digiunare”.

«In questo momento di guerra, mi viene in mente una parte di digiuno più materiale, in cui ci priviamo del cibo per dire: “Signore, guarda, ho fame, ma la cosa più utile è che mi occupi di Te prima ancora del cibo”. Questo è il segno, molto bello. Allora digiunare significa porre l’attenzione a ciò che non è scontato».

Ultima parola: “insieme”.

«Che sia un gesto concreto che parte dal rispondere “Amen” quando ci viene detto “il corpo di Cristo”. Ma occorre rispondere con convinzione, in modo non distratto, non imbarazzato, non di fretta, ma con un “Amen” che sia: “Sì, Signore, voglio essere corpo di Cristo. Guidami tu”».

Andrea Antonuccio

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